A volte, di prima mattina, quando la visibilità è buona, dalla sua postazione Siud Albrsinji riesce a vederli: uomini vestiti di nero, e più raramente donne e bambini, che si lavano in uno stagno giù nella valle. Albrsinji, 55 anni circa, capelli a spazzola, baffi e mimetica verde, è un colonnello dell’esercito peshmerga curdo nel nord dell’Iraq. È un combattente di lunga data e si è scontrato più volte con i jihadisti del gruppo Stato islamico (Is).
A quasi ottomila chilometri di distanza dal colonnello, alla periferia di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, in una strada dove scorrazzano polli e maiali abita un uomo snello vestito di bianco. Al contrario del colonnello, l’imam Sana Sid Abdul Rahman ha visto i jihadisti una volta sola, quando gli hanno sottratto la sua moschea e l’hanno cacciato dal villaggio. “A chi si è salvato hanno detto: torneremo!”, racconta.
Ad altri novemila chilometri di distanza, a Colombo, la capitale dello Sri Lanka, un altro uomo vestito di bianco sta in piedi davanti a una lapide su cui sono elencati 55 nomi. Padre Basil Nicholas, occhiali senza montatura, sguardo severo e voce delicata, è un prete cattolico. Lui non l’ha neanche visto il terrorista dell’Is che ha fatto esplodere una bomba nella sua chiesa, uccidendo se stesso e altre 55 persone. Il sacerdote avrebbe potuto essere la vittima numero 56.
Un soldato, uno sfollato e un sopravvissuto. In Medio Oriente, in Africa occidentale e in Asia meridionale.
Nel marzo del 2019 nel villaggio siriano di Baghuz il gruppo Stato islamico ha combattuto la sua ultima battaglia. La coalizione internazionale composta da più di cinquanta stati e dai combattenti curdi e arabi delle Forze democratiche siriane è riuscita a riconquistare tutto il territorio dello stato proclamato dai jihadisti cinque anni prima, nel giugno del 2014. Al suo apice, il “califfato” comprendeva ampie zone della Siria e dell’Iraq, estendendosi su un’area grande come l’Austria. Da lì l’Is ha organizzato il genocidio degli yazidi, ha pianificato attacchi terroristici a Parigi, Bruxelles e in centinaia di altri luoghi, ha fatto decapitare ostaggi e uccidere “infedeli”. Sono crimini contro l’umanità, commessi da decine di migliaia di seguaci del gruppo.
La fine dello stato jihadista è stata celebrata in tutto il mondo. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato trionfalmente che il gruppo terroristico era stato sconfitto. Da allora l’Is è praticamente scomparso dai mezzi d’informazione. Sembra si tratti di un problema risolto, di un incubo ormai finito. Ma andando in Iraq, in Burkina Faso o in Sri Lanka ci si accorge che le cose non stanno affatto così.
Iraq, novembre 2019
La catena montuosa del Qara Chokh emerge dal deserto come una piega della camicia trascurata dal ferro da stiro. Le ripide pareti rocciose terminano in uno stretto altipiano. Una serie di tornanti porta alla base dove presta servizio il colonnello Siud Albrsinji. Non è molto grande: un edificio di cemento su un piano, qualche postazione di mattoni e dei sacchi di sabbia per i tiratori, un serbatoio per l’acqua. Tutto in un’area grande la metà di un campo da calcio.
Una decina di combattenti peshmerga, le forze armate della regione autonoma del Kurdistan iracheno, è impegnata a spostare con la ruspa dei bagni chimici, a preparare il tè e a fumare. Il colonnello è vicino ai sacchi di sabbia e perlustra il cielo con il cannocchiale: “Gli aerei stanno per arrivare. Poi cominceranno gli attacchi”. I peshmerga hanno allestito basi come questa ogni cinquecento metri per tutto l’altipiano. Il massiccio Qara Chokh, nel nord del paese, segna un confine: da un lato i territori controllati dal governo iracheno, dall’altro le montagne e le aree gestite dall’amministrazione autonoma curda. Proprio nel mezzo, ai piedi delle montagne, a un chilometro e mezzo in linea d’aria dalla base del colonnello Albrsinji, vivono quattrocento combattenti dello Stato islamico. “Riusciamo a vederli ma non a sentirli”, spiega il colonnello. “Noi possiamo sparare a loro, ma loro non possono sparare a noi. Se non difendiamo queste montagne, i terroristi entreranno in Kurdistan”.
I jihadisti abitano in decine di caverne naturali e tunnel artificiali. Di giorno non escono mai dai loro rifugi, ma di notte fanno irruzione nei villaggi circostanti per estorcere viveri e denaro e per sotterrare ordigni esplosivi. Sembra che tra loro ci siano anche donne e bambini, ma non si sa quanti. Probabilmente le donne sono yazide rapite anni fa e tenute come schiave. Alcuni bambini potrebbero essere figli delle violenze che queste donne hanno subìto.
Gli uomini di Albrsinji trascinano nell’edificio buste di plastica piene di focacce. Il colonnello guarda l’orologio. Ha appena finito di parlare al telefono, un po’ in disparte. “Ancora qualche minuto”, dice. Gli attacchi aerei, spiega, sono condotti dagli stati che fanno parte della coalizione internazionale contro l’Is. Non può dirmi quale paese sgancerà le bombe.
È il momento. L’aereo si sente ma non si vede. All’improvviso rimbomba un’esplosione, come se sbattesse una porta enorme. Sono le 11.58. Alle 12.06 c’è un altro colpo. Alle 12.12 si vedono salire verso il cielo due colonnine di fumo bianco.
In passato i jihadisti che abitavano nell’area erano soprattutto iracheni. La lotta contro il califfato è cominciata nell’autunno del 2016 con un’offensiva via terra: l’esercito entrava nei villaggi della zona e li dichiarava “liberati”. In realtà, sottolinea il colonnello, molti combattenti semplicemente entravano in clandestinità. Nell’estate del 2017 è caduta Mosul, la capitale irachena dell’Is. Poi è cominciata l’offensiva contro il versante siriano del califfato. Molti miliziani sono morti o sono stati arrestati, alcuni invece si sono tagliati le barbe e hanno finto di cambiare bandiera. Uno zoccolo duro ha continuato a resistere.
In Iraq ci sono migliaia di combattenti irriducibili che sperano nel ritorno dell’Is. Sanno che nel 2010 l’organizzazione, già data per spacciata, era risorta con inaspettato vigore quando i sunniti, insoddisfatti ed emarginati, avevano voltato le spalle al governo per rivolgersi ai jihadisti.
Oggi la situazione in Iraq non è migliorata rispetto ad allora. Il conflitto tra sunniti e sciiti cova sotto la cenere. Il governo di Baghdad fa fatica a tenere unito il paese e negli ultimi mesi i cittadini hanno protestato contro l’onnipresente corruzione. Dopo che a gennaio l’esercito statunitense ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani in territorio iracheno, ci sono state diverse manifestazioni per chiedere il ritiro delle truppe della coalizione.
“Guarda”, dice il colonnello passando il cannocchiale. Con il dito indica la base peshmerga più vicina, dove alcuni uomini stanno montando un mortaio. “Ora tocca alle nostre granate”, spiega. “Ma dobbiamo aspettare il via libera dell’esercito iracheno, perché quello è territorio loro”.
Negli ultimi mesi il colonnello ha constatato con preoccupazione che il gruppo jihadista ai piedi della montagna sta crescendo: “Ora ci sono anche combattenti stranieri. Sono russi e afgani, arrivati dopo la battaglia di Baghuz”.
“Niente via libera da Baghdad”, dice il colonnello dopo un’altra telefonata, sorseggiando il tè al cardamomo. Perché no? Albrsinji scrolla le spalle: “L’Iraq non ha una strategia. E visto che qui non ci sono né industrie né aziende, non si preoccupa di difendere la zona”.
Poco prima di pranzo il colonnello viene informato del risultato degli attacchi aerei: è stato colpito un tunnel. “Non miriamo agli individui, piuttosto cerchiamo di colpire i tunnel: così chiunque si trova all’interno in quel momento resta ucciso o ferito”. Albrsinji racconta che nelle ultime settimane gli attacchi aerei sono stati otto: “In tutto ce ne sono stati almeno cento, e circa cinquanta jihadisti sono stati eliminati”. Cinquanta su quattrocento.
“Ovviamente non è il modo migliore per risolvere il problema”, ammette il colonnello. Dal suo punto di vista le cose stanno così: lui e i suoi combattenti si occupano della difesa dei territori curdi, e lo fanno bene. All’Iraq invece mancano volontà e mezzi per difendere efficacemente i propri territori: “I jihadisti aspettano solo che la situazione in Iraq peggiori. E intanto ci mandano un messaggio: non siamo morti. È chiaro che tutta la storia potrebbe ripetersi. Intere tribù potrebbero riunirsi all’Is, proprio come nel 2014”. Poi il colonnello si scusa: per colazione ha un appuntamento con gli ufficiali di collegamento della coalizione.
Ma dai loro nascondigli i jihadisti stanno davvero per passare al contrattacco? Oppure il colonnello esagera? Visitare i villaggi ai piedi delle montagne è troppo pericoloso, ma il giorno successivo riusciamo a incontrare uno degli abitanti.
L’uomo ha circa 40 anni, indossa un paio di pantaloni a quadri e una maglietta dell’Adidas. Non vuole che siano fatti il suo nome né quello del villaggio. Ha paura e si tormenta le mani in grembo. Lui e la sua famiglia hanno venti ettari di terra a qualche chilometro dai tunnel. “I jihadisti arrivano appena fa buio”, racconta. “Scelgono una o due case, bussano e costringono gli abitanti a lavare i loro vestiti, a fargli usare la doccia e a dargli da mangiare”. Lui stesso li ha visti più volte: “Sono sporchi e puzzano”. Nel villaggio riscuotono le “tasse”: il due per cento su tutto, grano e denaro, e un extra sulle mietitrebbiatrici. Negli ultimi cinque giorni sono esplose delle mine su entrambi i lati della strada, continua: “ A loro non interessa chi salta in aria, uomini, donne, bambini”. Perfino alcune persone che passavano di là per raccogliere funghi sono state decapitate.
Qualche mese fa diversi villaggi hanno mandato i loro inviati alla postazione più vicina dell’esercito per chiedere aiuto, riferisce l’uomo: “I soldati ci hanno risposto che avrebbero cercato di aiutarci, ma che non possono passare tutti i giorni per ogni villaggio del deserto. Per loro la cosa migliore è andarsene”. Dopo un’ora l’uomo interrompe la conversazione: non vuole che lo vedano. “Le cose non sono mai andate così male”, conclude. “Abbiamo paura. Sono il nemico peggiore che si possa avere”.
• 6 novembre 2019: i jihadisti uccidono 37 minatori in Burkina Faso. Nel corso del mese i gruppi legati all’Is in tutto il mondo giurano fedeltà al nuovo capo Abu Ibrahim al Kuraishi, successore di Abu Bakr al Baghdadi, ucciso a fine ottobre.
• 1 dicembre: i jihadisti uccidono quattordici fedeli durante una funzione religiosa in Burkina Faso.
Burkina Faso, dicembre 2019
Per 33 anni l’imam Sana Sid Abdul Rahman ha recitato le preghiere nella sua moschea, a Kelbo, un villaggio nel nord del Burkina Faso. Dell’edificio gli è rimasta solo una foto in cui si vede il minareto color crema e le finestre affacciate sulla balaustra dipinte di giallo, verde e blu. La moschea ha l’aria luminosa e accogliente.
Ora Sana Sid Abdul Rahman prega sul pavimento del salotto della piccola casa alla periferia di Ouagadougou dove ha trovato rifugio: a destra un divano, a sinistra la piccola credenza per le provviste. Almeno la finestra affaccia in direzione della Mecca. L’imam ha 65 anni e fa parte della schiera dei 500mila sfollati del nord del paese che si sono diretti soprattutto verso la capitale Ouagadougou.
Il Burkina Faso è considerato uno dei paesi più poveri al mondo: il reddito medio annuo è di 660 dollari, in vent’anni gli attuali 20 milioni di abitanti saranno raddoppiati. I pascoli si stanno riducendo a causa del cambiamento climatico. Ma l’imam, come tutti gli altri, non è scappato dalla povertà o dalla desertificazione che avanza, bensì dai jihadisti che stanno gettando il paese nel caos. “Ouagadougou è l’unico posto sicuro”, dice.
Il Burkina Faso era considerato un paese tranquillo, ma ormai non è più così: da due anni la situazione è drasticamente peggiorata. Nel 2019 i terroristi hanno ucciso più di novecento persone. Centinaia di migliaia di abitanti hanno vissuto esperienze simili a quelle di Abdul Rahman.
“Sono arrivati un pomeriggio prendendoci completamente alla sprovvista”, racconta. “Ero a casa quando ho sentito gli spari, a circa un chilometro di distanza. Andavano di casa in casa, hanno ucciso dieci persone. Io sono riuscito a scappare prima che arrivassero. Sono corso da mio fratello e con la sua moto abbiamo raggiunto un altro villaggio. Il giorno dopo siamo scappati a Ouagadougou. Dopo l’attacco circa quindicimila persone hanno lasciato la zona”. Quel giorno l’imam ha perso la sua moschea, la casa e 150 sacchi di grano da cento chili l’uno: tutto quello che aveva. “La religione non c’entra, questo è un furto”, dice.
In realtà è entrambe le cose: fanatismo religioso e guadagno. Il Burkina Faso è un esempio di come i jihadisti sappiano reinterpretare i conflitti in termini di guerra di religione, spingendo gli stati fragili sull’orlo del collasso. Le Nazioni Unite avvertono che la zona del Sahel potrebbe diventare una seconda Siria.
Il problema del terrorismo in Burkina Faso ha molto a che vedere con il Mali, il paese con cui confina a nord. Dalla rivolta del 2012 i jihadisti controllano parti del territorio del Mali e la loro influenza si sta espandendo anche in Burkina Faso, che è una preda facile, perché al di fuori di Ouagadougou lo stato è praticamente assente. Nel nord hanno costretto a chiudere più di 1.100 scuole e hanno attaccato centinaia di tribunali, moschee e villaggi. L’esercito può fare ben poco, anche perché i miliziani fanno reclutamenti mirati tra i gruppi che si sentono più trascurati, come i pastori seminomadi, da anni sempre più in conflitto con i contadini stanziali. Si sono appropriati di questo conflitto per rivenderlo ai pastori come un jihad contro gli oppressori, carico di significati religiosi.
Cose del genere avvengono in tutta l’area del Sahel e quasi ovunque nell’Africa subsahariana. Ma in Burkina Faso c’è un elemento in più: qui Al Qaeda e il gruppo Stato islamico non sono nemici, ma insieme sostengono i terroristi locali. Destabilizzando il Burkina Faso i jihadisti sperano di aumentare la loro libertà di movimento e di creare un collegamento con i loro alleati in Nigeria.
Nella regione il gruppo Stato islamico ha due organizzazioni: lo Stato islamico dell’Africa occidentale e lo Stato islamico del grande Sahara. Se un giorno questi riuscissero a fondersi potrebbero tentare un progetto di stato, com’è successo in Siria e in Iraq. Nei territori sotto il loro controllo già distribuiscono carte d’identità e riscuotono le tasse, con il consenso dell’Is. Nel 2019 per tre volte i combattenti della regione sono finiti sulla copertina di Al Naba, il giornale del gruppo terroristico.
Ai jihadisti non mancano né il denaro né le capacità. Una parte dei loro guadagni arriva dai rapimenti: un ostaggio occidentale vale fino a 15 milioni di euro. In Burkina Faso controllano i giacimenti d’oro illegali. In Mali, in Niger e in altri stati della regione dimostrano regolarmente di essere in grado di spazzar via le basi militari. Per ora la loro strategia si limita a ottenere il controllo delle aree rurali, come quella da cui è fuggito Abdul Rahman. Ma le cose potrebbero cambiare. Ouagadougou è una città che si sta chiudendo su se stessa: s’innalzano muri e s’inaspriscono i controlli di sicurezza.
Per questi motivi l’Unione africana, il G5 del Sahel (una coalizione che comprende Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) e la Francia sono costantemente alla ricerca di sostegno nella lotta al terrorismo, ma finora non hanno avuto molto successo. “Le cose vanno sempre peggio”, dice l’imam. E ha ragione. Per i miliziani del Sahel il momento è propizio, non hanno bisogno di un califfato dell’Is in Medio Oriente.
• 24 dicembre 2019: i jihadisti attaccano una base militare in Burkina Faso. Muoiono 35 persone.
• 27 dicembre: l’Is pubblica un video che mostra l’uccisione di undici cristiani in Nigeria.
• 5 gennaio 2020: con una risoluzione non vincolante il parlamento iracheno chiede il ritiro di tutte le truppe straniere.
• 20 gennaio: l’Onu avverte che l’Is si sta rafforzando in Medio Oriente e potrebbe realizzare attentati in occidente.
• 3 febbraio: l’Is rivendica un attentato a Londra. L’attentatore ha aggredito due persone con un coltello.
• 5 febbraio: l’Is rivendica un attacco contro
i militari indiani nel Kashmir.
Sri Lanka, febbraio 2020
La chiesa cattolica di Sant’Antonio si trova nel vivace quartiere portuale di Colombo, tra risciò che suonano il clacson, gru che cigolano e venditori ambulanti che offrono la loro merce. La chiesa è imponente, la facciata spicca con il suo bianco abbagliante in mezzo alle case colorate. Il caldo è afoso, fanno più di 30 gradi. I fedeli cominciano ad arrivare ben prima dell’inizio della messa di mezzogiorno. Per entrare devono superare i controlli di sicurezza. All’interno si fanno benedire con l’acqua santa oppure accendono candele sottili davanti a una delle statue dei santi. La chiesa di Sant’Antonio non è un semplice edificio per il culto, è anche un santuario. Ci sono uffici con preti a disposizione per i colloqui e una mensa per i poveri. Il soffitto è alto, di legno, due ventilatori muovono l’aria. “Sant’Antonio protettore degli innocenti”, intona un prete al microfono e la comunità gli risponde.
Ci vuole un po’ per accorgersi che il pavimento in fondo alla chiesa è pieno di buchi grandi quanto una moneta, che si irradiano a partire dal centro. I piccoli crateri sono stati causati dalle viti e dai bulloni contenuti nella bomba che, alle 8.45 del 21 aprile 2019, l’attentatore suicida ha fatto esplodere proprio qui. Nel bel mezzo della messa della domenica di Pasqua. “Allora non c’erano controlli”, racconta padre Basil Nicholas. “Non ci aspettavamo certo una cosa simile”.
Quando è successo il prete era nella sala da pranzo del primo piano. Ha sceso le scale di corsa, ha visto i morti, ha sentito gemere i feriti. Quel giorno 55 fedeli sono stati uccisi e centinaia sono rimasti feriti. Ma il santuario non era l’unico obiettivo. Nello stesso giorno, otto attentatori suicidi hanno attaccato altri sei obiettivi.
Alle 8.47 l’ hotel Kingsbury a Colombo.
Alle 8.47 la chiesa di San Sebastiano a Ngombo.
Alle 8.54 l’ hotel Shangri-La a Colombo.
Alle 9.00 il grand hotel Cinnamon a Colombo.
Alle 9.05 la Zion church a Batticaloa.
Alle 13.20 il Tropical Inn a Colombo.
E alle 14.25 la moglie incinta di un attentatore si è fatta saltare in aria con i suoi tre figli quando la polizia è arrivata davanti a casa sua.
In totale sono morte almeno 259 persone. Il giorno dopo il gruppo Stato islamico ha rivendicato il massacro. Fino a oggi è la serie di attacchi più sanguinosa nella storia dell’organizzazione. E ha avuto luogo un mese dopo la fine del califfato in Siria e in Iraq. Bastano gli attentati della domenica di Pasqua in Sri Lanka a provare che l’ideologia dell’Is è sopravvissuta a quella sconfitta.
È ancora più evidente se si considera che gli attentatori erano tutti srilanchesi, appartenenti a un gruppo islamista locale guidato da Zahran Hashim, 34 anni, che si è fatto saltare in aria nel ristorante Table One dell’hotel Shangri-La. Hashim si era radicalizzato nel 2015 e nell’ultimo periodo inneggiava sempre più apertamente all’Is. Alcuni dei suoi seguaci erano noti estremisti, mentre due erano ricchi rampolli di una famiglia di commercianti di spezie, che si erano avvicinati allo Stato islamico all’insaputa di tutti. Sembra che fossero loro a finanziare l’organizzazione.
Un anno prima dell’attacco per un certo periodo Hashim era sparito. Il suo account YouTube veniva gestito dall’India meridionale. Probabilmente aveva contatti anche con i jihadisti del paese vicino. Sicuramente ne aveva con i simpatizzanti dell’Is in Bangladesh e in Afghanistan, come dimostrano i dati del suo cellulare. Nessun componente della sua cellula aveva combattuto in Siria o in Iraq. Piuttosto, in un certo senso Hashim e i suoi affiliati con i loro attentati hanno fatto un omaggio all’Is, per dimostrare al mondo che l’organizzazione era ancora attiva. In un video giurano fedeltà all’Is: gli otto attentatori indossano vesti nere e, con l’eccezione di Hashim, sono tutti a volto coperto. Gli investigatori in Sri Lanka credono che Hashim abbia incaricato qualcuno di recapitare il video all’Is, che l’ha pubblicato dopo l’attentato come prova di un collegamento tra i due gruppi.
Gli investigatori hanno anche scoperto che inizialmente la cellula di Hashim oltre agli hotel voleva attaccare templi buddisti invece delle chiese. Sarebbe stato logico, visto che in Sri Lanka periodicamente esplodono conflitti sanguinosi tra estremisti buddisti e musulmani. Gli attentatori hanno cambiato i loro piani per adattare il massacro agli obiettivi dell’Is: colpendo i cristiani si ottiene più attenzione da parte dell’occidente.
Inoltre, in questo modo gli attacchi sarebbero stati interpretati come una reazione all’attentato contro due moschee compiuto cinque settimane prima in Nuova Zelanda da un estremista di destra. E si sarebbero inseriti meglio nella narrazione dell’Is per cui “i musulmani” sarebbero impegnati in una lotta globale contro i “crociati”.
Il gruppo Stato islamico ha accettato l’omaggio con gratitudine, presentando il massacro come una vendetta per la morte del suo capo Al Baghdadi, ucciso dalle forze speciali statunitensi, e come un’importante tappa nella guerra contro i crociati “in un momento in cui gli infedeli già pensavano di aver distrutto l’Is”.
È particolarmente tragico che nelle settimane, nei giorni e perfino nelle ore precedenti agli attacchi, gli apparati di sicurezza srilanchesi avessero ricevuto dall’India avvertimenti precisi, inclusi i nomi di alcuni attentatori. Probabilmente la strage si sarebbe potuta impedire.
In seguito a Colombo c’è stato un cambio di governo e da allora gli attacchi terroristici non sono più un argomento di discussione. È bene che il mondo li dimentichi, del resto il paese vive del turismo internazionale.
Forse è anche per questo che in nessuno degli hotel attaccati c’è una targa commemorativa. Anzi, le cose vanno avanti come se niente fosse. Nello Shangri-La, il ristorante distrutto è nascosto da un muro di assi di legno, al Cinnamon sono in corso “lavori di ristrutturazione”, al Kingsbury li hanno già fatti.
Nelle chiese, invece, la memoria della domenica nera di Pasqua è più viva. Alle pareti del santuario di Sant’Antonio ci sono poster con le foto della devastazione. “Vogliamo verità e giustizia per chi ha perso la vita”, dice padre Chamara, vicerettore della struttura.
Questione di tempo
Per arrivare alla verità bisogna anche riconoscere che quello che è successo in Sri Lanka può succedere ovunque si formi una cellula legata al gruppo Stato islamico. Può darsi che l’Is abbia perso molti combattenti e il suo territorio ma, sotto la cenere, la sua ideologia non si è spenta, così come la determinazione dei suoi seguaci.
In Medio Oriente l’Is sopravvive come rete clandestina, mentre nella zona del Sahel i jihadisti sono diventati una potenza. Nelle Filippine, nella penisola egiziana del Sinai, in Libia e in Afghanistan, l’Is ha a disposizione centinaia di affiliati. I terroristi sono convinti di avere il tempo dalla loro parte. “La nostra jihad non si basa sull’idea di una vittoria in tempi rapidi”, si legge in una recente pubblicazione del gruppo.
• Febbraio 2020: un resoconto del Pentagono ammette che la morte di Al Baghdadi ha avuto scarsi effetti sull’Is.
• 17 febbraio: l’Is pubblica le immagini di un nuovo campo di addestramento in Somalia che porta il nome di Al Baghdadi.
• 25 febbraio: combattenti dell’Is uccidono nove militari in Mozambico.
• 5 marzo: i jihadisti uccidono militari in Mozambico.
• 8 marzo: i jihadisti dell’Is uccidono due militari statunitensi vicino a Makhmur, in Iraq, non lontano dal monte Qara Chokh. ◆ _ sk_
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Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati