La Lufthansa sapeva che Andreas Lubitz soffriva di depressione

La polizia ha avviato un’indagine su Andreas Lubitz, il copilota dell’aereo Airbus A320 precipitato sulle Alpi francesi il 24 marzo con 150 persone a bordo

Perché le autorità hanno scartato subito il terrorismo tra le cause dell’incidente della Germanwings?

27 marzo 2015 13:12
La polizia francese sul luogo dove l’Airbus A320 della Germanwings si è schiantato, sulle Alpi francesi, il 24 marzo 2015. (Jean-Paul Pelissier, Reuters/Contrasto)

Quando ancora non si sapeva che il 24 marzo l’aereo Germanwings non era precipitato per cause accidentali ma per un atto intenzionale del copilota Andreas Lubitz, che ha diretto l’Airbus verso il suolo uccidendo altre 149 persone, almeno una cosa è sembrata subito chiara: non era stato un atto terroristico. A dichiararlo è stato il ministro dell’interno tedesco, secondo cui non c’erano “indizi” che permettessero di ricondurre l’incidente a “un contesto terroristico”. Il 25 marzo il ministro dell’interno francese aveva detto che il terrorismo non era un’ipotesi probabile anche se non si poteva escludere nessuna possibilità. E quando è apparso chiaro che era stato il copilota a far schiantare l’aereo e che il copilota non proveniva da un “contesto terroristico”, la motivazione terroristica è stata scartata.

Alcuni si saranno stupiti nel vedere esclusa tanto presto la motivazione terroristica, dato che in seguito a questo tipo di tragedie l’approccio ufficiale è sempre quello di non scartare nessuna ipotesi. D’altra parte, in questo caso sembrava mancare quella che, dall’11 settembre in poi, è stata considerata la condicio sine qua non degli attacchi terroristici: il pilota non era musulmano.

Andreas Lubitz non era musulmano: come avrebbe potuto essere un terrorista?

“Non immagino cosa sarebbe successo se avesse avuto il mio nome”, ha scritto su Facebook il libanese Mohamad Najem, che nell’immagine del suo profilo indossa una kefiah, il tradizionale copricapo arabo.

Se a guidare quell’aereo fosse stato un musulmano (o un arabo), l’incidente sarebbe stato un attacco terroristico fino a prova contraria (e anche allora probabilmente la responsabilità sarebbe stata data ai musulmani). Le autorità avrebbero parlato di “presunto” attacco, ma di sicuro i mezzi d’informazione meno scrupolosi avrebbero parlato di terrorismo, di jihad e di guerra all’occidente. Qualcuno avrebbe identificato tutti gli antenati del pilota, e i suoi familiari o amici che abbracciano ideologie estremiste sarebbero stati messi sotto esame per trovare una conferma delle motivazioni e degli influssi fondamentalisti.

Nel marzo del 2014, quando il volo MH370 della Malaysia Airlines è scomparso, la possibilità di un attacco terroristico è stata contemplata immediatamente, seppur considerata improbabile perché in Malesia “vivono solo pochissimi fondamentalisti islamici”. Quando, nel 2011, novantadue persone sono morte in un attacco in Norvegia, le prime ipotesi (successivamente escluse in seguito all’arresto del responsabile, Anders Behring Breivik, un fondamentalista cristiano) furono collegate a un atto di matrice jihadista. È quasi automatico: anche se appena il 6 per cento degli attentati compiuti negli Stati Uniti tra il 1980 e il 2005 è stato commesso da musulmani, e anche se questa percentuale si riduce al 2 per cento tra quelli che hanno colpito l’Europa negli ultimi cinque anni, la parola “attentato” sembra connotare immediatamente un atto compiuto da un fondamentalista islamico.

Un giudizio precipitoso di fronte ad attacchi terroristici è problematico anche quando il responsabile è musulmano. Come Glenn Greenwald ha osservato dopo l’attentato alla maratona di Boston, la rapidità con cui un attacco compiuto da musulmani viene collegato al fondamentalismo può essere fuorviante, in quanto annulla la differenza tra motivazioni religiose e politiche.

Ahimè, non stiamo chiedendo a tutti i tedeschi (o a tutti i piloti) di condannare apertamente l’atto di questo pilota in particolare. Loro ovviamente lo condannano, ma come mai non gli chiediamo di farlo? C’è una parola per spiegare questo atteggiamento: pregiudizio.

Il termine pregiudizio trae origine dal latino prae-, prima, e judicium, giudizio, e si riferisce alla tendenza a giudicare una persona o una situazione prima di sapere, di controllare e di verificare. Il giudizio, che dovrebbe essere una conclusione, diventa il punto di partenza, e dal momento che il pregiudizio è forte come il giudizio, una volta che è stato emesso è difficile sbarazzarsene. Un caso come quello di Andreas Lubitz, che ci fa vedere come procedono le cose in assenza di un tale pregiudizio, evidenzia quanta ingiustizia debbano subire persone che non sono né bianche né occidentali e a cui quindi non è concesso il beneficio del dubbio.

Con questo non voglio dire che l’incidente della Germanwings dovrebbe essere considerato terroristico. La definizione di terrorismo implica una motivazione ideologica o politica, e se questa manca, la causa è differente e anche la definizione dovrebbe esserlo. Ma è innegabile che la velocità con cui abbiamo escluso l’ipotesi di un atto terroristico metta in luce il forte pregiudizio antislamico del mondo occidentale.

(Questo articolo è uscito su Quartz. Traduzione di Floriana Pagano)

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