28 luglio 2017 15:02

Com’era prevedibile, la gerarchia cattolica tedesca non è stata entusiasta quando il 30 giugno i legislatori hanno deciso, con 393 voti a favore e 226 contrari, di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. L’arcivescovo di Berlino, Heiner Koch, è stato uno dei molti religiosi a esprimere il parere della chiesa, e cioè che dovrebbe essere mantenuta una distinzione tra unioni civili – per le coppie gay – e matrimonio – per quelle eterosessuali. La decisione del parlamento “non tiene conto della percezione diversa nei confronti delle varie forme di unione, preferendo sottolineare il valore delle unioni omosessuali. Ma la differenza non è discriminazione, e la convivenza tra persone dello stesso sesso può essere riconosciuta attraverso altri mezzi legislativi senza stravolgere l’istituto giuridico del matrimonio”.

Ma in verità l’opposizione al cambiamento è stata relativamente blanda, soprattutto se confrontata a quello che è successo in Francia nel 2013, con le enormi manifestazioni di piazza scatenate da una misura simile.

Il fatto stesso che i vescovi tedeschi riconoscano un valore alle coppie omosessuali (purché non siano descritte come un matrimonio) potrebbe essere incredibile per uno statunitense abituato alle guerre culturali combattute con le unghie e con i denti.

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In Francia il matrimonio gay è stato legalizzato nel maggio del 2013. Le proteste, tra cui quattro grandi manifestazioni a Parigi nel giro di sei mesi, non hanno impedito il cambiamento. Ma sono comunque riuscite a passare alla storia, come succede con i grandi e inaspettati fenomeni sociali e politici.

Fedeli al nome del movimento – Manif pour tous (Protesta per tutti) – le adunanze francesi hanno riunito un’ampia coalizione. Alcuni provenivano dalla destra e dall’estrema destra della politica: c’erano cattolici dei quartieri benestanti di Parigi, persone meno abbienti provenienti dalle province, e dei musulmani. Alcuni parlavano anche la lingua della sinistra anticapitalista, sostenendo che le adozioni gay e la maternità surrogata potrebbero portare a un mercato degli embrioni. In un certo senso, il movimento ha semplicemente capitalizzato l’impopolarità generale di François Hollande, allora presidente socialista.

Anche la Germania ha visto proteste simili a quelle francesi, con striscioni simili (Demo für Alle). Come in Francia, le manifestazioni hanno ricevuto incoraggiamenti discreti dai politici e dagli uomini di chiesa, ma quelle tedesche (incentrate in particolare sulle mosse per liberalizzare l’educazione sessuale e sul gender) sono state più piccole e hanno provocato delle contromanifestazioni. È ancora possibile che il matrimonio omosessuale sia ostacolato in Germania, con la motivazione che violerebbe la costituzione. Ma la discussione sarà nei tribunali, non nelle piazze.

Un’eccessiva assertività sarebbe imprudente in un momento in cui la chiesa cattolica è coinvolta in uno scandalo

Questo contrasto franco-tedesco sembra paradossale. Anche se ciascun paese comprende un ampio spettro di opinioni, le norme sociali tedesche sono in qualche modo più conservatrici di quelle francesi. Prendiamo il caso dell’aborto: anche se entrambi i paesi hanno regimi abbastanza liberali che consentono di interrompere una gravidanza fino alla dodicesima settimana, quella tedesca prevede che le donne devono sottostare a una consulenza – in cui viene sottolineato che i feti sono titolari di diritti – prima di procedere all’interruzione. Sarebbe difficile immaginare una cosa del genere in Francia.

Alcune ragioni per la differenza franco-tedesca sono abbastanza chiare. In Germania, per evidenti ragioni storiche, ogni movimento popolare che scivoli verso l’estrema destra viene visto come fumo negli occhi.

Ma forse una ragione più profonda ha a che fare con lo status formale della religione nei due paesi. In Francia, fin dalla rivoluzione, e specialmente da quando, nel 1905, fu instaurato un regime di laicité, essere un cattolico praticante (o praticare seriamente qualsiasi religione) era avvertito come un atteggiamento controculturale: un atto di protesta contro l’ordine esistente. Quindi il linguaggio del vittimismo e della lamentela (anche tra chi indossa blazer blu o sciarpe di seta) non è strano.

In Germania, invece, le principali chiese cristiane (quella luterana e quella cattolica) hanno una posizione privilegiata. Anche se hanno sempre meno fedeli, come confermano alcune cifre di recente pubblicazione, continuano a ricevere finanziamenti da decine di milioni di cittadini grazie al sistema fiscale. Nella maggior parte degli stati federali tedeschi, le chiese hanno una tradizionale posizione di consulenti per l’istruzione e, talvolta, nei mezzi di comunicazione.

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Come succede con le chiese formalmente stabilite in altri paesi europei, come il Regno Unito e la Danimarca, i chierici tedeschi probabilmente hanno un istinto che dice loro di non esercitare troppo i loro privilegi. Un’eccessiva assertività sarebbe estremamente imprudente in un momento in cui la chiesa cattolica si trova coinvolta in uno scandalo.

Il vescovo di Ratisbona è stato uno di quelli che ha invitato il suo gregge a scrivere ai legislatori di Berlino a sostegno del matrimonio tradizionale. Ma la sua diocesi è al centro dell’attenzione per un altro motivo: le recenti rivelazioni che più di 500 ragazzi hanno subìto abusi fisici, psicologici o sessuali in una scuola di musica per il coro della cattedrale.

In un certo senso, la differenza tra la Francia e la Germania su questo punto indica il dilemma dei leader cristiani in tutta Europa. È meglio godere di privilegi storicamente ereditati e praticare una forma di autocontrollo politico per paura di esasperare un’opinione pubblica già piuttosto scettica? O è più conveniente spogliarsi di quasi tutti i privilegi, come è successo in Francia, ed essere più liberi di esprimere le proprie convinzioni?

(Traduzione di Stefania Mascetti)

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale britannico The Economist.