26 maggio 2020 17:03

Nel gennaio del 2021 quattro grigi apparatchik la cui faccia e il cui nome sono poco noti in Vietnam, figuriamoci all’estero, emergeranno dal tredicesimo congresso quinquennale del Partito comunista come coloro che dovranno governare il paese di 96 milioni di abitanti. La formazione dei quattro trasmetterà il motto ordine e consenso, ossessione di quella che è una delle organizzazioni politiche più segrete del mondo. Tuttavia, lontano dagli occhi, la lotta per i posti migliori causerà una lotta senza quartiere. Già cominciata con il plenum del comitato centrale del partito, l’incontro preparatorio che si è appena tenuto per discutere il ricambio di leadership.

Questa organizzazione del partito contrasta con il tipo di potere personale che Xi Jinping ha messo in piedi in Cina. Si basa su quattro “pilastri”: infatti i detentori del posto di segretario generale del partito (l’incarico più cruciale), presidente dello stato (spesso un prestanome), primo ministro (che guida le attività quotidiane del governo) e presidente dell’assemblea nazionale (che, una volta totalmente obbediente, sta gradualmente trovando una sua voce) devono essere diversi. È abbastanza un’eccezione che Nguyễn Phú Trọng, l’attuale segretario generale, abbia dovuto assumere il posto di presidente quando quello in carica è morto, nel 2018. Il prossimo anno la leadership tornerà quasi sicuramente a quattro.

Giochi di poltrone
Il sistema è consolidato da tempo. Sette dei 19 esponenti del Politburo con più di 65 anni devono andare via, per essere sostituti da sette nuove reclute provenienti dalla segreteria del partito. Solo un anziano può rimanere, come segretario generale. È improbabile che si tratti di Trọng, che ha 76 anni e si dice che sia in cattiva salute.

Il primo ministro, Nguyễn Xuân Phúc, che ha 65 anni, potrebbe immaginare di avere qualche possibilità. Ha guidato la lotta contro il covid-19, in cui il Vietnam ha brillato, visto che non ci sono state morti confermate. Manager economico competente, Phúc ora sta cercando di rilanciare il commercio, in situazione disastrosa, e gli investimenti esteri. Ma, secondo Tuong Vu dell’Università dell’Oregon, a Phúc manca il tratto essenziale per guidare il partito: la devozione all’ideologia marxista-leninista, comprovata con l’esperienza nella propaganda o nel far rispettare la disciplina. Tra gli altri contendenti, la presidente dell’assemblea nazionale, Nguyễn Thị Kim Ngân, paga il fatto di essere donna, mentre il 49enne Võ Văn Thưởng, un mago emergente della propaganda, è probabilmente troppo giovane. Quindi si potrebbe scommettere sul 67enne Trần Quốc Vượng, il braccio destro di Trọng, che potrebbe prendere il posto del suo capo.

I candidati per gli altri tre posti sono più facili. Il vice di Phúc, Vương Đình Huệ, potrebbe succedergli come primo ministro. La presidente Ngân potrebbe cedere il passo a un’altra donna, Trương Thị Mai, immersa nel lavoro del partito. L’attuale ministro degli esteri, Hạm Bình Minh, potrebbe diventare presidente.

La dipendenza economica e i legami ideologici con la Cina sono profondi. Ma il Vietnam vede il suo vicino del nord con diffidenza

Tutto abbastanza liscio. Eppure tre minacce potrebbero sfidare l’ordine consensuale negli anni a venire. Una è la mancanza di controllo sulla corruzione. Gli scandali che circondano i capi di partito nelle due più grandi città del paese, Hanoi e Ho Chi Minh, hanno offuscato la reputazione del partito. Trọng una volta ha affermato che combattere la corruzione mantenendo la stabilità è come “catturare un topo senza rompere il piatto”.

Un’altra minaccia è il controllo del potere da parte del nord. Dalla guerra del Vietnam, i settentrionali hanno visto il sud come ideologicamente sospetto. Hanoi e le circostanti regioni del nord hanno anche ostacolato lo sviluppo delle infrastrutture, finanziato dal vivace sud. Se, come è probabile, nessuno del sud sarà rappresentato nella massima leadership, afferma Le Hong Hiep dell’Iseas-Yusof Ishak Institute, un think tank di Singapore, i meridionali dovranno essere promossi nel Politburo con un occhio al prossimo rimpasto del 2026. Altrimenti aumenterà il risentimento del sud.

La terza minaccia proviene dalla complessa relazione del Vietnam con la Cina. La dipendenza economica e i legami ideologici sono profondi. Ma il Vietnam vede il suo vicino del nord con diffidenza. Questo aiuta a spiegare il successo in occasione del coronavirus: non avendo fiducia nelle rassicurazioni della Cina sul decorso dell’infezione nei primi giorni dell’epidemia, il Vietnam si è rapidamente messo sul piede di guerra, perfino lanciando attacchi informatici contro la Cina per raccogliere informazioni sul vero andamento del virus.

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Intanto i leader lottano per trattare con la Cina su alcuni territori contesi e sulle rivendicazioni nel mar Cinese Meridionale. Sotto la copertura della pandemia globale, la Cina è diventata sempre più aggressiva, affondando un peschereccio vietnamita, dando nomi cinesi a decine di isolotti e stabilendo nuovi distretti amministrativi sulle isole e sugli atolli che controlla, compreso l’arcipelago Paracel, sottratto al Vietnam nel 1974.

I leader del Vietnam promuovono con ansia rapporti pacifici con la Cina. Ma se le crescenti ambizioni della Cina non fanno concessioni alla sensibilità vietnamita, allora un’eventuale rottura diventa più probabile. Questo scompiglierebbe i capelli grigi di qualsiasi formazione di leader.