11 giugno 2020 14:25

Il 28 febbraio 1986, quando il primo ministro svedese Olof Palme fu assassinato, in Svezia il terrorismo era una preoccupazione molto vaga. La polizia impiegò cinque ore per posizionare le barriere attorno al luogo del delitto. Palme e la moglie stavano passeggiando senza scorta nel centro di Stoccolma dopo aver visto un film al cinema. Leader del Partito socialdemocratico dal 1969, Palme era un pilastro dello stato sociale svedese e l’architetto di una politica estera orientata a sinistra, critica nei confronti dell’intervento statunitense in Vietnam e aperta ai governi socialisti del terzo mondo. Palme si era schierato contro l’apartheid, e per decenni si è pensato che a ucciderlo fossero stati degli agenti sudafricani. A marzo di quest’anno gli inquirenti svedesi hanno incontrato i servizi segreti sudafricani a Pretoria e hanno annunciato che il risultato delle loro indagini sarebbe stato reso pubblico il 10 giugno.

Come in molti thriller svedesi, l’epilogo è stato deludente. Il procuratore che si è occupato del caso, Krister Petersson, ha concluso che Palme è stato ucciso da Stig Engstrom, grafico e attivista di centrodestra. Dopo l’omicidio Engstrom si era presentato alla polizia come testimone, dichiarando di essere uscito dal suo ufficio nella sede della compagnia di assicurazioni Skandia proprio mentre Palme e la moglie passavano da lì. Ma la sua versione è cambiata nel corso degli anni, e gli inquirenti hanno stabilito che l’assassino è lui. Engstrom è morto nel 2000, di conseguenza il caso è stato chiuso.

Sogno socialista
La notizia ha lasciato con l’amaro in bocca gli svedesi, anche perché l’indagine non ha prodotto nuove prove. L’arma del delitto non è mai stata trovata. Engstrom aveva convinzioni antisocialiste, era alcolizzato e aveva problemi con la moglie, ma non era mai stato considerato un sospetto fino al 2017, quando una nuova squadra è stata assegnata alle indagini.

Inoltre sembra una fine troppo casuale per una figura così importante per la storia svedese. Ministro dell’istruzione negli anni sessanta, Palme aveva sintetizzato l’approccio moderato del governo nei confronti dei giovani radicali facendo visita agli studenti in sciopero. Quando era ministro delle infrastrutture aveva gestito il passaggio dalla guida a sinistra a quella a destra. Da primo ministro aveva rafforzato lo stato sociale svedese trasformandolo in un modello per tutto il mondo, aumentando le pensioni, i sussidi per disabilità, l’assistenza all’infanzia, i contributi per gli alloggi e il sistema sanitario universale. Ha reso gratuita l’ammissione all’università. Alcune di queste misure sono poi state revocate, ma molte altre no.

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Sulla scena internazionale, è stato Palme a rendere la Svezia un paese paladino dei diritti umani. Ha superato le divisioni della guerra fredda coltivando rapporti cordiali con Cuba e l’Unione Sovietica e trasformando la Svezia in un rifugio per gli statunitensi che non volevano combattere in Vietnam. Ha incarnato la convinzione scandinava secondo cui qualche forma di socialismo democratico era senza dubbio la destinazione finale dell’umanità. Come ha scritto il giornalista britannico Andrew Brown a proposito della vita in Svezia in quel periodo, “la bellezza e la tragedia degli anni di Palme è che quando gli svedesi guardavano al resto del mondo, davano per scontato che anche tutti gli altri dovessero condividere l’idea svedese di moralità”.

La vita personale di Palme rispecchiava ostentatamente le sue convinzioni egalitarie. Lui e sua moglie abitavano in una casa modesta dove i giornalisti che andavano a intervistarlo potevano ritrovarsi a dare una mano a preparare la cena. Questa informalità, alla fine, ha contribuito alla sua morte. Per molti svedesi l’omicidio di Palme rappresenta il momento in cui il vecchio sogno socialista è svanito. Per questo sembra assurdo che un evento così importante sia dovuto non a una cospirazione globale, ma alle squallide azioni di un individuo insignificante.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.