Il bilancio delle vittime dell’incendio più grave scoppiato negli Stati Uniti da più di un secolo a questa parte potrebbe superare la soglia dei cento morti, alimentando le critiche nei confronti di una risposta da parte delle autorità ritenuta inadeguata e complice della pesante perdita di vite umane.

Le vittime accertate sono salite a 93 nella tarda serata del 12 agosto, ma la cifra potrebbe salire mentre le squadre di recupero con i cani da soccorso continuano a perlustrare case e veicoli bruciati nell’epicentro dell’incendio a Lahaina, sull’isola di Maui. La storica città costiera è stata quasi completamente distrutta dalle fiamme dilagate rapidamente nelle prime ore del mattino dell’8 agosto, e i sopravvissuti hanno dichiarato che non erano stati lanciati allarmi.

Secondo le stime ufficiali, l’80 per cento di Lahaina è bruciato, più di 2.200 strutture sono state danneggiate o distrutte, causando danni per 5,5 miliardi di dollari e lasciando migliaia di persone senza casa. Tra le rovine della città di oltre 12mila abitanti e antica dimora della famiglia reale hawaiana, solo un iconico albero di banyan vecchio di 150 anni è rimasto in piedi anche se gravemente bruciato.

Il presidente Joe Biden ha dichiarato che sta “valutando” la possibilità di visitare l’isola.

Una stagione infiammata
L’incendio è il più devastante negli Stati Uniti dal 1918, quando in Minnesota e Wisconsin morirono 453 persone, afferma il gruppo di ricerca non profit National fire protection association.

Il bilancio delle vittime ha superato anche quello dell’incendio di Camp Fire del 2018 in California, che ha praticamente cancellato la piccola città di Paradise e ucciso 86 persone.

Gli incendi di Maui seguono altri eventi meteorologici estremi che si sono verificati quest’estate in Nordamerica, con incendi incontrollati ancora in corso in Canada e una forte ondata di calore nel sud-ovest degli Stati Uniti.

Anche l’Europa e alcune parti dell’Asia hanno subìto un’impennata delle temperature, con grandi incendi e inondazioni che hanno provocato vasti danni.

Come sono scoppiati gli incendi?
Gran parte dell’arcipelago hawaiano era già in preallarme quando l’8 agosto sono scoppiati diversi focolai, la cui causa è ancora sconosciuta.

Le autorità “non sono state in grado di determinare cosa abbia scatenato gli incendi”, ha spiegato il generale Kenneth Hara, capo dell’esercito statunitense alle Hawaii. È stata aperta un’indagine.

Le prime fiamme intorno a Lahaina sono apparse all’alba di martedì. Un “incendio di sterpaglie” è stato segnalato “alle 6.37”, aveva segnalato la contea di Maui. Inizialmente è stato dichiarato “contenuto al cento per cento alle ore 9”, ma nel pomeriggio è stata annunciata una ripresa del fuoco.

Altri incendi sono poi divampati in altre zone di Maui e le fiamme si sono propagate molto rapidamente. La popolazione di Lahaina è stata colta di sorpresa: circa un centinaio di persone si sono gettate in mare per sfuggire alle fiamme.

Una cattiva gestione
Durante la crisi a Maui si sono verificate alcune interruzioni di corrente, che hanno impedito a molti abitanti di ricevere gli avvisi di emergenza sui loro telefoni.

Ma non sono suonate nemmeno le sirene di emergenza e molti residenti di Lahaina hanno raccontato di essere venuti a conoscenza dell’incendio solo vedendo i vicini che correvano per strada.

“La montagna dietro di noi ha preso fuoco e nessuno ci ha avvisato”, ha detto Vilma Reed, 63 anni. “Sai quando abbiamo scoperto che c’era un incendio? Quando era di fronte a noi”. Reed, la cui casa è stata distrutta dalle fiamme, ora dipende dagli aiuti e dalla disponibilità altrui e dorme in auto con la figlia, il nipote e due gatti.

Alcuni residenti fuggiti dalle fiamme hanno anche espresso la loro rabbia per i blocchi stradali che impediscono di tornare alle proprie case.

La polizia di Maui ha dichiarato che la popolazione non sarà ammessa a Lahaina mentre sono in corso gli accertamenti di sicurezza e le perquisizioni, nemmeno coloro che possono dimostrare di vivere lì.

Alcuni residenti hanno aspettato per ore sperando di poter entrare per rovistare tra le ceneri delle loro case o cercare animali domestici o persone care scomparse.

Nel suo piano di gestione delle emergenze presentato lo scorso anno, lo stato delle Hawaii aveva definito “basso” il rischio che gli incendi selvaggi per gli abitanti.

Come spiegare la velocità delle fiamme?
Le fiamme sono state alimentate da un mix di condizioni devastanti.

Prima di tutto dai forti venti, che secondo il National weather service statunitense hanno superato i cento chilometri orari. In particolare, sono state alimentate da Dora, un uragano di categoria 4 che soffiava diverse centinaia di chilometri a sud nelle acque dell’oceano Pacifico.

Anche la topografia di Maui, un’isola con due vulcani e diverse montagne al centro e una costa piuttosto piatta, ha giocato un ruolo importante.

Le raffiche provenienti dall’oceano si sono trasformate in correnti d’aria che “sono state spinte lungo i pendii dell’isola verso la città”, spiega Thomas Smith, professore di geografia ambientale alla London School of Economics.

Queste correnti d’aria sono tipicamente “secche e calde”, il che riduce l’umidità della vegetazione e rende gli incendi “più estremi”.

La regione stessa era predisposta per gli incendi, per due motivi.

In primo luogo, a causa di un anno meno piovoso del solito. La parte occidentale di Maui, dove si trova Lahaina, sta vivendo una siccità da “grave” a “moderata”, secondo il Drought monitor degli Stati Uniti.

In secondo luogo, secondo Clay Trauernicht, specialista di incendi presso l’Università delle Hawaii, a causa del declino dell’agricoltura sull’isola a partire dagli anni novanta. I campi un tempo ben curati, che avrebbero potuto rallentare l’incendio, sono stati sostituiti da “vaste distese di piante lasciate crescere selvaggiamente”, ha scritto su Twitter.

Infine, anche se è sempre difficile attribuire un particolare evento al cambiamento climatico, gli scienziati sottolineano regolarmente che il riscaldamento globale sta aumentando la frequenza degli eventi estremi. “Assistiamo a un riscaldamento dell’atmosfera ovunque (…) così che lo stesso incendio che qualche decennio fa sarebbe stato moderato oggi è più intenso”, riassume Yadvinder Malhi, professore di scienze degli ecosistemi all’università di Oxford.

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