23 aprile 2020 10:50

Quando sono scattate le misure di contenimento del covid-19, il primo impulso è stato quello di cercare un parallelo storico. Meglio il 1914, il 1929 o il 1941? Con il passare delle settimane, però, è emersa chiaramente l’unicità storica dello shock che stiamo attraversando. A causa della pandemia si prevede che l’economia degli Stati Uniti perderà un quarto del suo valore. L’effetto è simile a quello della grande depressione, ma c’è una differenza: dopo il 1929 le contrazioni si distribuirono su un periodo di quattro anni, mentre l’implosione attuale sarà concentrata nell’arco di tre mesi. Un crollo di questa portata non si era mai verificato. Ed è terrificante.

Fino all’inizio di marzo il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti era ai minimi storici, mentre alla fine dello stesso mese era già arrivato al 13 per cento, cioè al massimo dai tempi della seconda guerra mondiale. Non conosciamo i dati precisi, perché il sistema di rilevazione della disoccupazione non è stato costruito per registrare un aumento così rapido. Nelle ultime settimane il numero delle persone che hanno chiesto il sussidio ha continuato a crescere: 3,3 milioni in più, poi 6,6 milioni e poi ancora altri 6,6 milioni. Come ha sottolineato l’economista Justin Wolfers, questo significa che negli Stati Uniti la disoccupazione sta crescendo circa dello 0,5 per cento al giorno.

Le economie occidentali sono state colpite da un’onda d’urto senza precedenti. Di solito i cicli economici partono dai settori più instabili (quello immobiliare ed edile, per esempio) e da quelli più esposti alla concorrenza globale, come l’industria automobilistica. Normalmente la crisi concentrata in questi settori si trasmette successivamente al resto dell’economia sotto forma di shock attutito. Il blocco legato al Sars-cov-2, invece, colpisce direttamente i servizi – vendita al dettaglio, beni immobili, istruzione, intrattenimento, ristoranti – cioè le attività che oggi impiegano l’80 per cento della forza lavoro negli Stati Uniti.

Le conseguenze economiche di questi drammi colossali sfuggono a qualsiasi calcolo

Per questo motivo l’effetto catastrofico è immediato. In un settore come quello della vendita al dettaglio, già in difficoltà a causa della concorrenza online, il blocco temporaneo potrebbe rivelarsi fatale. In molti casi i negozi che hanno chiuso all’inizio di marzo non riapriranno più, e quei posti di lavoro saranno definitivamente persi. Milioni di famiglie rischiano un tracollo finanziario.

Le conseguenze della pandemia non si limitano agli Stati Uniti. Molte economie europee stanno affrontando gli effetti della crisi finanziando il lavoro. In questo modo è possibile attenuare l’impennata della disoccupazione, ma il crollo dell’attività economica non può essere nascosto. L’Italia settentrionale è la fonte del 50 per cento del pil nazionale. Secondo le stime più recenti, il pil della Germania, trascinato verso il basso dalla sua dipendenza dalle esportazioni, dovrebbe contrarsi più di quello degli Stati Uniti. Le ultime previsioni dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) sono apocalittiche per tutti. Il più colpito potrebbe essere il Giappone, e questo anche se ha avuto un’epidemia relativamente contenuta.

Nei paesi ricchi, almeno, possiamo provare a valutare il danno. La Cina è stata la prima a imporre il blocco, il 23 gennaio. Secondo gli ultimi dati ufficiali, il tasso di disoccupazione cinese è al 6,2 per cento, il più alto da quando, negli anni novanta, il Partito comunista ha cominciato a rilevarlo ed è stato costretto ad ammettere che il problema non colpiva solo i paesi capitalisti. Tuttavia le cifre comunicate da Pechino sono una stima per difetto, e non forniscono un quadro reale della crisi nel paese. Ufficiosamente si parla del licenziamento di 205 milioni di lavoratori migranti, più di un quarto della forza lavoro. In India qualsiasi valutazione del danno fatto all’economia dall’improvviso blocco di ventuno giorni imposto dal primo ministro Narendra Modi è del tutto inattendibile. Su una forza lavoro di 471 milioni di persone, infatti, solo il 19 per cento è coperto dalla previdenza sociale. Due terzi dei lavoratori non hanno un contratto, e almeno cento milioni sono lavoratori migranti. Molti sono stati obbligati a tornare ai loro villaggi, in un esodo di massa che non si vedeva dalla separazione tra India e Pakistan del 1947.

Le conseguenze economiche di questi drammi colossali sfuggono a qualsiasi calcolo. Quello che resta è una statistica apparentemente anonima, ma in realtà straordinaria: quest’anno, per la prima volta da quando abbiamo cominciato a rilevare in modo affidabile il pil (cioè dopo la seconda guerra mondiale), le economie dei paesi emergenti faranno registrare una crescita negativa. Un intero modello di sviluppo economico è stato fermato di colpo.

Il crollo non è il risultato di una crisi finanziaria, e non è neanche la conseguenza diretta della pandemia. Al contrario, è il prodotto di una precisa scelta politica che è in sé una novità assoluta. A quanto pare è più facile fermare un’economia che stimolarla. Anche gli sforzi per attutire gli effetti di questa crisi hanno una valenza storica. Negli Stati Uniti il pacchetto di sostegno approvato dal congresso pochi giorni dopo il blocco è il più imponente della storia del paese in tempo di pace. In tutto il mondo emerge una disponibilità ad allentare i cordoni della borsa. La Germania, paese tradizionalmente conservatore in materia di finanza pubblica, ha dichiarato lo stato d’emergenza e ha eliminato i limiti sul debito pubblico. Stiamo assistendo alla più vasta manovra di bilancio del dopoguerra, i cui effetti si faranno sentire nei prossimi mesi. Anche perché è già chiaro che il primo intervento potrebbe non bastare.

Nuovi programmi
Un obiettivo ancora più pressante è quello di evitare che il rallentamento si trasformi in una gigantesca crisi del debito. Molti sostengono che la Federal reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti, stia seguendo il metodo già adottato nel 2008. In un certo senso è vero. Un giorno dopo l’altro, l’istituto presenta nuovi programmi per sostenere ogni settore del mercato finanziario. Ma la differenza sta nella scala dell’intervento. Per contrastare l’effetto spaventoso delle misure di contenimento, la Fed ha sbloccato una quantità immensa di liquidità. Alla fine di marzo comprava titoli al ritmo di novanta miliardi di dollari al giorno, più di quanto facesse ogni mese dopo la crisi del 2008. Ogni secondo che passa la Fed scambia quasi un milione di dollari in titoli ipotecari e titoli di stato con denaro contante.

Il grande sforzo di compensazione ha evitato un tracollo finanziario globale immediato, ma a questo punto è chiaro che ci attende un periodo in cui il calo dei consumi e degli investimenti provocherà un’ulteriore contrazione. Il 73 per cento delle famiglie statunitensi dichiara di aver perso reddito a marzo. Per molti questa perdita è catastrofica e crea carenze gravi e il rischio di bancarotta. Le inadempienze sui crediti al consumo aumenteranno inevitabilmente, causando un danno prolungato al sistema finanziario. Nel frattempo il consumo di benzina in Europa si è già ridotto dell’88 per cento. Il mercato automobilistico è paralizzato e i produttori europei e asiatici devono fare i conti con quantità enormi di automobili invendute.

Con il proseguimento del blocco aumenteranno i danni all’economia e si allungheranno i tempi di ripresa. La Cina sta lentamente tornando alla regolare attività economica, ma considerando il rischio di una seconda ondata di covid-19 nessuno può dire quando (e per quanto tempo) la vita potrà tornare alla normalità. A meno di scoperte mediche decisive, sembra probabile che le restrizioni alla mobilità dovranno essere mantenute a lungo per gestire l’irregolarità del contenimento. A questo punto lo scenario di una ripresa lenta e a singhiozzo sembra molto più plausibile di un improvviso rimbalzo economico.

Di sicuro le difficoltà finanziarie continueranno per anni, anche dopo il ripristino della produzione e dell’occupazione. Nell’urgenza del momento è raro che si affronti il tema della politica di bilancio, ma la questione prima o poi farà discutere. Stiamo registrando il più consistente aumento del debito pubblico della storia in tempo di pace. Per il momento “parcheggiamo” il debito nei bilanci delle banche centrali, che hanno anche la possibilità di mantenere bassi i tassi d’interesse e controllare il costo del debito. Ma a lungo termine il problema resta. La soluzione classica è quella di estinguerlo attraverso gli avanzi del bilancio pubblico prodotti aumentando le tasse o tagliando la spesa. Ma la storia ci insegna che esistono anche delle alternative più radicali.

La prima passa attraverso un’esplosione dell’inflazione, anche se non è chiaro come potrebbe essere gestita. Un’altra possibilità è il cosiddetto “giubileo” del debito, un modo educato per indicare un’insolvenza pubblica (che è comunque meno drastico di quanto sembra, perché riguarda solo i debiti nei conti delle banche centrali). Qualcuno ritiene che per le banche centrali sarebbe più semplice dare i soldi direttamente ai governi invece di continuare a comprare titoli del debito pubblico. Il 9 aprile la Banca d’Inghilterra ha annunciato che seguirà questa strada. In parole povere, la banca centrale sta stampando moneta. Il fatto che una soluzione simile sia stata presa in considerazione, per di più da un governo conservatore, ci fa capire quanto sia grave la situazione. Altrettanto significativo è il fatto che la decisione della Banca d’Inghilterra, invece di scatenare una reazione smodata e la corsa alle vendite dei titoli, non abbia particolarmente impressionato i mercati finanziari, perfettamente consapevoli delle acrobazie che le banche centrali saranno costrette a fare.

Un conflitto durissimo
Questa rassegnazione è molto utile nel contesto della lotta alla crisi. Ma la calma non durerà. A tempo debito si tornerà alle polemiche politiche sul “peso del debito” e sulla “sostenibilità”. Considerando le dimensioni del debito già accumulato, è inevitabile aspettarsi un conflitto durissimo. Tutto quello che pensavamo di sapere sull’economia e la finanza è stato profondamente alterato. Dopo la crisi del 2008 si è parlato molto della necessità di fare i conti con una radicale incertezza, il genere di rischio a cui non è possibile assegnare una probabilità matematica. In effetti indicare una probabilità potrebbe perfino incoraggiare la noncuranza e un falso senso di onniscienza.

Dopo i traumi della Brexit e dell’elezione di Donald Trump è emerso un dibattito sull’imprevedibile politica del populismo. Le manovre commerciali aggressive di Trump e la crescente rivalità geopolitica tra gli Stati Uniti e la Cina hanno intaccato le convinzioni generali sul futuro della globalizzazione. Nel 2019 quest’incertezza era così elevata da compromettere gli investimenti e alimentare il rischio di una recessione. Le banche centrali, che in precedenza avevano creduto di essere sulla via della normalizzazione dopo gli interventi estremi successivi al crollo del 2008, sono state costrette a invertire la rotta e ad adottare una politica di tassi d’interesse minimi. Questa politica, a sua volta, ha dato origine a una serie di allarmismi sulla dipendenza dalle banche centrali. Saremmo mai tornati ai tempi “normali”, con i mercati liberi dalla dipendenza dagli stimoli monetari e le attività commerciali e imprenditoriali svincolate dall’imprevedibilità delle elezioni?

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Dopo la pandemia da covid-19 queste preoccupazioni sembrano assolutamente fuori luogo. Ora sappiamo che aspetto ha la vera incertezza. Gran parte della popolazione mondiale ha dovuto affrontare uno stravolgimento della propria vita quotidiana. Nessuno di noi può ragionevolmente prevedere quando torneremo alla nostra quotidianità di prima del virus. Speriamo tutti di riprendere una vita “normale”, ma come potremo esserne mai certi? Dopotutto a gennaio, poche settimane prima che il mondo si fermasse, la vita sembrava assolutamente normale. Se già in precedenza l’incertezza era una preoccupazione, in futuro sarà una realtà onnipresente. Ogni influenza stagionale sarà monitorata con grande apprensione. Per usare una metafora medica, quanto tempo passerà prima di poterci dichiarare convalescenti?

Una volta eliminato il blocco è possibile una ripresa della spesa. Ma sarà sostenibile? La reazione più scontata a uno shock è quella di fare un passo indietro. In questo senso, tra gli sviluppi più importanti dopo il 2008 c’è stata la riduzione del debito delle famiglie statunitensi, la prima fonte della domanda nell’economia mondiale. L’investimento e la produttività hanno rallentato, e il fenomeno non si è limitato all’occidente. Anche i paesi emergenti hanno tirato il freno. Questa situazione l’abbiamo chiamata “stagnazione secolare”.

Se la risposta delle aziende e delle famiglie al colpo senza precedenti assestato dalla pandemia sarà un aumento della prudenza, la spinta verso la stagnazione inevitabilmente aumenterà. Allo stesso tempo se la risposta pubblica all’accumulo del debito sarà l’austerità, la situazione potrà solo peggiorare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati