08 aprile 2022 14:33

Nei supermercati tunisini gli scaffali sono vuoti da settimane. È quasi impossibile trovare beni di prima necessità, come farina, riso, semola, zucchero e uova. “Riforniamo lo scomparto della farina diverse volte al giorno, ma nel giro di pochi istanti è già finita”, racconta Khairi, che lavora in una filiale del supermercato Carrefour nell’area metropolitana di Tunisi.

La situazione non è differente nelle botteghe di quartiere. In un negozio di frutta e verdura un fruttivendolo tunisino chiedi ai suoi clienti : “Chi vuole l’ultimo pacco di farina?”. Bisogna alzarsi presto per trovare il pane, alimento che in Tunisia costituisce il pilastro della dieta. Ogni giorno lunghe file di acquirenti si allungano fuori dai forni e i panettieri hanno sempre meno da vendere.

“Ricevo circa la metà delle consegne di farina dei mesi precedenti e alle nove del mattino è già tutto finito”, afferma Amor, un panettiere dell’affollato mercato centrale di Sidi Bouzid, città della Tunisia centrale dove alla fine del 2010 esplosero le proteste che portarono alla caduta dell’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali.

Una situazione esplosiva
Alla metà di marzo i fornai del governatorato di Ben Arous, nel sud della Tunisia, hanno minacciato lo sciopero per l’esasperazione. Sono numerosi gli episodi in cui la folla ha preso d’assalto i camioncini delle consegne e le immagini hanno fatto il giro dei social network. In un video girato a Sidi Bouzid un gruppo di persone saccheggia un furgone che trasporta sacchi di farina di semola.

Più gli alimenti di base scarseggiano, più aumentano i prezzi. Nei forni che non ricevono sussidi il costo del pane è aumentato del 25 per cento negli ultimi due mesi. Una conseguenza della guerra in Ucraina e della volatilità del prezzo del grano. Oltre al cibo, anche il prezzo del petrolio si sta impennando. “Questa situazione non nasce dal nulla. Già un anno fa avevamo previsto quello che da ormai due mesi è sotto ai nostri occhi”, dichiara Houssem Saad, di Alert, associazione che lotta contro quella che in Tunisia viene definita l’“economia della manna dal cielo”, un sistema che avvantaggia solo poche famiglie con buoni agganci . Da diversi anni il collettivo di Saad mette in guardia dai rischi strutturali del sistema di approvvigionamento alimentare tunisino, basato su importazioni e capitalismo clientelare.

Il Carnegie Middle East center avverte che la crisi finanziaria tunisina, combinata ai risvolti economici dell’invasione russa dell’Ucraina, potrebbe rendere la situazione “esplosiva”. Secondo Layla Rihai, dell’ong Tunisian platform of alternatives, “la crisi alimentare è inevitabile”.

Il governo tunisino deve pagare in contanti ogni importazione e non ha più diritto di comprare a credito

La filiera alimentare tunisina è pericolosamente dipendente dalle importazioni. Secondo gli ultimi dati pubblicati dal dipartimento per i cereali e confermati da Alert, la Tunisia compra sui mercati esteri più della metà del grano duro che usa per produrre pasta, semola e altri prodotti. È coltivato fuori anche il 97 per cento del grano tenero che serve per soddisfare il fabbisogno di pane del paese.

Dal dicembre 2019, a causa dell’instabilità finanziaria, il governo tunisino non può più importare a credito ed è costretto a saldare ogni singola importazione in contanti. E adesso che i fondi sono agli sgoccioli, i fornitori non inviano le merci fino a quando non partono i pagamenti. “Le navi possono restare al largo dalle cinque alle sei settimane, finché il dipartimento per i cereali non negozia con una banca privata un prestito concesso a un tasso d’interesse molto elevato. Ogni giorno d’attesa costa tra i quindici e i ventimila dollari e anche questo, a sua volta, contribuisce a far crescere i prezzi”, afferma Saad.

Una parte significativa dei generi alimentari si deteriora prima di essere scaricata. Dallo scoppio della guerra che coinvolge la Russia (primo esportatore di grano al mondo) e l’Ucraina (al quinto posto) – paese dal quale proviene metà del grano tenero importato dalla Tunisia – i mercati sono diventati instabili e tra la metà di febbraio e i primi di marzo il prezzo di uno staio di grano (27 chilogrammi) è aumentato quasi del 40 per cento.

“I proiettili e le bombe in Ucraina potrebbero determinare una crisi alimentare globale a livelli mai visti prima”, avverte l’Organizzazione mondiale della sanità. La Tunisia oggi fatica a tenere il passo con l’aumento dei prezzi sul mercato internazionale. L’11 marzo il dipartimento per i cereali non è riuscito a siglare l’accordo per assicurare le importazioni di grano del mese di maggio: gli stanziamenti a disposizione non sono stati sufficienti. “In questo momento la domanda globale è molto alta e i fornitori danno la priorità ai buoni pagatori prima di soddisfare le richieste di quelli meno affidabili”, afferma Saad, che da tempo tiene traccia delle forniture di cibo che entrano nel paese dai porti. “Le riserve di grano di cui disponiamo dovrebbero durare fino a fine maggio”, spiega, mentre zucchero, tè e riso “basteranno fino a giugno”.

Il razionamento e la risposta della polizia
Ormai da diverse settimane sugli scaffali dei supermercati spuntano cartelli con scritto: “Massimo due chili di zucchero, riso e farina per ciascun cliente”. Anche i fornai hanno cominciato a razionare il pane. “Stiamo entrando in un periodo di controllo dei consumi che durerà un bel pezzo”, dice Riahi. “Per il momento le scorte non mancano”, racconta, “ma il governo ha già cominciato a razionarle per mantenere stabile il prezzo degli alimenti ed evitare così di spendere in sussidi che diventerebbero necessari se i costi esplodessero”.

Per incoraggiare la gente a ridurre i consumi, il ministero della salute offre consigli sulla dieta da seguire: “Zucchero, sale e cibi fritti fanno male, consumane di meno e migliora la qualità della tua vita”. Ma Saad è scettico. “Qual è la logica di un consiglio del genere quando il paese è nel bel mezzo di una gravissima crisi alimentare e per i tunisini nutrirsi sta diventando una sfida?”. In vista del Ramadan, i negozianti hanno cercato di fare scorte con ogni mezzo. E questo è esattamente ciò che il governo tunisino voleva scongiurare, viste le carenze che si profilano.

La guardia nazionale, la polizia e a volte anche l’esercito sono stati dispiegati per contrastare quelli che il presidente Kais Saied ha chiamato “speculatori”, cioè quegli intermediari che trattengono le riserve di generi alimentari per lucrare sulla bolla dei prezzi. La realtà però è che “la polizia prende di mira persone che hanno accumulato piccoli quantitativi di alimenti, è assurdo”, afferma un attivista di Alert che chiede di rimanere anonimo.

Il ministro dell’interno, per esempio, ha sottolineato il sequestro di 5.503 litri di olio vegetale. Una quantità irrisoria se si considera che il consumo nazionale è di circa 240mila tonnellate all’anno. “Sono i grandi gruppi industriali e le imprese di trasformazione alimentare a fare incetta di materie prime. Andate a dare un’occhiata negli stabilimenti di lavorazione di tonno e sardine, è li che finisce gran parte dell’olio sovvenzionato”, afferma Saad.

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“La crisi ci sta togliendo gli ultimi scampoli di dignità. Abbiamo smesso di mangiare carne molto tempo fa, poi abbiamo rinunciato al pesce. Se ci portano via il pane non ci resterà niente”, dice Marwa, un’insegnante di 36 anni. Secondo Riahi questa crisi è un’opportunità per ripensare l’intera catena del valore del cibo: “Un cambio di rotta nelle politiche agricole e alimentari è necessario oltre che urgente”.

È possibile ottenere questo cambiamento, prosegue, solo smantellando i “tre o quattro cartelli” che monopolizzano il settore alimentare del paese. “Dobbiamo spostare i sussidi dal consumo alla produzione”, afferma. “Investire nei cereali locali, consentire agli agricoltori tunisini di gestire la terra, ripensare le politiche idriche: sono questi i passi necessari per costruire la sovranità alimentare e per migliorare la qualità dei consumi”, dice Riahi. “Se non ripensiamo tutti questi fattori, rimarranno problemi sociali irrisolti, e sarà la carenza alimentare ricorrente a morderci”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul sito d’informazione Middle East Eye.