Il 6 novembre WeWork, un’azienda che offre spazi per il coworking, ha dichiarato insolvenza presentando un’istanza per ottenere la procedura di amministrazione controllata prevista dal chapter 11 della legge fallimentare statunitense. L’amministratore delegato David Tolley ha dichiarato che il 90 per cento dei creditori di WeWork ha accettato di convertire in azioni propri crediti per tre miliardi di dollari. L’annuncio segna il culmine di uno dei fallimenti più clamorosi nel mondo delle startup statunitensi. Appena quattro anni fa, nel 2019, l’azienda fondata nel 2010 da Adam Neumann e Miguel McKelvey aveva una valutazione record di 47 miliardi di dollari. Oggi è crollato tutto, sotto il peso di un’espansione eccessiva che aveva portato a troppi investimenti rovinosi.

Negli anni precedenti il 2019 WeWork, convinta che i suoi affari potessero continuare a crescere a lungo, aveva affittato numerosi locali con contratti costosi e di lunga durata, investendo miliardi di dollari. I suoi dirigenti non potevano prevedere che nel 2020 la pandemia di covid-19 avrebbe fatto crollare la domanda, causando all’azienda perdite gravissime. Già alla fine del 2019, tuttavia, gli azionisti avevano licenziato l’amministratore delegato Neumann in seguito a un tentativo fallito di quotarsi in borsa e alla sua gestione troppo disinvolta (per esempio, aveva usato i fondi aziendali per investire nel settore delle piscine con onde artificiali per surfisti e per dotarsi di un jet privato).

Le misure di risanamento della nuova dirigenza, però, erano state vanificate dall’arrivo della pandemia e, in seguito, dalla mancata ripresa del mercato dopo la fine delle restrizioni. A giugno gli affitti e gli interessi sui debiti assorbivano l’80 per cento delle entrate, mentre dall’inizio dell’anno le azioni di WeWork hanno perso il 98 per cento (il 3 novembre l’azienda valeva 45 milioni di dollari). Attualmente il suo patrimonio vale quindici miliardi di dollari e i debiti ammontano a 18,6 miliardi.

WeWork prometteva di rivoluzionare il modo in cui migliaia di persone – impiegati o free lance – svolgono il proprio lavoro: in cambio di una tariffa mensile assicurava birra, caffè e snack, arredamento confortevole, socialità e varie amenità studiate per chi ha bisogno di un ufficio. La sua missione era “reinventare la socialità, costruire un modo diverso di vivere il lavoro”, scrive Stefano Feltri in Micro, la nuova rubrica partita oggi su Internazionale. Il crollo di questi giorni, sottolinea il Guardian, “è la conseguenza di una doppia crisi”.

Innanzitutto è finita l’era dei finanziamenti a basso costo, che ha alimentato aziende miliardarie incapaci di sopravvivere quando il denaro è finito. Nell’agosto del 2019 WeWork era il più grande locatario di Manhattan e una delle startup più ricche, in un periodo in cui gli investitori della Silicon valley iniettavano somme favolose in nuovi progetti. Ma già all’epoca, quando l’azienda aveva cercato di quotarsi in borsa, le banche di Wall street avevano lanciato l’allarme dopo aver dato un’occhiata ai conti e osservato gli eccessi dell’amministratore delegato Neumann. WeWork, tuttavia, era sopravvissuta grazie ai finanziamenti (più di dieci miliardi di dollari) della Softbank, il fondo gestito dall’investitore giapponese Masayoshi Son.

Nel 2021 era riuscita a debuttare comunque a Wall street, ma nel frattempo era esplosa la seconda grande crisi che ha messo definitivamente in ginocchio il suo modello aziendale: lo stravolgimento del lavoro in ufficio provocato dalla pandemia. Nel 2020 all’improvviso a gran parte delle persone è stato impedito di circolare e di andare in ufficio. Ma, soprattutto, quando sono state tolte tutte le restrizioni il mondo e il modo di lavorare erano ormai cambiati definitivamente: con l’avvento del lavoro ibrido (parte in presenza e parte a distanza) non c’era più bisogno degli stessi spazi di un tempo.

Come sottolinea il Financial Times, “imprenditori temerari come Neumann e Son di solito non prendono lezioni di latino. Né lo fanno i grandi immobiliaristi o i loro finanziatori. Altrimenti avrebbero riflettuto sul fatto che, nonostante la parola ufficio sia in generale ricollegata a un edificio, il termine latino da cui deriva – officium – ha poco a che fare con un luogo fisico, ma indica un compito, un servizio o una carica”.

In molte grandi città non ci sono più quei centri brulicanti di negozi e uffici che per decenni hanno sostenuto le economie locali, generato commerci ed entrate fiscali, oltre a rappresentare un punto d’attrazione per talenti e capitali. Negli Stati Uniti, scrive il Wall Street Journal, oggi si vedono palazzi di uffici semivuoti che con l’inizio dell’era del lavoro a distanza sperano di sfuggire alla demolizione. Secondo gli esperti, i centri urbani “stanno affrontando la più grande trasformazione degli ultimi cinquant’anni. Anche i più ottimisti, però, stimano che ci vorranno anni e miliardi di dollari per trasformare i quartieri di uffici in nuove zone dove le persone possano vivere, lavorare, mettere su famiglia e divertirsi”.

Minneapolis, per esempio, ha introdotto una serie di incentivi fiscali per favorire la conversione degli uffici in appartamenti e sta pensando di creare una zona interamente pedonale. Ma queste misure sono solo una piccola parte degli sforzi necessari per far venire voglia alle persone di andare a vivere in centro. Cinquant’anni fa il comune di Minneapolis demolì numerose palazzine basse a ridosso del centro per fare spazio ai parcheggi dei nuovi palazzi di uffici. Jacob Frey, il sindaco di Minneapolis, sottolinea tuttavia che la città non ha altra scelta che di provare a cambiare. “I centri cittadini”, ha detto, “saranno sempre una forza centrifuga. Deve cambiare il modo in cui li vediamo”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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