09 giugno 2024 09:01

I prezzi del gas naturale in Europa sono ai livelli più alti degli ultimi sei mesi. Il 3 giugno l’indice Title transfer facility (Ttf), la quotazione sul mercato olandese usata come riferimento per l’intero continente, ha sfiorato i 39 euro al megawattora, il 13 per cento in più rispetto al dicembre 2023. La causa principale è stata un’interruzione imprevista all’impianto per il trattamento del gas di Nyhamna, in Norvegia. Qui arriva il gas estratto dai giacimenti di Ormen Lange, la cui produzione è fondamentale per il fabbisogno energetico del Regno Unito.

Contemporaneamente sono state bloccate le spedizioni al rigassificatore inglese di Easington, la porta d’ingresso di un terzo delle forniture di gas britanniche. Come spiega Bloomberg, l’impianto è stato fermato a causa di una perdita sul tratto di gasdotto vicino al giacimento Sleipner, nel mare del Nord, a metà strada tra la Norvegia e il Regno Unito. La Equinor, l’azienda energetica di stato norvegese, ha effettuato l’intervento di riparazione insieme alla Gassco, il gestore della condotta.

Il rialzo è arrivato mentre i paesi europei stanno riempiendo gli impianti di stoccaggio in vista della stagione invernale e nonostante la domanda industriale di gas in Europa sia rallentata. Attualmente i siti di stoccaggio, scrive il Financial Times, sono pieni in media fino al 70 per cento: la Commissione europea ha stabilito che si arrivi al 90 per cento entro novembre, ma gli esperti ritengono che l’obiettivo possa essere centrato molto prima. I prezzi sul mercato di Amsterdam sono in crescita da tre mesi. A maggio, in particolare, hanno registrato un aumento del 18 per cento dopo che il gruppo energetico austriaco Österreichische Mineralölverwaltung (Omv) ha avvertito che il colosso russo Gazprom potrebbe interrompere del tutto la fornitura di gas, mettendo in forse anche quella minima quota di gas che il Cremlino ancora manda in Europa da quando è stato colpito dalle sanzioni per l’invasione dell’Ucraina.

Tra le cause del rincaro c’è anche la maggiore domanda di gas naturale liquefatto (gnl) in Asia, dove le alte temperature hanno fatto impennare l’uso dei ventilatori e dell’aria condizionata e quindi il consumo di energia. Pesano infine i maggiori prezzi del gnl statunitense (tra l’altro a gennaio l’amministrazione di Joe Biden aveva deciso una pausa alle esportazioni in Europa e in Asia) e vari problemi tecnici ad alcuni impianti per la lavorazione del gas in giro per il mondo.

Il problema sorto in Norvegia dimostra come negli ultimi due anni l’Unione europea, dopo essersi affrancata dalle forniture della Russia, si sia esposta a un mercato molto volubile come quello del gnl, dove un guasto in un impianto in Europa, in Medio Oriente, negli Stati Uniti o in Australia può avere effetti negativi quasi immediati. Ma, come fa notare Bloomberg, l’aspetto più preoccupante è che Bruxelles ha smesso di importare un terzo del suo gas dal Cremlino puntando su un gruppo limitato di fornitori: la Norvegia, gli Stati Uniti e il Qatar. Insomma, alcuni osservatori temono che sia passata da una dipendenza all’altra. La parte del leone la gioca la Norvegia: nel 2023 sono arrivati dal paese scandinavo 109 miliardi di metri cubi di gas, pari al 30 per cento del fabbisogno totale, mentre quest’anno la Equinor conta di aumentare le esportazioni, riducendo i problemi tecnici che negli ultimi mesi hanno spesso interrotto le forniture.

La Norvegia è un partner immensamente più affidabile della Russia. E il fatto che l’uscita del gas dal mix energetico dell’Unione europea appaia ancora molto lontana nel tempo, ha reso Oslo un perno centrale della politica energetica e delle attenzioni di Bruxelles: nel gennaio del 2023 è arrivato in Norvegia il ministro tedesco dell’economia Robert Habeck; due mesi dopo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha visitato il giacimento di gas naturale di Troll, che fornisce il 10 per cento del fabbisogno dell’Unione; negli ultimi due anni la commissaria europea per l’energia Kadri Simson è stata due volte nel paese scandinavo e a marzo, in particolare, ha dichiarato che “l’Unione europea continua a contare sulla Norvegia”, sottolineandone l’aiuto decisivo durante la crisi energetica.

Questo momento di grazia, però, potrebbe non durare a lungo, osserva Bloomberg. Nei prossimi anni aumenterà la quantità di gnl fornita dagli Stati Uniti e dal Qatar. Questo potrebbe ridimensionare il ruolo della Norvegia, per di più permettendo ai paesi europei di contrattare prezzi più favorevoli. C’è poi la transizione energetica: sia pure tra molte difficoltà e con tempi più lunghi rispetto alle previsioni, le fonti rinnovabili sono destinate a svolgere un ruolo sempre più importante, a scapito delle fonti fossili, compreso il gas. La stessa Norvegia, mentre continua a vendere a caro prezzo barili di greggio e metri cubi di gas naturale incassando centinaia di miliardi di dollari, è molto impegnata sul fronte delle rinnovabili: basti pensare che nel 2022 l’80 per cento delle nuove auto vendute nel paese aveva un motore elettrico.

Ma, soprattutto, Oslo si sta preparando a diventare protagonista del mercato dei metalli, in particolare di quello delle terre rare, elementi indispensabili alla transizione energetica. Il governo norvegese vuole estrarre i minerali dai fondali marini al largo delle sue coste, sfidando l’opposizione delle aziende ittiche e degli ambientalisti. L’area individuata ha una superficie grande quasi quanto la Germania. Il progetto potrebbe provocare dispute con la Russia, il Regno Unito e l’Unione europea. La zona di mare più contesa dovrebbe essere quella intorno alle isole Svalbard: un trattato firmato a Parigi nel 1920 dalla Norvegia e da altri tredici stati (ma oggi i firmatari sono 46, tra cui l’Italia) assegna a Oslo la sovranità sull’arcipelago, ma riconosce agli altri paesi il diritto di estrarre minerali sulle isole e nelle sue acque territoriali.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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