25 novembre 2021 13:04

Sul sito di escursionisti Amud Anan ci viene detto che un posto chiamato La fattoria di Zvi (Hahava shel Zvi) è stato creato nel febbraio 2019. I palestinesi dei villaggi della zona, a nordovest di Ramallah, ricordano che già alla fine del 2018 i coloni hanno cominciato a spingerli fuori delle loro terre. Come ha rivelato Kerem Navot, un’organizzazione della società civile che monitora e fa ricerca sulla politica di accaparramento delle terre da parte di Israele in Cisgiordania, il titolare della fattoria nel 2018 ha ricevuto dal Gran rabbinato di Israele un permesso per allevare bestiame per carne kosher.

Il sito Amud Anan prosegue spiegando (in ebraico): “La fattoria ha una mandria di bestiame da macello. L’obiettivo della fattoria è preservare le terre di Neveh Tsuf (l’insediamento di Halamish) e riscattare la terra”. La descrizione dell’azienda si conclude con questa richiesta: “Saremmo felici di ricevere aiuto da chiunque voglia dare una mano nella tenuta”.

E di aiuto ne riceve, da parte di un’organizzazione chiamata Hashomer Yosh (Il guardiano in Giudea e Samaria, dal nome dell’organizzazione sionista armata attiva tra il 1909 e il 1920), il cui obiettivo dichiarato è “accrescere la sicurezza personale ed economica e ristabilire l’orgoglio nazionale e la fede in agricoltori ed allevatori” in Cisgiordania. È di grande aiuto anche il fatto che l’esercito, l’amministrazione civile e la polizia si rifiutano di applicare la legge e di eseguire gli ordini di demolizione contro la fattoria per la sua costruzione illegale.

La voce dei protagonisti
Nei tre anni dalla comparsa della Fattoria di Zvi lo stesso miracolo accaduto per tutte le altre fattorie e tenute ebraiche violente in Cisgiordania si è verificato anche qui: le autorità non hanno rimosso Zvi Bar Yosef dalla terra palestinese su cui si è stabilito. Equipaggiato di armi e di una notevole quantità di denaro per un uomo relativamente giovane, Zvi e i suoi sostenitori hanno preso il controllo di oltre 2.500 dunam (250 ettari) di terra appartenente ai villaggi di Jibiya, Kobar e Umm Safa, secondo le stime elaborate dall’ong B’Teselem e che compaiono nel suo rapporto Affare di stato: l’appropriazione indebita israeliana di terre in Cisgiordania tramite la violenza coloniale.

Il rapporto è di difficile lettura, anche per chi ha familiarità con l’impresa sionista, il riscatto delle terre e l’espulsione dei palestinesi. Si legge come un libro di storia, se non fosse che tratta del presente. Ma al contrario della storia che noi israeliani abbiamo imparato a scuola, qui nel rapporto apprendiamo dell’appropriazione indebita della terra dalla voce di coloro che sono stati espulsi.

“Zvi ha detto che non abbiamo terreni lì, che quelle terre sono un dono che Dio ha fatto a loro”

Quella che segue è la testimonianza di Muhammad Abiyat, 63 anni, abitante di Umm Safa, a un ricercatore di B’Tselem: “Questo colono e le persone che vivono con lui trattano le nostre terre come se fossero le loro. Lui caccia via ogni palestinese che vede, contadini, proprietari terrieri, escursionisti che passeggiano nella natura, e abitanti che raccolgono erbe spontanee. Hanno un gregge che pascola su tutto: che sia verde, secco, qualunque cosa trovi al suo passaggio. Il gregge scende nei frutteti e nei campi come uno sciame di locuste e distrugge i nostri alberi e le nostre coltivazioni. Così come devasta i muri di pietra, i luoghi sacri di sepoltura e le antiche rovine”.

“Negli ultimi due anni i coloni sono comparsi e mi hanno inseguito ogni volta che ho provato a raggiungere i miei oliveti. Non abbiamo raccolto le olive e abbiamo perso due anni di introiti. L’anno scorso ho perso diecimila shekel (quasi tremila euro). Nell’agosto 2019 sono andato con un parente al mio oliveto per controllare gli alberi prima del raccolto. All’improvviso il colono Zvi è comparso con un ragazzino che brandiva un bastone. Stavano pascolando il bestiame sul mio oliveto. Quando ho tentato di allontanare il bestiame Zvi mi ha attaccato e inseguito, lanciandomi pietre. Avrebbe potuto uccidermi. Per fortuna è arrivato un ragazzo del mio villaggio e li ha fatti andar via”.

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“Nel febbraio del 2020 stavamo andando verso la nostra terra quando i coloni hanno cominciato a inseguirci. Sono arrivati fino alle nostre case, a tre chilometri di distanza. Hanno spezzato i rami di cinque alberi di ulivo davanti ai nostri occhi. Nell’ottobre del 2020 sono andato di nuovo a controllare l’oliveto prima del raccolto, e di nuovo mi hanno lanciato pietre, inseguendomi con i bastoni e minacciandomi con armi da fuoco. Zvi mi ha detto: ‘Non hai il permesso di venire qui’. Ha detto che non abbiamo terreni lì, che quelle terre sono un dono che Dio ha fatto a loro”.

(Traduzione di Francesco de Lellis)

Questo articolo è uscito sul quotidiano israeliano Haaretz.

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