Il relitto del peschereccio che si è inabissato il 18 aprile 2015 trasportato nel porto di Augusta, il 1 luglio 2016. (Antonio Parrinello, Reuters/Contrasto)

Perché dare un nome ai morti nel Mediterraneo è necessario

Il relitto del peschereccio che si è inabissato il 18 aprile 2015 trasportato nel porto di Augusta, il 1 luglio 2016. (Antonio Parrinello, Reuters/Contrasto)
05 luglio 2016 13:45

Tutto è cominciato il 3 ottobre del 2013, quando un’imbarcazione è naufragata a poche miglia marittime dall’isola dei Conigli, a Lampedusa. In quel naufragio morirono 366 persone, quasi tutti eritrei in fuga dalla dittatura di Isaias Afewerki. “Una tragedia di dimensioni immani”, la definì il presidente del consiglio dell’epoca, Enrico Letta. La fila di quelle bare allineate in un hangar, una vicino all’altra, tutte senza nome, scosse le coscienze.

Per la prima volta i morti del Mediterraneo furono visibili, fu chiaro a tutti che il nostro mare stava diventando una fossa comune per migliaia di persone: vittime di decine di naufragi di cui non si ha nemmeno notizia.

Il 13 ottobre, qualche giorno dopo il naufragio, 150 feretri furono trasferiti da Lampedusa nel cimitero agrigentino di Piano Gatta e furono tumulati senza nessuna lapide: né nomi, né immagini a ricordare le donne, gli uomini e i bambini che avevano perso la vita in un modo così insensato. Le loro storie, i loro desideri, i loro sogni ricordati solo da un numero, scritto con la vernice sul fornetto.

Erano come scatole in un deposito, usavano una gru per sollevare le bare da terra

Il 12 ottobre mentre le prime bare venivano caricate sulla nave Cassiopea a Lampedusa, un gruppo di familiari accorsi da Roma e da altre città d’Italia e d’Europa fermarono con le loro grida le operazioni di carico. Volevano dare l’ultimo saluto ai loro cari ed essere certi che dentro quelle bare ci fossero davvero quelli che non avevano avuto modo di salutare, appiccicare una foto su quei sarcofagi tutti uguali. È stato grazie alla compassione di qualche ufficiale della marina militare che alcune bare furono scaricate dalla Cassiopea e ai familiari fu lasciata la possibilità di piangere i loro morti.

Mussie Zerai, un sacerdote eritreo punto di riferimento per la comunità eritrea in Italia, allora disse: “Le famiglie di queste vittime chiedono di riavere i corpi dei loro cari per poterli seppellire”. Michael, un cittadino britannico arrivato a Lampedusa per ritrovare suo fratello Kidda, in viaggio verso l’Italia il 3 ottobre, raccontò: “Ho visto trecento corpi in uno stesso posto, ho provato a identificare mio fratello, ho cercato tra i diversi corpi. Erano come scatole in un deposito, usavano una gru per sollevare le bare da terra. Ho provato solo tristezza”.

Il naufragio del 3 ottobre portò all’attenzione di tutti la pericolosità della rotta del Mediterraneo centrale, percorsa ogni anno da migliaia di persone a bordo di vecchie imbarcazioni di pescatori. Nel 1996 un altro naufragio al largo di Portopalo, in cui morirono 300 persone, fu completamente ignorato dai mezzi d’informazione e dalle autorità, e fu solo grazie alle denunce dei sopravvissuti che l’evento fu confermato, con qualche anno di ritardo. In seguito al naufragio del 3 ottobre, invece, il governo italiano decise di istituire la missione di ricerca e soccorso Mare nostrum, che permise di salvare migliaia di vite.

L’operazione umanitaria del governo italiano è terminata il 31 ottobre 2014 ed è stata sostituita da una missione europea molto meno ambiziosa, Triton. Dopo la fine di Mare nostrum, sono ricominciati i naufragi e il numero dei morti è aumentato. Il 18 aprile 2015 c’è stata una nuova tragedia: un’imbarcazione con più di ottocento persone a bordo è colata a picco dopo una collisione con un mercantile. Sono stati recuperati 169 corpi, ma le vittime in gran parte sono rimaste intrappolate in fondo al mare, nella stiva dove le avevano stipate gli scafisti.

Dal 1 gennaio del 2014 sono morte più di diecimila persone attraversando il Mediterraneo, secondo l’Unhcr. Molte di loro rimarranno per sempre senza un nome e le loro famiglie non sapranno mai che fine hanno fatto. Secondo una ricerca della Vrije universiteit di Amsterdam dal 1990 al 2013 sono stati recuperati 3.188 cadaveri nei diversi paesi europei di approdo, ma il 65 per cento di questi corpi non è mai stato riconosciuto. Secondo la Bbc, più di 1.250 persone senza nome sono state seppellite in circa 70 cimiteri in Turchia, Grecia e Italia dall’inizio del 2014. Persone che hanno perso tutto, anche il diritto di essere ricordate.

Un archivio degli scomparsi

L’Italia è l’unico paese europeo in cui è stata creata un’istituzione governativa dedicata alle persone scomparse; qualcosa di simile esiste nei paesi sudamericani in cui ci sono state sparizioni forzate durante le dittature militari, come quella di Jorge Videla in Argentina.

Nel 2013 in Italia è stato istituito un commissario straordinario per l’identificazione delle persone scomparse, diretto dal prefetto Vittorio Piscitelli, in collaborazione con il laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) dell’Istituto di medicina legale dell’università statale di Milano. Al momento i due terzi del lavoro dell’istituto riguardano l’identificazione dei migranti recuperati nel Mediterraneo. Due progetti sperimentali sono stati dedicati all’identificazione delle salme recuperate nel naufragio di Lampedusa del 3 ottobre del 2013 e di quelle del naufragio del 18 aprile del 2015.

“È un lavoro molto importante: si tratta di restituire un’identità e una dignità a queste persone”, afferma Piscitelli spiegando che “almeno venti persone morte nel naufragio del 3 ottobre” sono state identificate grazie al lavoro degli antropologi forensi, guidati dalla dottoressa Cristina Cattaneo dell’università di Milano. “Per ogni caso creiamo un fascicolo, con tutte le informazioni rilevanti raccolte dai medici legali: gli oggetti del defunto, le foto di indumenti e di eventuali tatuaggi; e un campione di dna”, dice Piscitelli.

I 169 corpi finora recuperati e schedati non sono stati identificati

“Questo fascicolo viene fatto circolare tramite le associazioni, le ong e i commissariati e in questo modo si spera che i parenti, le famiglie di queste persone che sono sparse in giro per il mondo possano entrare in contatto con noi e sottoporsi alla prova del dna che permette l’identificazione vera e propria”. Il commissario racconta che il processo è lungo e per niente facile: l’archivio compilato dai medici e dalle autorità è solo il primo passo per l’identificazione che non si può compiere se le famiglie non si fanno avanti e non forniscono ulteriori elementi di riscontro.

“Spesso le famiglie sono ancora in Africa e non riescono a entrare in contatto con noi, ma nel caso del naufragio del 3 ottobre sono state identificare almeno venti persone grazie a questo archivio, posto che la metà delle vittime era già stata riconosciuta attraverso le testimonianze dei loro familiari”, racconta Piscitelli. Non si può dire lo stesso per il naufragio del 18 aprile: “I 169 corpi finora recuperati e schedati non sono stati ancora identificati”.

Il video della marina militare del recupero dell’imbarcazione naufragata il 18 aprile 2015.


Il 1 luglio è cominciata una nuova impresa per la squadra di antropologi forensi guidati dalla dottoressa Cristina Cattaneo. Il relitto del peschereccio che si è inabissato il 18 aprile 2015 è stato trasportato nel porto di Augusta, dopo essere stato recuperato dalle profondità marine e trainato verso la terraferma. Ciò che resta dei corpi dei migranti morti nel naufragio sarà estratto dalla vecchia carcassa di ferro e sarà sottoposto all’analisi della squadra di anatomopatologi.

“È stata aperta una fenditura nella stiva dell’imbarcazione per permettere ai vigili del fuoco di prelevare i corpi, ormai scheletrificati, senza danneggiarli. E poi saranno trasferiti in celle frigorifere, e da lì man mano esaminati dai medici legali”, racconta Piscitelli. “Pensiamo che nella stiva ci siano almeno 200 o 250 corpi, ma i numeri non sono ancora chiari e non mi sorprenderei se fossero anche di più”.

Insieme ai campioni biologici saranno raccolti tutti gli elementi che potranno aiutare a una eventuale identificazione dei corpi, su cui stanno lavorando gli antropologi forensi del Labanof di Milano, aiutati da altri anatomopatologi dell’università di Palermo e Catania, che collaborano al progetto su base volontaria.

“Ma questo tipo di processo per funzionare deve uscire dai laboratori di medicina legale e dai commissariati e deve diventare consultabile dalle famiglie degli scomparsi”, spiega Piscitelli. “Molte associazioni, come il comitato 3 ottobre, ci stanno aiutando a far girare queste informazioni, e grazie a loro qualcosa si sta muovendo”.

Per il naufragio del 3 ottobre i colloqui con i parenti sono stati un centinaio. I parenti hanno incontrato l’équipe di medici, hanno sfogliato le foto fatte dalla polizia scientifica, che in quel caso aveva prelevato anche campioni di dna a tutti i corpi, e dai medici legali: “Sono stati fondamentali piccoli dettagli come tatuaggi, protesi, analisi delle arcate dentali, qualunque indumento, un oggetto decorativo”.

Come si fa a monetizzare la dignità di una persona?

Si tratta solo di progetti pilota, Piscitelli ci tiene a sottolinearlo, ma stanno aprendo la strada a un protocollo che potrebbe essere adottato in maniera permanente al livello internazionale. “Ne abbiamo discusso al Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma anche con alcune associazioni dell’Arizona che stanno cercando di identificare i migranti messicani morti durante l’attraversamento della frontiera con gli Stati Uniti”, racconta il commissario. Giorgia Mirto, ricercatrice dell’università di York, si sta occupando di un progetto che si chiama Missing migrants proprio sui protocolli di identificazione dei migranti morti nel Mediterraneo.

“Il lavoro di Piscitelli e del Labanof sono importantissimi, ma progetti come questi dovrebbero diventare la prassi. Ogni volta che un corpo viene recuperato in qualsiasi paese europeo dovrebbe essere sottoposto al protocollo Dvi, un protocollo dell’Interpol per l’identificazione di persone morte in circostanze in cui la loro identità non è chiara”, afferma Mirto. “Dopo il naufragio del 3 ottobre e dopo il primo progetto pilota del ministero dell’interno, la sensibilità per questo tipo di interventi è un po’ cambiata e anche la polizia scientifica e le magistrature sono più propense a disporre sempre un rilevamento di un campione biologico, mentre in passato erano più reticenti. Non veniva sempre chiesto il prelievo del dna”.

Dopo il naufragio del 18 aprile, la Croce rossa italiana ha aperto un numero verde disponibile per i parenti delle vittime del naufragio che volevano avere notizie. L’iniziativa rientrava in un piano più ampio della Croce rossa internazionale (Icrc) e della Mezzaluna rossa che si chiama Restoring family links (Recuperare i legami familiari): un database online che aiuta a rintracciare un familiare scomparso durante la traversata.

Il recupero del barcone, arrivato ad Augusta il 29 giugno, ha suscitato una serie di polemiche sui costi di operazioni come queste. “Come si fa a monetizzare la dignità di una persona? Come si fa a parlare di costi in questo campo? Questo progetto deve smuovere le coscienze di tutti i cittadini europei e stimolare le istituzioni dell’Unione che faticano a farsi carico del problema”, afferma Piscitelli. Solo se l’intera collettività si prenderà in carico questi morti, ci sarà una speranza di restituirgli un’identità, e restituirla alle loro famiglie.

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