In un parco romano una madre accompagna la figlia di tre anni a giocare sullo scivolo, nel primo giorno della riapertura. Ma la bimba comincia a piangere disperata e si attacca con insistenza alle gambe della madre, che guarda verso altre donne sedute sulla panchina e dice: “Non vuole più uscire di casa, nemmeno per venire al parco”. Una condizione comune a tanti che negli ultimi giorni tentennano sulla soglia di casa: bambini, ragazzi, ma anche molti adulti.

Nel Barone rampante, Cosimo Piovasco di Rondò, il giovane protagonista del romanzo di Italo Calvino, sale su un albero per protestare contro i genitori, ma finisce per rimanerci, tanto che il mondo di sotto e la sua vecchia normalità gli appaiono estranei. “Era il mondo ormai a essergli diverso, fatto di stretti e ricurvi ponti nel vuoto, di nodi o scaglie o rughe che irruvidiscono le scorze, di luci che variano il loro verde a seconda del velario di foglie più fitte o più rade, tremanti al primo scuotersi d’aria sui peduncoli o mosse come vele insieme all’incurvarsi dell’albero”.

Qualcosa di simile sta succedendo ad alcune persone che dopo due mesi d’isolamento, in case non sempre confortevoli, raccontano di non avere più voglia di uscire, malgrado l’allentamento recente delle misure restrittive adottate per limitare la diffusione del covid-19 in Italia.

Secondo la Società italiana di psichiatria (Sip), più di un milione di italiani rischia di sviluppare la cosiddetta sindrome della capanna, la tendenza ad avvertire un senso di disagio, inquietudine e ansia quando si esce di casa e ci si chiude la porta alle spalle. Da una parte c’è chi ha paura a uscire e dall’altra chi cerca di fare come se nulla fosse, mettendo in atto una specie di rimozione del momento traumatico che abbiamo vissuto al livello collettivo. Sono due reazioni speculari che allo stesso modo evidenziano un disagio.

Massimo Di Giannantonio, presidente della Società italiana di psichiatria, spiega che per molti il ritorno alla routine precedente, e quindi al proprio ruolo, suona come una minaccia: in molti casi ci si confronta con l’insicurezza economica, che si aggiunge alle preoccupazioni per la salute. “Ci sono timori di perdere il posto di lavoro e il proprio ruolo sociale”, spiega Di Giannantonio. Poi esiste un lato psicologico, perché durante il confinamento, per adattarsi alla libertà limitata, molte persone hanno vissuto un vero e proprio processo di regressione a uno stadio emotivo e cognitivo precedente.

L’impatto psicosociale
“La regressione è il vissuto che accompagna i momenti di crisi. Per questo ora in molti hanno la tentazione di rimanere chiusi dentro casa, dove le certezze sono elementari e l’aggressività degli altri è limitata”, spiega Di Giannantonio. Ovviamente è difficile generalizzare, ciascuno ha vissuto la quarantena in condizioni materiali, sociali e psicologiche molto diverse. In generale, la fine delle restrizioni provoca un maggiore senso di liberazione in chi ha dovuto condividere uno spazio ristretto con parenti e familiari con i quali esistevano dei vissuti di sofferenza o difficoltà.

Tuttavia, il clima d’insicurezza economica e sanitaria, e la mancanza di regole chiare sulle modalità di riapertura delle attività produttive causano in molte persone un disagio. Il 14 maggio le Nazioni Unite hanno presentato un rapporto che contiene delle linee guida sulla salute mentale e il covid-19, in cui sottolineano l’importanza di sostenere psicologicamente i più vulnerabili sia durante sia dopo la fine dell’isolamento. “La salute mentale e il benessere della società sono state gravemente colpite dalla crisi sanitaria del nuovo coronavirus”, ha dichiarato Devora Kestel, direttrice del dipartimento di salute mentale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

“La pandemia ci ha fatto regredire perché abbiamo dovuto ricominciare a preoccuparci dei bisogni primari”

Un’indagine sull’impatto psicosociale dell’epidemia di covid-19 in Italia, condotta a partire dal 9 marzo dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali con 140mila interviste in tutta Italia, mostra che le preoccupazioni economiche sono seconde solo a quelle sanitarie. La ricerca sarà pubblicata nei prossimi giorni sulla European Review for Medical and Pharmacological Sciences.

“Quattro persone su dieci di quelle interpellate prevedevano di andare incontro a gravi perdite economiche, più di una su dieci riferiva di aver perso il lavoro o di aver chiuso la propria attività, e due su dieci di essere andate in cassa integrazione”, spiega Antonio Tintori, sociologo e coordinatore del progetto di ricerca. Tintori racconta che i sentimenti più diffusi durante l’isolamento sono stati tristezza (4,6 persone su sette), paura (4,2 su sette), ansia (3,9 su sette) e rabbia (3,1).

Le incertezze della riapertura
“La pandemia ci ha fatto regredire perché abbiamo dovuto ricominciare a preoccuparci dei bisogni primari come la sicurezza, la salute dei nostri cari e il sostentamento economico. Questo ha mobilitato delle emozioni molto forti di paura e di tristezza. Abbiamo registrato una regressione sia psicologica sia culturale, molti si sono rifugiati in modelli del passato anche nella divisione dei compiti in casa e molte donne si sono dovute confrontare con vecchi stereotipi che le confinano nelle mansioni domestiche e di cura”, continua Tintori.

Questo elemento, per il sociologo, sarà da tenere sotto controllo nella fase di riapertura per capire come questi fenomeni si siano cronicizzati e stabilizzati. “Il 40 per cento degli interpellati ha parlato di un ruolo naturale delle donne legato al lavoro di cura e di assistenza, e questo causerà probabilmente anche nella fase di riapertura una rinuncia di molte al lavoro. Il timore è che siano proprio le donne a pagare un prezzo più alto: il 5 per cento degli interpellati ha denunciato episodi di violenza psicologica tra le mura domestica”. Questo dato dovrà essere confermato da ulteriori ricerche, ma se fosse vero che il 5 per cento della popolazione ha subìto violenza psicologica in casa durante la pandemia si tratterebbe di numeri importanti.

“Le emozioni negative più intense le hanno provate le donne, in generale chi ha un livello di istruzione più basso e le persone che vivono nelle regioni meridionali, a parità di condizioni economiche. Al sud i sentimenti negativi durante la pandemia sono stati più diffusi nonostante siano state le regioni del nord del paese le più esposte alla malattia”, spiega il sociologo. “Ipotizziamo che una delle ragioni sia l’organizzazione della vita quotidiana, che nel meridione dipende molto di più dalla rete di familiari e di relazioni e che durante l’isolamento si è bruscamente interrotta. Questo ha provocato sentimenti molto negativi”, aggiunge Tintori. I dati hanno comunque mostrato una buona capacità della popolazione di reagire anche in maniera positiva al trauma della brusca interruzione delle relazioni sociali: “La capacità di fronteggiare questo tipo di situazioni migliora con l’età e con il livello d’istruzione”, conclude.

Secondo uno studio (non ancora pubblicato) del Centro studi e ricerche in psicopatologia e psicologia della Salute (Cerpps) dell’Università di Tolosa sull’impatto psicologico della pandemia in Francia, le emozioni negative che molti avvertono nella cosiddetta fase due sono innanzitutto legate alle condizioni in cui è stata vissuta la quarantena. In secondo luogo pesa la situazione d’incertezza che caratterizza questo momento in cui gli interrogativi sul futuro sono più numerosi delle certezze. Inoltre le indicazioni delle autorità sono spesso vaghe e la responsabilità della propria salute e di quella dei propri cari sembra ricadere unicamente sulle spalle dei singoli.

Anche per gli psicologi questa è una fase da studiare e da elaborare, e sono nate in Italia molte reti di specialisti, che si sono consultati e hanno condiviso il loro lavoro. “È ancora presto per fare delle analisi, si fanno delle ipotesi che ora saranno confermate o smentite via via che le ricerche saranno pubblicate”, spiega Chiara Bastianoni, psicologa e dottoranda in psicologia dinamica, secondo cui andrebbero mobilitate più risorse da parte del sistema sanitario nazionale per far fronte a questa situazione di disagio diffusa.

In particolare sono state destinate poche risorse ai bambini e agli adolescenti: “Si dovrebbe investire di più per esempio nella comunicazione istituzionale di quello che stiamo vivendo ai bambini e ai ragazzi, la chiusura della scuola ha aggravato questo quadro”. In particolare dove ci sono conflitti con i genitori o problemi economici, precedenti al covid-19 e che spesso si sono aggravati, gli adolescenti hanno riportato più problemi. “Non è stato costruito in generale uno spazio condiviso di interpretazione di quello che sta succedendo e questo provoca stati di ansia diffusi negli adulti, ma anche nei ragazzi”, conclude Bastianoni, che consiglia di consultare il sito dell’Ordine nazionale degli psicologi, in cui si può trovare l’elenco degli psicologi che offrono colloqui online oppure la pagina dedicata al covid-19 del sito della Società psicoanalitica italiana.

Maura Brugnoni, psicoterapeuta che ha continuato a esercitare la sua professione anche durante l’isolamento con sedute in videochiamata, sottolinea che soprattutto per molti ragazzi e adolescenti l’isolamento è stato particolarmente duro. E ora quelli che avevano già problemi di fiducia in se stessi segnalano difficoltà nel tornare alla normalità. “Durante la pandemia gli adolescenti hanno avuto fasi di irritabilità, di rabbia e di frustrazione. Alla loro età hanno necessità di sperimentarsi come indipendenti, di fare esperienza e durante l’isolamento si sono sentiti bloccati. In alcuni casi questo ha portato ad agire contro di sé e contro gli altri, alcuni sono fuggiti da casa”, spiega Brugnoni.

Soprattutto nelle famiglie dove è presente un vissuto d’incertezza e mancanza di fiducia, anche i ragazzi sviluppano una sorta di senso d’inadeguatezza. “L’adolescenza è l’età del confronto con gli altri. E nella fase di chiusura i ragazzi si sono sentiti esonerati dal confronto, al sicuro perché non dovevano rischiare una delusione nella relazione con gli altri. Con la riapertura ci sono molte aspettative, e gli adolescenti, ma non solo, possono essere impauriti dal ritorno alla normalità che comporta un nuovo confronto con gli altri. Per questo, chi aveva già delle vulnerabilità, può riportare sintomi di panico, di vergogna, di fobia sociale nel momento in cui esce di casa”. Secondo la psicologa, i disturbi e i sintomi psicologici individuali sono il prodotto e il riflesso delle disfunzioni sociali e delle comunità. Durante il periodo di chiusura totale queste disfunzioni hanno prodotto meno effetti, così come si sono attenuati anche i sintomi psicologici individuali, presenti prima della pandemia.

“Molte persone si sono sentite meglio, a prescindere dalla preoccupazione per la pandemia. Questo almeno nei territori dove sono stati registrati meno casi di contagio. La ripartenza implica doversi confrontare nuovamente con aspettative, prestazioni, idealizzazioni, compiti. Molti sembrano restii a uscire, perché poco inclini a riadattarsi. Alcuni non vorrebbero proprio, perché non si identificano con la società che li circonda. Altri si sentono inadeguati rispetto a un mondo che poco riconosce e valorizza la diversità, premia l’omologazione, indica continuamente come si dovrebbe essere e cosa si dovrebbe raggiungere invece di prestare attenzione al come si è”, conclude Brugnoni.

Leggi anche

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it