Nel 2018 il sistema di accoglienza italiano per migranti aveva 133.552 posti disponibili, nel 2019 erano diventati 87.201: in un anno si sono persi più di 15mila posti. È l’effetto sia della diminuzione degli arrivi (soprattutto in conseguenza del Memorandum Italia-Libia siglato nel 2017 e rinnovato nel 2020) sia del cosiddetto decreto sicurezza, che nel 2018 ha ridimensionato il sistema di accoglienza diffuso sul territorio, ha favorito i grandi centri, ha tagliato la spesa destinata all’accoglienza e ha abolito la protezione umanitaria costringendo molti richiedenti asilo a uscire dal sistema.

Lo mostra la prima mappatura di tutti i centri di accoglienza italiani, pubblicata nel rapporto Centri d’Italia 2021. Una mappa dell’accoglienza di ActionAid e Openpolis. Il rapporto evidenzia che in generale c’è stato un calo del 38 per cento delle presenze di richiedenti asilo.

“Una diminuzione così considerevole delle presenze nei centri avrebbe consentito di ripensare completamente il sistema, privilegiando il modello di accoglienza diffusa. Una scelta possibile e auspicabile che tuttavia avrebbe richiesto un preciso indirizzo politico”, afferma il rapporto. Ma questa occasione non è stata colta e invece sono stati proprio i grandi centri di accoglienza a essere favoriti, soprattutto nell’Italia meridionale.

“Solo considerando i centri straordinari, nel 2018 era Sassari la provincia con centri in media più̀ grandi (105,2 posti per centro) seguita da altre otto province del mezzogiorno (Catanzaro, Brindisi, Bari, Siracusa, Trapani, Foggia, Campobasso e Salerno)”, afferma il rapporto.

I centri di grandi dimensioni sono soprattutto al sud, mentre il nord ha continuato a prediligere un sistema di accoglienza diffuso: “Nel 2019 in quattro province italiane la capienza media dei centri è superiore a cento posti, quindi i centri ospitano sempre più di cento persone: Brindisi (133), Sassari (119,3), Livorno (117,2) e Vibo Valentia (108,7)”.

In generale i comuni italiani coinvolti nell’accoglienza sono diminuiti, passando da 2.691 nel 2018 a 1.822 dell’anno successivo, con un calo del 32,3 per cento. “Se il numero di comuni interessati nel 2019 fosse rimasto quello del 2018, la media di ospiti per comune sarebbe nettamente più̀ bassa di quella che si è effettivamente registrata (24,8 rispetto a 36,6 ospiti per comune). In questo modo si sarebbe potuto intervenire privilegiando, una volta per tutte, l’accoglienza diffusa. Sarebbe bastato lasciare in funzione i centri piccoli che erano già attivi nel 2018 e chiudere quelli più grandi. Se gli oltre 49mila posti attivi in centri di piccole dimensioni nel 2018 (37 per cento del totale) fossero rimasti tutti in funzione nel 2019, i piccoli centri avrebbero coperto ben oltre la metà dei posti necessari”, afferma il rapporto.

Dopo l’emanazione del decreto sicurezza, nel dicembre 2018 è stato ridefinito anche il capitolato di gara per la gestione dei centri, che stabilisce i servizi erogati e il loro costo. In tutte le categorie di centri, i servizi sono stati ridotti al minimo, con l’esclusione in particolare dei servizi orientati all’integrazione. Anche il costo previsto per la gestione del centro è stato ridotto in tutte le categorie, ma sono stati proprio i centri piccoli a essere maggiormente penalizzati.

Complessivamente si rileva una riduzione del prezzo giornaliero per ciascun ospite che, in media, nei centri di accoglienza straordinari (Cas) per adulti passa da 35 a 27,2 euro (-22,1 per cento). Se si distingue poi per dimensione del centro si nota come sono proprio i centri di accoglienza di piccole dimensioni ad aver subìto i tagli alla spesa maggiori (-22,7 per cento). Nei centri medi (-20,4 per cento) e ancor più in quelli grandi (-16 per cento) la riduzione è consistente, ma inferiore rispetto a quanto avviene per i piccoli. Questo taglio minore rende maggiormente sostenibile la gestione di centri grandi, un effetto amplificato dalla possibilità di massimizzare gli utili attraverso i grandi numeri e realizzare quindi economie di scala che assicurano un costo inferiore nell’amministrazione della struttura.

La riduzione del numero di posti all’interno del sistema di accoglienza (passati da 133.552 nel 2018 a 87.201 nel 2019) ha portato anche a una considerevole diminuzione del numero di centri attivi, che sono passati da 8.145 a 5.48: sono quindi più di 2.600 i centri che sono andati incontro alla chiusura.

Inoltre – ribadisce lo studio – i dati sugli effetti del decreto sicurezza non sono ancora definitivi: “Nel 2019 il sistema era ancora in transizione. Quando avremo a disposizione i dati sul 2020 potremmo trarre delle conclusioni definitive, verificando una volta per tutte se il decreto sicurezza ha portato a una maggiore concentrazione nelle grandi strutture anche su scala nazionale”.

Leggi anche

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it