20 ottobre 2021 11:35

“Ho fatto due anni di prigione per aver guidato una barca. Ho salvato la vita di quelle persone, non avevamo altra scelta. Ora vogliamo lottare per la libertà e i diritti umani di altri migranti imprigionati ingiustamente”, Cheikh Sene è arrivato in Italia qualche anno fa dalla Libia, arrestato dalle autorità italiane con l’accusa di essere uno scafista, cioè di aver condotto l’imbarcazione carica di migranti con cui ha attraversato il Mediterraneo.

Ora Sene è un attivista del circolo Arci Porco rosso di Palermo e ha collaborato con l’associazione nella realizzazione di una ricerca che ha per la prima volta analizzato dal punto di vista quantitativo gli arresti di migranti accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: ne emerge che dal 2013 più di duemila persone sono state arrestate e accusate di essere scafisti dalle autorità italiane con processi che hanno portato a pene molto severe.

L’analisi quantitativa dei dati raccolta da tre associazioni non governative – Arci Porco rosso, Borderline Europe e Alarmphone – ha mostrato che in Italia negli ultimi anni sono stati usati i sistemi della direzione nazionale antimafia, potenti strumenti di indagine e metodi imponenti per individuare i richiedenti asilo e migranti appena arrivati nel paese che avevano condotto le imbarcazioni, accusandoli di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, un reato che prevede pene fino a quindici anni di carcere e milioni di euro di multa. Lo aveva già anticipato un’inchiesta di The Intercept, tradotta e pubblicata anche da Internazionale.

Processi molto difficili
Secondo la ricerca, nell’ultimo anno la polizia ha arrestato un migrante ogni cento di quelli arrivati in Italia via mare. Le associazioni hanno intervistato un centinaio di persone tra cui decine di migranti, avvocati, giudici, ufficiali della guardia costiera italiana e operatori penitenziari.

Nella relazione si sottolinea che molti migranti vengono giudicati colpevoli anche quando le prove usate in tribunale contro di loro sono estremamente deboli. Maria Giulia Fava, operatrice legale che ha collaborato alla stesura del report, ha denunciato: “Si tratta di processi politicamente condizionati. Nella caccia allo scafista, capro espiatorio a cui addossare ogni responsabilità, le garanzie processuali vengono meno e quei princìpi su cui dovrebbe fondarsi ogni procedimento penale sono violati con leggerezza”.

“Una problematica centrale riscontrata è quella inerente all’accesso ai diritti da parte delle persone accusate, tenuto conto della peculiare condizione di difficoltà in cui si trovano al momento in cui viene formulata l’accusa. Dobbiamo infatti considerare, come illustrato nella precedente sezione, che i capitani vengono identificati al momento dello sbarco, o in prossimità di esso, in un paese straniero ove, spesso, non hanno alcun riferimento affettivo e di cui non conoscono lingua, cultura, né tantomeno la legge”, è scritto nel rapporto.

Le condanne variano dai due anni ai vent’anni. Dei quasi mille casi analizzati dall’indagine, venti persone sono state condannate a pene detentive di oltre dieci anni e sette persone hanno ricevuto l’ergastolo.

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“La persecuzione sotto il profilo penale dei cosiddetti scafisti in Italia andrebbe letta nel contesto sempre più ampio della criminalizzazione della migrazione verso l’Europa. Nel caso dei cosiddetti scafisti, si tratta della criminalizzazione dell’atto di guidare una barca con a bordo migranti che fanno ingresso in Europa senza visto; va ricordato che i procedimenti penali contro i guidatori delle barche si svolgono non solo in Italia ma anche in Grecia, Spagna, Canarie e Regno Unito: le tragiche situazioni che emergono da questa ricerca rappresentano, quindi, un tassello di un fenomeno di scala internazionale”, sottolinea il rapporto.

Lo studio stima che il 35 per cento dei migranti accusati di essere scafisti proviene dal Nordafrica, il 20 per cento dai paesi dell’Africa occidentale e un altro 20 per cento dall’Europa dell’est. Si tratta di persone originarie dell’Afghanistan, del Bangladesh, della Libia, del Senegal, di Siria e Ucraina.

In sintesi il rapporto denuncia i metodi d’identificazione degli scafisti all’approdo da parte delle autorità giudiziarie, accusandoli di essere approssimativi. “Questo è evidente in tema dell’uso strumentale e parziale dei testimoni”, si denuncia. Inoltre secondo le associazioni non è garantito l’accesso a una difesa piena ed effettiva, in carcere la vita dei cosiddetti scafisti, come quella dei detenuti stranieri in generale, è più dura rispetto a quella degli altri detenuti, “non solo per l’isolamento sociale e linguistico, ma anche a causa delle numerose difficoltà di accesso alle misure alternative alla detenzione”. Infine “gli effetti della criminalizzazione proseguono anche dopo la conclusione della vicenda penale dal momento che la condanna impedisce di vedersi riconosciuta la protezione internazionale”. Questo in molti casi impedisce ai migranti di ottenere il permesso di soggiorno e di rimanere nel paese in maniera legale, anche nel caso di rifugiati e richiedenti asilo.

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