Un programmatore durante un hackathon a San Francisco, Stati Uniti, il 16 luglio 2016.

Programmatori che programmano il loro licenziamento

Un programmatore durante un hackathon a San Francisco, Stati Uniti, il 16 luglio 2016.
16 ottobre 2018 12:56

Nel 2016 su Reddit è comparsa una confessione anonima: “Negli ultimi sei anni non ho fatto praticamente niente al lavoro”. Piuttosto tiepida come confessione, direte voi. Il fatto è che questo programmatore, che si è firmato come FiletOFish1066, ha detto di lavorare per una grande azienda tecnologica, e che quando diceva “niente”, intendeva dire proprio niente di niente.

Dopo otto mesi come addetto ai controlli di qualità aveva automatizzato completamente la sua attività. “Non scherzo. Per quaranta ore alla settimana, vado a lavoro, gioco a League of legends nel mio ufficio, navigo su Reddit e faccio tutto quello che mi pare. Negli ultimi sei anni avrò lavorato sì e no una cinquantina di ore”. Quando i suoi capi si sono resi conto che in cinque anni aveva lavorato meno di quanto i programmatori della Silicon valley facciano in una settimana, lo hanno licenziato.

Il racconto è diventato virale nei forum tecnologici della rete, costringendo alla fine il protagonista a cancellare non solo il post, ma anche il suo account.

Più o meno un anno dopo, qualcuno (o qualcuna) con il soprannome di Etherable ha posto un quesito su Stack Exchange, uno dei più importanti forum per programmatori della rete: “È poco etico da parte mia non dire al mio datore di lavoro che ho automatizzato il mio lavoro?”. Il programmatore (o la programmatrice) ha raccontato di aver accettato un lavoretto di programmazione che si era rivelato “un semplice inserimento di dati” e di aver messo a punto uno script che aveva automatizzato l’intera attività. A quel punto, “quello che prima richiedeva un mese di lavoro, adesso poteva essere svolto in dieci minuti”. Il lavoro era a tempo pieno e includeva dei benefit, tra cui la possibilità di lavorare da casa. Il programma dava risultati quasi perfetti: agli occhi dei dirigenti, il lavoro era svolto in modo impeccabile.

Dal post è nato un acceso dibattito. I commentatori si dividevano tra chi pensava che Etherable stesse truffando – o quanto meno ingannando – il suo datore di lavoro e chi pensava che avesse solo trovato un modo intelligente per svolgere il suo lavoro. Etherable non ha mai risposto alla discussione. Forse per paura dell’attenzione suscitata dai mezzi d’informazione di tutto il mondo che avevano riportato la sua storia, l’utente è svanito, lasciando questo unico contributo al dibattito su chi è responsabile dell’automazione del lavoro.

La si può definire automazione di se stessi, o autoautomazione. In un momento in cui lo spettro dell’automazione perseguita i lavoratori, alcuni programmatori solitari dimostrano che la minaccia può diventare una manna dal cielo se la gestiscono da soli, con o senza la consapevolezza dei loro datori di lavoro. Poiché sia FiletOFish1066 sia Etherable hanno postato in modo anonimo e sono spariti subito dopo, non è stato possibile raggiungere nessuno dei due per avere un commento. Le loro storie, però, dimostrano che sul posto di lavoro l’automazione può arrivare da vie diverse, ed essere guidata dai dipendenti invece che dai loro capi.

pubblicità

Secondo le promesse dell’automazione che ci arrivano da economisti ottimisti e futuristi speranzosi, se lasciassimo lavorare le macchine elimineremmo le mansioni più faticose e ripetitive, così avremmo più tempo per dedicarci allo svago e alle cose che ci interessano di più. Nel 1930 John Maynard Keynes teorizzava che “i macchinari automatici e i metodi della produzione di massa” avrebbero permesso di arrivare a una settimana lavorativa di quindici ore, e che perfino queste ore sarebbero servite ad aiutare gli uomini ad avere la sensazione di avere qualcosa da fare.

Quasi un secolo dopo, nonostante i progressi enormi in ambito tecnologico, le mansioni ripetitive esistono ancora. L’automazione procede spedita; i software svolgono milioni di attività, eppure negli Stati Uniti si lavora con più fatica e con orari sempre più lunghi. A godere dei vantaggi dell’automazione sono i proprietari delle macchine, e non chi le usa. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nei paesi dell’Ocse dagli anni settanta la quota di profitto usata per i salari è diminuita mentre è aumentata quella confluita nel capitale, per esempio nelle riserve di denaro contante o nei macchinari. A quanto pare alcuni dei pochi lavoratori che hanno davvero raccolto qualche briciola delle vecchie e arrugginite promesse dell’automazione sono quelli che attraverso la programmazione sono riusciti ad appropriarsene.

I programmatori scrivono da decenni codici che automatizzano il loro lavoro. La programmazione in genere implica l’uso di strumenti che aumentano l’automazione a diversi livelli, solo che nella maggior parte dei casi non arrivano al punto di automatizzare del tutto o quasi del tutto il lavoro. Ho scambiato messaggi privati su Reddit e email con una decina circa di programmatori che dicono di averlo fatto. Questi automatizzatori di se stessi si sono occupati di gestione di inventari, redazione di rapporti, esecuzione di grafici, amministrazione di database e inserimento di dati di ogni genere. Uno aveva perfino automatizzato l’intero carico di lavoro di sua moglie. Nella maggior parte dei casi hanno chiesto di rimanere anonimi per proteggere il posto di lavoro e la reputazione.

“Quando ho cominciato, impiegavo otto ore al giorno per svolgere il mio lavoro”, mi ha raccontato uno dei primi automatizzatori, che chiameremo Gary. Lavorava per una grande catena alberghiera che negli anni novanta stava cominciando a computerizzare il suo flusso di lavoro. Nel giro di poco tempo Gary si è reso conto che impiegava la maggior parte del tempo a ripetere gli stessi compiti, così ha cominciato a studiare programmazione dopo l’orario di lavoro. “Nel giro di tre mesi circa ho programmato un pezzo di codice in Lotus che non solo automatizzava compiti ripetitivi individuali, ma di fatto automatizzava tutto il lavoro”. Non ha spiegato ai suoi capi cosa avesse fatto di preciso, e la qualità della sua vita lavorativa è migliorata sensibilmente.

“Sembrava strano avere del tempo libero durante il giorno”, mi ha detto. “Lo trascorrevo a imparare cose sugli altri sistemi nell’hotel”. In questo modo ha risolto anche le inefficienze di quei sistemi. L’automatizzazione del suo lavoro aveva cancellato le attività di bassa manovalanza e ridotto il suo livello di stress, consentendogli di dedicarsi ai suoi veri interessi. “In effetti ho trasformato il mio lavoro in qualcosa che mi piace fare, ossia risolvere i problemi”, mi ha detto. Due settimane prima di andarsene ha consegnato al suo capo un dischetto con il programma e la documentazione sul suo funzionamento. Il suo capo se l’era presa molto per la sua decisione di lasciare il lavoro, racconta Gary, ma il suo atteggiamento è cambiato quando gli ha consegnato il dischetto, gli ha mostrato come funzionava il programma e gli ha raccomandato di chiamarlo in caso di problemi. Nessuno l’ha mai più richiamato.

Anche se un software svolge il lavoro in modo impeccabile, molti temono che usarli a vantaggio di un solo individuo sia sbagliato

Nel 2000 Todd Hilehoffer era incaricato di redigere rapporti per una compagnia di assicurazioni della Pennsylvania. A un certo punto si è reso conto che il suo lavoro poteva essere svolto da un software. Come mi ha scritto in un messaggio privato, quando ha cominciato a scrivere il programma che avrebbe potuto sostituire il suo lavoro era “un novellino, con un solo anno di esperienza nel campo dell’informatica. Ci ho messo più o meno un anno per automatizzare tutto il lavoro. Ho sempre pensato che i miei capi sarebbero rimasti colpiti e mi avrebbero trovato altro lavoro da fare”. In effetti è stato così, ma non avevano un altro lavoro per lui. Trascorreva le giornate a giocare a scacchi online. “Me ne sono stato con le mani in mano per 6-9 mesi”, ha detto Hilehoffer, che poi ha ricevuto una promozione.

Gli automatizzatori di se stessi offrono una prospettiva su cosa può succedere quando l’automazione è orchestrata non da un ordine arrivato dall’alto, ma dagli stessi lavoratori che la usano a loro vantaggio. Alcuni si godono il tempo libero, altri lo usano per imparare cose nuove.

“Queste storie dimostrano che l’automazione ha il potenziale di ridurre la quantità di lavoro noioso che siamo costretti a svolgere”, mi ha detto Jamie Woodcock, sociologo del lavoro presso l’Oxford internet institute. “Era proprio questa la promessa dell’automazione, ossia che non avremmo avuto più settimane di sessanta ore lavorative e avremmo potuto fare cose più interessanti come restare a casa con i nostri figli”.

Un programmatore durante un hackathon a San Francisco, Stati Uniti, il 16 luglio 2016.

Malgrado ciò, alcuni automatizzatori di se stessi hanno paura di condividere i programmi fuori del loro cubicolo. Anche se un software svolge in modo impeccabile il loro lavoro, molti temono che usarli a vantaggio di un solo individuo sia sbagliato. L’idea che il lavoro umano sia intrinsecamente virtuoso e che i dipendenti debbano sempre massimizzare la produttività a vantaggio dei loro datori di lavoro è iscritta nella cultura degli Stati Uniti molto più in profondità di qualsiasi codice di automazione. E la maggior parte dei contratti di assunzione stabilisce che la proprietà intellettuale sviluppata durante l’orario di lavoro appartiene al datore di lavoro. Perciò qualsiasi scorciatoia per migliorare l’efficienza può essere “assorbita” dal datore di lavoro e usata a suo vantaggio.

Un programmatore ha detto di aver tenuto segreto alla sua azienda il fatto di essere riuscito ad automatizzare del tutto il suo lavoro nel timore che quest’ultima avrebbe potuto rivendicare la proprietà e rifiutarsi di ricompensarlo. Un altro, che vuole essere chiamato solo Jordan, mi ha detto che una volta ha inavvertitamente automatizzato un intero reparto al punto da renderlo inutile. Adesso ogni anno ha “diverse settimane” di tempo libero in più grazie ai programmi di automazione. Jordan afferma che i suoi colleghi mantengono il più stretto riserbo sulle loro tecniche di automazione per non perdere il controllo sul modo in cui vengono usate: “Di solito teniamo per noi questi strumenti”.

Un altro programmatore si è spinto oltre e ha nascosto al suo capo che aveva completamente automatizzato il suo lavoro per cui percepiva 50mila dollari all’anno. La direzione poteva controllare lo schermo del suo computer attraverso la rete interna, perciò lui lanciava un ciclo di video preregistrati per nascondere il fatto che in realtà non stava lavorando.

Hanno preso il mio software, mi hanno sostituito con un idiota a cui hanno spiegato come funzionava e mi hanno licenziato

“Non capisco perché la gente pensi che sia poco etico”, replica Woodcock. “Ognugno di noi usa diversi strumenti e forme di automazione. Chi lavora con un computer di fatto sta automatizzando il suo lavoro”. Se uno qualsiasi di questi programmatori si fosse seduto davanti al computer inserendo manualmente i dati, giorno dopo giorno, non sarebbe mai stato rimproverato. Dimostrando però di essere capaci di livelli più alti di efficienza, alcuni per assurdo pensano di sfuggire ai propri doveri nei confronti delle aziende per cui cui lavorano.

Questo forse è il motivo per cui chi automatizza il suo lavoro ha l’impressione di imbrogliare l’azienda. Su Amazon mechanical turk, il mercato dell’azienda tecnologica per il microlavoro, l’automazione è esplicitamente contraria ai termini di servizio. E pensare che chi lavora sulla piattaforma per pochi centesimi a compito potrebbe essere tra i principali beneficiari dell’automazione.

Alcuni programmatori dicono di essere stati licenziati per aver automatizzato il loro lavoro. Nel 2011 un utente che si firmava Acceptable Losses ha scritto in un post: “Hanno preso quello che avevo progettato, mi hanno sostituito con un idiota a cui hanno mostrato come funzionava e mi hanno licenziato per insubordinazione”. Da questo punto di vista, le preoccupazioni degli automatizzatori di se stessi non sono legate tanto a questioni etiche quanto al desiderio di non essere licenziati o sfruttati da un datore di lavoro che, come sottolinea Woodcock, “si aspetta di avere non solo tutto il nostro tempo, ma qualsiasi nostra creazione”.

pubblicità

Non tutti i dipendenti desiderano automatizzare completamente il loro lavoro, ma le persone che si impegnano a programmare per snellire il lavoro inutile sono molte. Nel settore della produttività il web pullula di post e articoli con titoli tipo “Come ho automatizzato il mio lavoro con Node.js”, e ci sono decine di podcast su qualsiasi genere di automazione: piccolo imprese, marketing, smartphone. È un settore in piena espansione.

“Mi sembra uno sforzo dal basso compiuto da impiegati che lavorano in ufficio e altri che per il loro lavoro usano un computer”, mi ha scritto via email Al Sweigart, autore di Automate the boring stuff with Python (automatizzare le cose noiose con Python). Anche chi non ha molta familiarità con la programmazione cerca sollievo in un libro. “Ricevo email da lettori che mi dicono di aver liberato diverse ore delle loro giornate (e di quelle dei loro colleghi) grazie a una serie di piccoli programmi”, dice Sweigart.

Automatizzare il proprio lavoro può essere fonte di emancipazione. Tuttavia con la diffusione delle conoscenze sulle tecniche di automazione, queste ultime potrebbero diventare agli occhi dei datori di lavoro solo una delle tante competenze che i dipendenti devono possedere o apprendere, trasferendo all’azienda i vantaggi e poi rendendosi utili in altri modi. “I dipendenti avranno sempre più bisogno di automatizzare il loro lavoro se non vogliono essere mandati via”, esorta la Harvard business review. E saranno ancora una volta i ricchi e i loro bot costruiti dai dipendenti ad accaparrarsi i vantaggi.

L’ideale sarebbe se queste decisioni fossero prese collettivamente

Prima che questo succeda, chiunque lavori con la programmazione potrebbe voler prendere in considerazione i benefici legati all’automatizzazione del proprio lavoro. Rappresentano una sorta di precedente, anche se non perfetto, di come l’automazione potrebbe aumentare la qualità della vita dei lavoratori. “Il punto è che affinché l’automazione funzioni deve essere democratizzata”, mi ha detto Woodcock. “Il fatto che non sia un manager ad attuare l’automazione è un passo avanti. Non è ancora un processo democratico”. Gli automatizzatori di se stessi agiscono da soli, decidendo quando e come rimpiazzare il loro lavoro con un programma. L’ideale sarebbe se queste decisioni fossero prese collettivamente, con suggerimenti dai colleghi, così che i vantaggi possano essere distribuiti in modo equo.

Gli automatizzatori di se stessi dimostrano come i programmatori siano in una posizione eccezionale per negoziare con i loro datori di lavoro quali vantaggi derivanti dall’automazione dovrebbero andare ai lavoratori, da una settimana lavorativa più corta a una maggiore flessibilità per dedicarsi a lavori che amano. Per ora non sembra che si stia andando in questa direzione, ma in linea teorica gli automatizzatori di se stessi potrebbero organizzare e distribuire le loro tecniche ad altri programmatori, generando un settore industriale che potrebbe davvero usufruire della settimana lavorativa di quindici ore. Sembra un’opportunità rara – e tenuto conto dei progressi dell’intelligenza artificiale, una delle ultime – per cercare di stabilire i termini di una modalità di automazione che metta al primo posto le persone.

Traduzione di Giusy Muzzopappa.

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale.
© 2018. Tutti i diritti riservati. Distribuito da Tribune Content Agency.

Abbonati per ricevere Internazionale
ogni settimana a casa tua.

Abbonati
pubblicità

Articolo successivo

Il mondo operaio è In guerra
Francesco Boille