Alcuni scienziati hanno scoperto un batterio che si nutre di plastica tossica. Quest’organismo non è solo in grado di distruggere la plastica ma la usa anche come combustibile per alimentare tale processo. Il batterio, che è stato rinvenuto in una discarica nella quale era stata gettata della plastica, è il primo del suo genere noto per attaccare il poliuretano. Milioni di tonnellate di questa plastica sono prodotti ogni anno per essere usati in oggetti come scarpe sportive, pannolini, spugne per la cucina e schiuma isolante, ma poi finisce perlopiù in discarica perché è troppo difficile da riciclare.

Quando viene disintegrato può rilasciare sostanze chimiche tossiche e cancerogene che possono uccidere la maggior parte dei batteri, ma il ceppo appena scoperto è in grado di sopravvivere. Nonostante la ricerca abbia identificato il batterio e alcune delle sue caratteristiche, rimane molto lavoro da fare prima che possa essere usato per trattare grandi quantità di rifiuti di plastica.

“Queste scoperte rappresentano un passo importante verso la capacità di riutilizzare prodotti di poliuretano oggi difficili da riciclare”, ha dichiarato Hermann Heipieper, del centro Helmholtz per la ricerca ambientale Ufz di Lipsia, in Germania, che fa parte dell’équipe di ricerca. Ha inoltre aggiunto che tra dieci anni potrebbe essere possibile usare il batterio su larga scala e che, nel frattempo, è fondamentale ridurre l’uso di plastica difficilmente riciclabile e ridurre la quantità di plastica nell’ambiente.

Contaminazione definitiva
Dagli anni cinquanta sono stati prodotti più di otto miliardi di tonnellate di plastica, la maggior parte della quale ha finito per inquinare i terreni e gli oceani del mondo, o è stata depositata in discariche. Gli scienziati ritengono che tale materiale minacci una “quasi definitiva contaminazione dell’ambiente naturale”.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Frontiers in Microbiology, ha identificato un nuovo ceppo di batteri cosiddetti pseudomonas, una famiglia nota per la sua capacità di resistere a condizioni difficili, come alte temperature e ambienti acidi.

I ricercatori hanno fornito ai batteri, in laboratorio, componenti fondamentali del poliuretano. “Abbiamo scoperto che i batteri possono usare questi componenti come fonte di carbonio, azoto ed energia”, ha spiegato Heipieper.

In passato sono stati usati funghi per disintegrare il poliuretano, ma i batteri sono molto più facili da sfruttare per usi industriali. Heipieper ha spiegato che il prossimo passo dovrebbe essere quello d’identificare i geni che compongono gli enzimi prodotti dal batterio e che disintegrano il poliuretano.

“La disintegrazione di alcuni poliuretani può rilasciare additivi tossici, che vanno maneggiati con cura”

Gli scienziati hanno rivelato nel 2018 di aver creato per errore un enzima mutante in grado di distruggere bottiglie di plastica per bevande prodotte in pet. Questo potrebbe permettere per la prima volta il totale riciclo delle bottiglie. Il professor John McGeehan, direttore del centro per l’innovazione degli enzimi dell’università of Portsmouth, una delle équipe all’origine di questo passo avanti, ha elogiato il nuovo lavoro.

“La disintegrazione di alcuni poliuretani può rilasciare additivi tossici, che vanno maneggiati con cura. Questo gruppo di ricerca ha scoperto un ceppo che può contrastare alcuni di questi agenti chimici”, ha dichiarato. “Anche se c’è ancora molto lavoro da fare, è una notizia elettrizzante e una ricerca necessaria che dimostra le potenzialità di cercare in natura biocatalizzatori efficaci. Comprendere e sfruttare simili processi naturali spianerà la strada a innovative soluzioni di riciclaggio”.

Secondo Heipieper, “quando si hanno grandi quantità di plastica nell’ambiente, significa che esiste un sacco di carbonio, e ci sarà un’evoluzione che permetterà di utilizzarlo come nutrimento. I batteri esistono in grandissima quantità ed evolvono molto velocemente”.

“Tuttavia, questo non significa con certezza che il lavoro dei microbiologi possa portare a una soluzione completa”, ha dichiarato. “Il principale messaggio dovrebbe essere, in primo luogo, quello di evitare che la plastica venga rilasciata nell’ambiente”.

Precedenti ricerche hanno anche mostrato che alcuni funghi possono disintegrare la plastica pet, e che le larve di tarma della cera, generalmente usate come esche per la pesca, possono nutrirsi di buste di polietilene.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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