Nuovo ospedale dell’Angelo, Mestre. (Giulio Sarchiola, Contrasto)

La medicina del futuro

Nuovo ospedale dell’Angelo, Mestre. (Giulio Sarchiola, Contrasto)
25 ottobre 2019 12:34

Questo articolo è uscito il 22 luglio 2011 nel numero 907 di Internazionale. Era stato pubblicato su The Atlantic con il titolo The triumph of new-age medicine.

L’incontro con Brian Berman, un medico dall’aria mite e tranquilla, avviene davanti alle maestose colonne che ornano la facciata della sala conferenze del Medical center dell’università del Maryland, a Baltimora, una delle più antiche del paese. Il centro ricerche diretto da Berman è qui vicino, in un edificio di mattoni a due piani molto più piccolo e semplice, ma sempre monumentale. Ci lavorano 33 persone, tra cui diversi ricercatori, grazie al finanziamento di 35 milioni di dollari concesso negli ultimi quattordici anni dai National institutes of health (agenzia statunitense per la ricerca medica), che considerano la clinica un centro d’eccellenza. Oltre a occuparsi di ricerca, il centro fornisce anche assistenza medica. Alcuni pazienti aspettano fino a due mesi per cominciare una cura, perché ormai il personale non riesce più a occuparsi di tutte le persone indirizzate qui dai colleghi. “È un grande cambiamento”, dice Berman ridendo. “Prima avevamo difficoltà a farci prendere sul serio dai medici”.

Il centro di medicina integrata di Berman è specializzato in medicina alternativa, a volte detta anche “olistica” o “complementare”. Non esiste una lista ufficiale dei tipi di pratiche alternative comprese in questa definizione, ma in genere si tratta di agopuntura, omeopatia (la somministrazione di un bicchiere d’acqua che conterrebbe una percentuale impercettibile di varie sostanze quasi tossiche), chiropratica, erbe medicinali, reiki (imposizione delle mani o terapia energetica), meditazione (che oggi molti chiamano mindfulness, consapevolezza), massaggi, aromaterapia, ipnosi, ayurveda e altri trattamenti che normalmente non rientrano tra le prescrizioni dei medici. Il termine “integrata” si riferisce alla combinazione di tutte queste pratiche con la medicina ufficiale.

La clinica di Berman non è certo unica. Negli ultimi anni i centri di ricerca medica integrata sono spuntati in tutti gli Stati Uniti, e ben 42 centri sono legati a importanti istituzioni universitarie tra cui Harvard, Yale, Duke, l’università della California a San Francisco e la Mayo Clinic. “Noi dottori tendiamo a essere troppo specializzati”, afferma Jay Perman, pediatra e presidente dell’università del Maryland a Baltimora. “Ci insegnano a fare una diagnosi, a prescrivere una terapia, e tutto finisce lì. Ma non è vero che finisce lì. Conta anche l’ambiente in cui vive il paziente. Per quanto riguarda la medicina alternativa, non è chiaro quale sia il meccanismo che la rende utile ai pazienti, ma forse è il fatto che contribuisce a creare l’ambiente giusto”.

In uno degli ospedali del Medical center dell’università del Maryland faccio conoscenza con Frank Corasaniti, 60 anni, un vigile del fuoco in pensione che è qui per una seduta di agopuntura con Lixing Lao, un ricercatore fisiologo del centro Berman. Corasaniti si è fatto male alla schiena cadendo da una scala vent’anni fa, e in seguito, sempre lavorando, si è fatto male anche alle spalle e al collo. Ha subìto quattro interventi chirurgici, tra cui uno in cui gli hanno saldato le vertebre del collo, seguiti da un ciclo di iniezioni di steroidi e antidolorifici. Ma il dolore non è diminuito. Nel 2002 ha lasciato i vigili del fuoco e ha trovato un lavoro fisicamente meno impegnativo. Il dolore, però, era diventato così forte che ha dovuto lasciare anche quel lavoro. “Stavo cominciando a pensare che avrei dovuto smettere di fare qualsiasi cosa”, mi ha raccontato. Era preoccupato soprattutto di non poter continuare ad aiutare sua madre, che combatteva il cancro da due anni.

Molti studi hanno dimostrato che lo stress danneggia il sistema immunitario

La moglie infermiera lo ha spinto a provare l’agopuntura, e a febbraio, con la benedizione del suo medico, ha finalmente incontrato Lao, che ha studiato agopuntura in Cina. La prima visita è durata più di un’ora, racconta Corasaniti, passata per lo più a parlare delle sue lesioni e di quello che sembrava alleviare o aggravare il dolore, ma anche di altri aspetti della sua salute: l’aumento di peso, la stitichezza, un inizio di problemi urinari. Hanno parlato a lungo della sua dieta, dell’attività fisica e di quanto gli pesavano le sue responsabilità. Lao si è poi concentrato sullo stress: quali erano le cose più stressanti nella vita di Corasaniti e quanto facevano aumentare il dolore? Quindi hanno parlato dell’importanza di trovare un modo per rilassarsi nella vita quotidiana. Lao gli ha spiegato che l’agopuntura avrebbe aperto i “canali dell’energia”, che nel suo corpo erano bloccati, consentendole di scorrere più liberamente per ridurre il dolore e migliorare la salute in generale.

Durante ogni seduta, con una musica rilassante di sottofondo, Lao infilava gli aghi nelle zone dove Corasaniti sentiva dolore e in quelle circostanti, ma anche nelle mani e nelle gambe, spiegandogli che i canali dell’energia percorrono tutto il corpo. L’applicazione degli aghi in sé non richiedeva più di tre minuti. Poi Lao chiedeva a Corasaniti di rimanere disteso per un po’ e lui si addormentava, per svegliarsi circa venti minuti dopo, quando Lao lo scuoteva delicatamente. Per un mese e mezzo Corasaniti è andato lì per una seduta di 40 minuti due volte alla settimana, e poi per una sola volta alla settimana.

Anche se ovviamente le esperienze di medicina alternativa possono variare molto, certi aspetti delle visite sono tipici. Soprattutto la lunga conversazione iniziale, da cui emergono molti dettagli della storia del paziente, e l’atmosfera rilassante, la discussione su come migliorare la dieta e l’esercizio fisico, l’importanza attribuita alla riduzione dello stress, la spiegazione di come il trattamento aumenterà la capacità del corpo di guarire se stesso, la garanzia che nel corso del tempo migliorerà sia il problema lamentato dal paziente sia la sua salute in generale, il contatto fisico delicato e l’invito a fare frequenti visite di controllo.

Nuovo ospedale dell’Angelo, Mestre. (Giulio Sarchiola, Contrasto)

Anche la descrizione dei risultati è abbastanza tipica. Dopo due mesi di trattamento, la zona in cui il dolore era più intenso, vicino al collo, si è ridotta da un diametro di 15 centimetri alle dimensioni di una moneta. Ha perso dieci chili, e la stipsi e le difficoltà urinarie sono sparite. Grazie a questi progressi, il suo medico gli ha permesso di cominciare un intenso programma di esercizi fisici per rafforzare la muscolatura e ridurre la possibilità di nuove lesioni, oltre a migliorare il suo stato fisico generale. “Mi sento molto meglio”, dice.

Il diffidente
“È una frode pericolosa che sanno vendere molto bene”, sostiene Steven Salzberg, un biologo dell’università del Maryland a College Park. “Queste cliniche mettono insieme un po’ di omeopatia, un po’ di meditazione e un po’ di vudù, ma ci aggiungono un pizzico di medicina convenzionale e la chiamano terapia integrata, così si attirano meno critiche. La vera medicina è solo una, ed è quella i cui trattamenti hanno dimostrato di funzionare. Quando una cosa funziona, non è poi così difficile dimostrarlo. Queste persone cercano da anni di dimostrare che le loro cure alternative funzionano, e non ci riescono. Ma non lo ammetteranno mai e andranno avanti così. È ovvio, guadagnano troppi soldi”.

Salzberg, autore di un blog molto seguito, è considerato un esperto di ricerche sulla medicina alternativa e uno dei suoi avversari più accaniti. In particolare, ha chiesto che cliniche come quella di Berman non ricevano più soldi dallo stato. Secondo lui, questi finanziamenti non dipendono dal fatto che per gli scienziati la medicina alternativa merita di essere ulteriormente studiata. In realtà sono stati decisi da un piccolo gruppo di parlamentari che cercano conferma alla loro ingiustificata fiducia in questi trattamenti.

I centri medici fanno la fila per aprire istituti di ricerca e ottenere i finanziamenti dei National institutes of health, aggiunge Salzberg. Il marketing aggressivo di queste cliniche attira molti pazienti (una piccola clinica integrata può guadagnare milioni di dollari all’anno). I racconti dei pazienti riflettono semplicemente la loro ingenuità e il loro desiderio di sentirsi diversi scegliendo cure alternative. Su sintomi soggettivi come il dolore e certi disturbi generici, osserva Salzberg, la suggestione agisce facilmente. Questi sintomi tendono anche a essere ciclici, e così le persone che vanno dal medico quando i sintomi sono in fase acuta probabilmente dopo staranno meglio, qualsiasi cosa faccia il medico. I pazienti si illudono semplicemente che il miglioramento sia merito della cura.

La medicina alternativa non sarebbe poi così male se fosse innocua, sostiene Salzberg, ma non lo è: “Se la cura consiste solo nel bere una tisana o fare esercizi yoga, va bene, non serve a molto, ma almeno non fa male. L’agopuntura invece comporta un rischio reale di infezione da aghi. E quando un chiropratico ti fa scrocchiare il collo, c’è una minima possibilità, anche se non del tutto irrilevante, che ti spezzi un’arteria e ti uccida”.

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Da uno studio del British Medical Journal del 2010 è emerso che nel mondo sono stati denunciati solo 200 casi di infezione probabilmente collegati all’agopuntura, ma potrebbero essersene verificati molti altri. Le prove del rischio di tranciare un’arteria durante una seduta di chiropratica sono scarse, indirette e discusse, ma sembrano plausibili. Il pericolo maggiore, aggiunge Salzberg, è che quando decidono di andare da un medico alternativo, di solito i pazienti interrompono del tutto le cure tradizionali: “Più tempo passano a sottoporsi a trattamenti fasulli, meno ne passano a ricevere cure che funzionano e che potrebbero salvargli la vita”.

Non è difficile vedere la medicina alternativa come un business discutibile, o addirittura una truffa, se si tiene conto anche di tutti gli integratori, gli strumenti e le terapie palesemente assurde pubblicizzate dalle riviste, in tv e nei centri commerciali. E così la gente compra milioni di braccialetti di silicone con un ologramma che promette di ridare energia. La maggior parte degli omeopati, agopuntori ed erboristi non è neanche laureata in medicina e non lavora sotto la stretta supervisione di un medico, perciò è libera di fare affermazioni esagerate e di dare consigli infondati. Non è grave se un adolescente spende venti dollari per un braccialetto alla moda, anche se è inutile dal punto di vista medico, ma dovremmo tutti cominciare a preoccuparci quando un bambino affetto da autismo interrompe la terapia comportamentale per essere sottoposto a un trattamento a base di erbe o di manipolazione spinale. Circa il 40 per cento degli statunitensi ha provato una qualche forma di medicina alternativa a un certo punto della sua vita, e per queste cure si spendono circa 35 miliardi di dollari all’anno. È inevitabile che qualcuno ne approfitti.

Le accuse di imperizia professionale o di pura e semplice truffa sembrano del tutto immotivate se rivolte a una clinica come quella di Berman. Nonostante questo, spiega Salzberg, gli studi dimostrano chiaramente che la medicina alternativa semplicemente non funziona. E a prima vista, questa affermazione sembra quasi incontrovertibile. La letteratura scientifica è piena di studi approfonditi i quali dimostrano che praticamente tutti i trattamenti alternativi, comprese l’omeopatia, l’agopuntura e la chiropratica, non aiutano i pazienti più di quanto facciano certi metodi inventati per truffare la gente. Si potrebbe pensare che le prove cliniche siano sufficienti a chiudere il caso della medicina alternativa, almeno agli occhi dei medici tradizionali. Ma molti, anche se non hanno niente da guadagnarci, contestano la visione in bianco e nero di Salzberg e di altri. Nel suo insieme, sembra che la comunità medica stia diventando sempre più aperta alla medicina alternativa.

Il fatto è che la medicina tradizionale non riesce a risolvere tutti i problemi. “La medicina moderna è nata a partire dai successi nella lotta contro le malattie infettive”, spiega Elizabeth Blackburn, una biologa dell’università della California a San Francisco e vincitrice di un premio Nobel. “Fino al secolo scorso gli agenti infettivi erano la principale fonte di malattia e di mortalità. Si poteva individuare l’agente che aveva colpito il paziente e combatterlo con le medicine”. Buona parte delle infrastrutture mediche che abbiamo oggi sono state create pensando a come agiscono gli agenti infettivi. La formazione dei medici, gli ospedali, l’industria farmaceutica e le assicurazioni sanitarie sono stati tutti pensati in base a un modello: l’esecuzione di alcuni esami clinici sul paziente per stabilire quale farmaco o quale intervento chirurgico sia necessario per eliminare uno specifico agente. Per questo obiettivo, il sistema funziona benissimo.

Ma dopo aver vinto la battaglia contro le infezioni, la medicina ha spostato l’attenzione sulle cosiddette malattie croniche complesse: cardiopatie, cancro, diabete, Alzheimer e altri problemi che non hanno un’origine chiara. Oggi che viviamo più a lungo, le principali cause di morte sono le malattie che di solito si sviluppano in età avanzata. Le cardiopatie, il cancro alla prostata e al seno, il diabete, l’obesità e altre malattie croniche ormai determinano tre quarti della nostra spesa sanitaria. “Oggi ci troviamo davanti una serie di problemi medici completamente diversi”, dice Blackburn. “Ma non abbiamo ancora rivisto il nostro modo di combattere le malattie”. Questo significa che il medico aspetta di individuare qualche sintomo di queste malattie complesse per poi curarci con i farmaci o con la chirurgia.

Purtroppo, i farmaci che abbiamo usato finora in questi casi si sono dimostrati in gran parte inadeguati, se non dannosi. La lista dei medicinali che non solo non fanno quasi nulla per combattere le malattie complesse ma presentano anche il rischio di gravi effetti collaterali è lunga, e comprende l’Avastin per il cancro (che può provocare embolie, collasso cardiaco e perforazione dell’intestino), l’Avandia per il diabete (infarto) e il torcetrapib per il cuore (morte). In molti casi i farmaci usati per curare i tumori più gravi fanno solo vivere il paziente qualche mese in più, ma con una significativa perdita di qualità della vita. Nessun farmaco si è dimostrato sicuro ed efficace contro l’Alzheimer, per esempio, né contro l’obesità, che fa aumentare di molto il rischio di tutte le malattie complesse. Perfino le statine per abbassare il colesterolo, che un tempo sembravano uno dei pochi successi indiscussi della medicina, oggi sono considerate quasi inutili per ridurre il rischio di un infarto.

La chirurgia, ampiamente usata per curare le malattie cardiache, si sta dimostrando altrettanto deludente. Ultimamente, alcuni studi hanno dimostrato che ricorrere a un bypass o a uno stent per tenere aperte le arterie non allunga molto la vita della maggior parte dei pazienti. Senza contare che alcuni di questi trattamenti sono prescritti a persone che non ne hanno alcun bisogno. Secondo uno studio, una persona che si presenta al pronto soccorso lamentando un dolore al petto ha circa l’80 per cento di probabilità di essere ricoverata e sottoposta a una serie di esami complessi, anche se non è ad alto rischio di malattie cardiache. Se gli esami sono molti ci sono buone probabilità che indichino per errore che un’arteria importante è ostruita e portino inutilmente all’inserimento di uno stent, accompagnato da un lungo periodo di assunzione di farmaci per sventare il rischio reale di ostruzione dello stent. In questo modo, ogni anno molte persone sane sono trasformate in pazienti cronici.

La comunità medica sa perfettamente quale sarebbe il modo migliore per affrontare le malattie complesse: invece di aspettare che la malattia si manifesti per poi provare a gestirla con i farmaci, bisognerebbe cercare di ridurre i rischi. “Dobbiamo prevenire e ritardare l’inizio della malattia”, afferma Blackburn. “E sappiamo che esistono i modi per farlo”. Oltre a convincere le persone a smettere di fumare, i tre sistemi più efficaci sono una dieta sana, più esercizio fisico e meno stress. Ormai è ampiamente dimostrato che questi cambiamenti dello stile di vita influiscono molto sulla salute.

Ospedale Cardinal Massaia, Asti. (Giulio Sarchiola, Contrasto)

Dean Ornish, un ricercatore medico dell’università della California a San Francisco e fondatore dell’Istituto di ricerca sulla medicina preventiva, con i suoi studi dimostra da più di trent’anni che la dieta, l’esercizio fisico e la riduzione dello stress funzionano meglio di qualsiasi medicina e di qualsiasi intervento chirurgico per prevenire, ritardare e perfino invertire il corso delle cardiopatie. “Un tempo dicevano che ero pazzo”, racconta. “Oggi molti studi hanno dimostrato che l’angioplastica e gli stent non prolungano la vita dei pazienti cardiopatici. E il cambiamento di stile di vita funziona molto meglio dei farmaci per prevenire le complicazioni del diabete”. Un importante studio del 2004 condotto su 30mila persone è giunto alla conclusione che con questi cambiamenti si potrebbe evitare almeno il 90 per cento dei casi di cardiopatia.

Secondo Blackburn la riduzione dello stress, in particolare, sembra sempre più importante. Blackburn ha ottenuto il Nobel per le sue ricerche sui telomeri, le regioni terminali dei cromosomi. Gli studi condotti da lei e da altri hanno dimostrato che lo stress determina l’accorciamento dei telomeri, il quale a sua volta è legato all’invecchiamento e al cancro. “Tendiamo a dimenticare che organo potente è il nostro cervello”, spiega Blackburn. “È il grande controllore. Stiamo scoprendo che il cervello ha a che vedere con molti dei processi implicati in queste malattie croniche. Ovviamente non basta desiderare che spariscano, ma possiamo prevenirle e ritardarne l’inizio limitando lo stress”. Molti studi hanno dimostrato che lo stress danneggia il sistema immunitario, e da una ricerca recente è emerso che in alcuni pazienti riducendo lo stress si riesce anche a rallentare l’avanzamento del cancro.

Il giusto approccio
La medicina ha scoperto ormai da tempo cosa bisogna fare per convincere i pazienti a cambiare stile di vita: ricoprirli di attenzioni. Questo significa visite più lunghe e più frequenti, più attenzione su quello che sta succedendo nella loro vita, più impegno per placare le loro ansie, per incoraggiare comportamenti sani, per convincere i pazienti ad assumersi la responsabilità del loro benessere, e più tentativi concertati per infondere speranza. Ippocrate dice: “È più importante sapere quale tipo di persona ha una malattia che sapere quale tipo di malattia ha una persona”. Questo approccio mirato alla “guarigione” non è molto diffuso. Gli studi dimostrano che in media una visita dura venti minuti, che i medici tornano subito a parlare in termini tecnici appena i pazienti manifestano le loro emozioni, che li interrompono in media dopo 23 secondi, che non dedicano più di un minuto a fornire informazioni, e che tirano fuori il problema del peso con meno della metà dei loro pazienti a rischio di obesità.

Molti studenti di medicina cominciano con la mentalità giusta, ma pochi la conservano. “È il sistema che te la fa perdere”, spiega Brian Berman, citando uno studio secondo cui con il passare degli anni gli studenti di medicina ottengono un punteggio sempre più basso nei test sull’empatia. Lo stesso Berman è stato un medico convenzionale fino a 33 anni, quando ha cominciato a studiare la medicina tradizionale cinese, che, come molti approcci alternativi, si concentra soprattutto sullo stile di vita, i sentimenti e gli atteggiamenti del paziente e dà molta importanza alla riduzione dello stress, a una dieta sana e all’esercizio fisico, oltre a incoraggiare il paziente a credere nella propria capacità di guarire se stesso. “Mi sono reso conto che potevo fare molto di più per aiutare le persone”, dice. “Per la prima volta dopo l’università, mi sono sentito di nuovo un guaritore”.

Le finte cure alleviano i sintomi di molte malattie come i farmaci e la chirurgia

Steven Novella definisce “melensa” l’idea che i benefici delle cure alternative dipendano soprattutto dal contatto più stretto tra medico e paziente. Novella è un rispettato neurologo di Yale e il curatore di Science-based medicine, un blog molto influente e decisamente contrario alla medicina alternativa. Quando lo incontro nella sua casa di New Haven, nel Connecticut, mi spiega che la teoria di un rapporto più stretto tra medico e paziente serve solo a distrarre l’attenzione dal fatto che i test non hanno mai dimostrato una differenza tra i trattamenti alternativi e i placebo. Anche se ammette che questi metodi spingono i pazienti ad avere un atteggiamento più positivo, e quindi a stare meglio, Novella è assolutamente convinto che sia immorale imporre queste cure fittizie alle persone facendogli credere che le stiamo aiutando: “I medici alternativi hanno un grande vantaggio”, afferma. “Possono mentire ai pazienti. Io non posso farlo”.

Tuttavia questa affermazione non è così scontata come sembra. “La medicina convenzionale sfrutta continuamente l’effetto placebo”, dice Ted Kaptchuk, un ricercatore di Harvard che studia l’impatto dei placebo. “Quando prescrivono un farmaco, i medici non dicono che funziona poco meglio di un placebo. Mentono un po’ tutti”. Per essere approvato dalla Food and drug administration (l’agenzia statunitense per gli alimenti e i medicinali), un farmaco, deve dare risultati migliori di un placebo in un test, ma la maggior parte delle medicine approvate è solo leggermente più efficace di un placebo, e in alcuni casi le prove sono discutibili. Per esempio, diversi studi hanno dimostrato che la maggior parte degli antidepressivi non fa meglio dei placebo, ma nel 2010 ne sono stati prescritte 250 milioni di confezioni. Secondo una stima dell’industria farmaceutica, la maggior parte dei farmaci non ha effetto sul 70 per cento dei pazienti. E uno studio recente è giunto alla conclusione che l’85 per cento delle medicine che arrivano sul mercato non è quasi di nessuna utilità ai pazienti.

Naturalmente è difficile stabilire se un medico convenzionale o alternativo “mente” al paziente quando gli prescrive un farmaco o un rimedio omeopatico. Non sappiamo quanto ognuno di loro crede in quei trattamenti, anche se da un sondaggio del 2008 è emerso che circa la metà dei medici statunitensi ammette di prescrivere regolarmente delle cure che probabilmente non avranno effetti sulla salute del paziente. Nonostante questo, osserva Kaptchuk, grazie all’effetto placebo i pazienti finiscono sempre per sentirsi meglio e spesso anche le analisi migliorano: “Sapere che avremo una terapia è una parte essenziale del rituale di una visita medica”.

Il potere del placebo
Molti studi hanno dimostrato che le finte cure alleviano i sintomi di molte malattie debilitanti quanto i farmaci e la chirurgia. Uno studio del 2002 ha dimostrato che una finta operazione al ginocchio, che comportava un’incisione ma niente di più, alleviava i dolori dell’artrite come un vero intervento. Da uno studio condotto da Kaptchuk con alcuni colleghi e pubblicato dal British Medical Journal nel 2008 è emerso che i pazienti a cui veniva prescritto un finto trattamento per un problema di intestino irritabile miglioravano come quelli a cui veniva somministrato un farmaco standard per lo stesso disturbo. Uno studio del 2001 aveva già dimostrato che nei pazienti affetti dal morbo di Parkinson, una malattia dovuta a una ridotta capacità del cervello di produrre dopamina, la somministrazione di un placebo faceva aumentare il livello del neurotrasmettitore. Da uno studio condotto quest’anno dall’associazione medica tedesca è inoltre emerso che il 59 per cento dei pazienti afflitti da problemi di stomaco migliora con una finta terapia.

“I placebo hanno un effetto più marcato e più complesso di quanto pensiamo”, ha affermato il direttore dell’associazione Christoph Fuchs al momento della pubblicazione dei risultati dello studio. “Sono molto importanti nella medicina di oggi”. Gli studi di Kaptchuk e di altri hanno perfino dimostrato che i pazienti ottengono dei benefici dai placebo anche quando i medici sono sinceri ma comunque ottimisti sul loro funzionamento e dicono cose come: “Non sappiamo perché, ma con molti pazienti sembra funzionare”. E in tanti casi è proprio così. È stato anche dimostrato che le cure alternative come l’agopuntura tendono a produrre un effetto placebo più forte della semplice assunzione di pillole di zucchero, probabilmente perché i trattamenti alternativi sono più ritualizzati e aumentano le aspettative dei pazienti. In altre parole, i medici alternativi sono più bravi a “vendere” l’effetto placebo.

Un rapporto unico
Qualcuno potrebbe sostenere che un sistema che esercita solo un effetto placebo relativamente innocuo su molte malattie, senza produrre effetti collaterali, ha almeno un vantaggio rispetto alle solite terapie. Ma se ci limitiamo a considerare l’effetto placebo della medicina alternativa rischiamo di ignorare quello che forse è il suo vantaggio maggiore, il fatto che si avvicina di più al modello della “guarigione”. Gli studi clinici controllati randomizzati (Rct), normalmente usati per valutare l’efficacia di un trattamento, non possono verificare questo effetto. Sono l’ideale per mettere alla prova farmaci e altri trattamenti fisici che possono produrre o meno un beneficio. Ma cosa bisogna verificare in uno studio sulla medicina alternativa? Fino a oggi si è cercato di verificare i rimedi in sé, indipendentemente da tutti gli altri aspetti di una visita alternativa, e gli studi hanno chiaramente dimostrato che l’esatta posizione degli aghi o l’impercettibile presenza di speciali ingredienti nel liquido omeopatico non esercita alcun effetto significativo sui pazienti.

Ma cosa c’è di fasullo nell’essere un medico attento al paziente, che cerca di convincerlo ad adottare comportamenti più sani? Si potrebbe chiedere a tutti i medici di cercare di interagire esattamente nello stesso modo con tutti i pazienti e di dire esattamente le stesse cose, ma questo non significherebbe ripetere quello che succede veramente nella medicina alternativa, nella quale uno degli obiettivi principali è adattare l’esperienza a ciascun paziente e stabilire un rapporto unico. “Dobbiamo stare attenti a evitare che il presunto metodo obiettivo e scientifico abbia la meglio su tutti gli altri aspetti dell’esperienza umana”, dice Clifford Saron, un neuroscienziato dell’università della California a Davis che studia l’effetto della meditazione sul cervello.

Secondo Berman, dell’università del Maryland, altri tipi di studi potrebbero funzionare meglio per dimostrare quello che si può o non si può ottenere con i metodi alternativi. Per esempio, Berman sta conducendo una serie di studi per confrontare come reagiscono i pazienti in diversi luoghi di cura, e pensa di poter dimostrare che per certi tipi di pazienti le cliniche integrate funzionano meglio di quelle normali. Steven Novella non è d’accordo. “L’Rct è un metodo di riferimento che usiamo da molto tempo”, mi spiega, “e non ha senso sostenere che dobbiamo abbassare i nostri standard solo per trovare un modo per giustificare la medicina alternativa. È solo un espediente di chi non è riuscito a dimostrare che i suoi trattamenti funzionano”.

Ma il fatto che non sia possibile dimostrare i benefici del rapporto personale nella medicina alternativa in realtà è irrilevante. Perché quasi tutti i ricercatori, compresi i suoi denigratori più feroci come Novella e Salzberg, sono già convinti che un medico attento, disponibile e bravo a stabilire un buon rapporto aiuta il paziente a stare meglio. Novella è d’accordo anche sul fatto che un dottore affettuoso e partecipe ha più probabilità di convincere il paziente ad adottare uno stile di vita più sano. Sa anche che molti pazienti si sentono meglio se il medico cerca di aiutarli quando lamentano sintomi vaghi, invece di dire che non è in grado di fare una diagnosi.

Ma come la maggior parte degli avversari della medicina alternativa, Novella sostiene che questi aspetti del rapporto medico-paziente non devono essere associati solo a questi trattamenti. Bisognerebbe invece incoraggiare tutti i medici a essere attenti, ad ascoltare i pazienti e a guidarli verso uno stile di vita più sano e meno stressante. “Io cerco di farlo”, dice Novella. “Posso permettermi di dedicare più tempo ai pazienti perché lavoro in un centro medico universitario. Ma prima che tutti i miei colleghi possano farlo, bisognerà riformare il sistema”.

Tutti i medici con cui ho parlato sono d’accordo con lui: il sistema attuale rende quasi impossibile per la maggior parte dei dottori stabilire il rapporto giusto con i pazienti. Il principale colpevole, dicono, è il sistema di retribuzione. “I medici sono pagati per prescrivere cure, non per passare il loro tempo a parlare con i pazienti”, dice Victor Montori, un endocrinologo della Mayo Clinic. Un sistema che spingesse i pazienti a fare una vita più sana vedrebbe sicuramente diminuire i suoi introiti.

Tenendo conto dei costi, non ha senso chiedere ai medici – che, dopotutto, hanno speso centinaia di migliaia di dollari e dieci anni della loro vita a studiare anatomia, biochimica, tecniche diagnostiche, farmacologia e molto altro – di passare ore a stabilire un rapporto con i pazienti. Altri tipi di professionisti possono farlo meglio di loro, e per meno soldi. Per esempio gli esperti di terapia comportamentale, gli assistenti sociali, gli infermieri specializzati, o perfino nuove figure professionali formate a questo scopo che lavorano in collaborazione e sotto la direzione di un medico, il quale potrebbe continuare a concentrarsi sulla prescrizione di analisi, farmaci e interventi chirurgici necessari. Naturalmente il risultato non sarebbe molto diverso da quello che già si ottiene nelle cliniche come quella di Berman. Se un professionista alternativo è anche un medico o collabora con un medico, non fa molta differenza. Invece di arrabbiarsi quando i pazienti dicono che si sentono meglio con la medicina alternativa, sostiene Montori della Mayo Clinic, i medici dovrebbero elogiarla, o almeno tollerarla, perché colma molte lacune della medicina moderna. “Che importanza ha come funziona?”, dice Montori. “Comunque il paziente sta meglio”.

La Mayo Clinic è famosa non solo per il livello di eccellenza delle sue cure mediche, ma anche per una cultura che la porta a fare quello che è meglio per ciascun paziente al di là di qualsiasi altra considerazione. Con i suoi edifici alti ed eleganti e il suo spirito quasi religioso nel curare i pazienti, la Mayo Clinic sembra un po’ il tempio della medicina moderna.

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Qui ho incontrato una serie di medici importanti e gli ho chiesto cosa pensavano della presenza sempre più diffusa della medicina integrata. Morie Gertz, un ematologo che dirige il reparto di medicina interna, mi ha risposto: “Negli ultimi trent’anni ho visto centinaia di pazienti convinti di aver ottenuto dei benefici dalle terapie alternative. Non spetta certo a me dirgli che non dovrebbero sentirsi meglio. E non sconsiglierei mai a un paziente di provare la medicina alternativa se vuole farlo”. Gertz è uno dei molti medici secondo i quali la mancanza di verifiche standard non è un motivo sufficiente per non prendere sul serio la medicina alternativa. “I test sono uno strumento molto utile”, afferma. “Ma l’80 per cento di quello che faccio qui non si basa sui loro dati”. I medici, spiega Gertz, spesso prescrivono dei farmaci per curare problemi per i quali quei farmaci che non sono stati ufficialmente approvati. Quest’abitudine non è illegale né immorale e molti la considerano perfino essenziale: è usata in circa un caso su cinque. “È una prescrizione fuori prontuario non perché non funziona, ma perché su quel farmaco non esistono dati ottenuti con una verifica standard. Quindi, anche se non abbiamo le prove della validità della medicina alternativa, questo non significa che non funziona”.

Prima di andarmene, mi fermo a osservare un paziente, Ryan Berry, sottoposto a una seduta di massoterapia, compresa nel programma di medicina integrata per lenire il fastidio che prova in seguito a un intervento chirurgico al torace subìto due giorni prima. Quando entro, Ryan è irrigidito dal dolore. Stringe i braccioli e fa una smorfia ogni volta che respira. Con una musica rilassante in sottofondo, la terapista passa alcuni minuti a parlare con lui, cercando di fargli descrivere che tipo di dolore prova. Quando comincia a massaggiarlo sembra che le sue mani gli sfiorino appena la schiena. Ma nel giro di pochi minuti lui comincia a rilassarsi. Dopo tre minuti respira lentamente e profondamente, le mani sono aperte, scivola e la smorfia sul suo viso lascia il posto a un accenno di sorriso. Un test randomizzato direbbe che questo trattamento è inutile, ma è la scena di sollievo dal dolore più convincente che abbia mai visto. Scene come questa dimostrano chiaramente perché, anche se lentamente, le frontiere della medicina si stanno spostando verso un atteggiamento più morbido nei confronti delle terapie alternative.

La maggiore apertura mentale emerge nei momenti più inaspettati. Steven Salzberg mi dice che non considera l’ipnosi una pratica alternativa. Gli chiedo perché abbia deciso di lasciarla fuori dalla sua lunga lista di inganni e truffe, e mi sembra sorpreso dalla domanda: “Non lo so”, risponde. “Suppongo che sia perché mio padre era uno psicologo e la usava nel suo lavoro”. E ha controllato gli studi sull’efficacia dell’ipnosi? “Non proprio”, dice. “Ma sono convinto che funziona”.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Le foto di Giulio Sarchiola fanno parte di un reportage sui centri d’eccellenza sanitaria in Italia.

Questo articolo è uscito il 22 luglio 2011 nel numero 907 di Internazionale. Era stato pubblicato su The Atlantic con il titolo The triumph of new-age medicine.

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