12 febbraio 2021 13:56

Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 1998 nel numero 227 di Internazionale.

Ho pubblicato da poco un libro sulla povertà in America. Ma non è il libro che volevo io. Il mondo mi ha colto di sorpresa – e non una volta sola: in continuazione. I poveri mi hanno portato in direzioni che non avrei potuto neanche immaginare. Come dopo una conversazione che ebbi in un carcere femminile di massima sicurezza, incongruamente situato in una verdeggiante periferia della contea di Westchester, ottanta chilometri a nord di New York.

Lavoravo al mio libro da circa tre anni quando andai per la prima volta alla Bedford Hills Correctional Facility. Il personale e le recluse avevano messo a punto un programma per affrontare i problemi della violenza in famiglia, e io volevo vedere se e come le loro idee collimavano con ciò che avevo imparato in fatto di povertà.

Ci sono molti fattori – fra gli altri: fame, isolamento, malattia, padroni di casa, vicini, polizia, abusi, droga, delinquenti e razzismo – che esercitano costantemente il loro influsso sui poveri, imprigionandoli, creando cioè un “accerchiamento della forza” da cui sembra che essi non trovino scampo. Ero giunto alla conclusione che era questo che impediva ai poveri di avere idee politiche, e che a mantenerli in condizioni di povertà era l’assenza della politica dalla loro vita. Qui non intendo “politica” nel senso di votare alle elezioni, ma nel senso in cui Tucidide usava questo termine, e cioè come un insieme di attività condotte con altre persone, a ogni livello, dalla famiglia al vicinato, alla comunità allargata alla città-Stato.

All’epoca del mio arrivo a Bedford Hills avevo ormai ascoltato oltre seicento persone, alcune delle quali nel corso di due o tre anni. Sebbene il mio metodo sia quello del bricoleur – uno che mette insieme una tesi con il bric-à-brac che trova in giro per il mondo – ormai non mi aspettavo più sorprese. Avevo fatto i conti senza Viniece Walker.

In carcere è considerato di cattivo gusto parlare del delitto commesso dalla persona cui si è di fronte, e in queste pagine osserverò rigorosamente questa norma di galateo. Posso dirvi soltanto che Viniece era arrivata a Bedford Hills quando aveva vent’anni, dopo avere interrotto gli studi superiori, e le uniche cose che conosceva bene erano le strade di Harlem e le case clandestine dove si fuma il crack. Aveva avuto un lungo legame con un uomo violento. In superficie, Viniece è rimasta la “dura” che era quando faceva vita di strada. Si esprime senza mezzi termini, e anche se è sieropositiva (e da quando è in prigione il virus ha fatto progressi), continua a ostentare un’aria da bullo quando passeggia per i lunghi corridoi del carcere.

Durante la sua reclusione, Niecie – così la chiamano gli amici – ha ultimato le superiori e si è iscritta a un corso per conseguire un diploma – l’unico possibile a Bedford Hills è in psicologia, ma Niecie si è interessata anche di filosofia. È così che ha cominciato a offrire consulenza alle donne con storie di violenza familiare alle spalle, e conforto ai malati di Aids. Niecie attraversa la vita come un personaggio di Dostoevskij, ma ancor più complesso di quelle creature immaginarie: è viva, è una persona, un’afroamericana dalla pelle chiara piena di lentiggini, una carcerata. È stata lei a dare risposta alla mia domanda improvvisa: “Secondo te perché esistono i poveri?”. Non ci eravamo mai incontrati prima. L’argomento centrale della conversazione in cui eravamo immersi era la violenza sulle donne. Gli occhi di Niecie erano perfettamente opachi: occhi ostili, da prigione. Aveva la bocca contratta in un sogghigno appena abbozzato.

“Devi cominciare dai bambini”, disse parlando svelta, mangiandosi i suoni da strada che le salivano alle labbra. Fece una pausa sufficientemente lunga per lasciare che il cambiamento di tema facesse effetto, poi riprese il suo discorso concitato, privo di ritmo. “Devi insegnare ai bambini la vita morale dei quartieri alti. E il modo di farlo, Earl, è portarli in città, al teatro, ai musei, ai concerti, alle conferenze, dove possono imparare la vita morale della gente perbene”.

Le sorrisi senza capire, credendo di assecondarla. “Secondo te, così non saranno più poveri?”. Lesse la mia risposta in tutte le sue sfumature e ribatté con rabbia: “Così non saranno più poveri”. “Vuoi dire che…”. “Voglio dire quel che ho detto: un’alternativa morale alla strada”.

Non parlò né di lavoro né di soldi. In questo, era come tutti gli altri che avevo ascoltato: nessuno di loro aveva parlato di lavoro o di soldi. Ma come poteva la “vita morale dei quartieri alti” far uscire qualcuno dall’accerchiamento della forza? Come poteva un museo scacciare la povertà? E che dire della vita politica? Forse Niecie aveva saltato intenzionalmente un passo, oppure quel passo non l’aveva fatto. La via d’uscita dalla povertà era la vita politica, non la “vita morale dei quartieri alti”. Ma per entrare nel mondo pubblico, per far pratica di vita politica, i poveri dovevano prima imparare a riflettere. Era questo che intendeva Niecie per “vita morale dei quartieri alti”.

Lei non faceva l’errore di scindere l’etica dalla politica. Aveva detto semplicemente, quasi stenograficamente, che nessuno poteva uscire da una condizione terrorizzante come la miseria per entrare direttamente nel mondo pubblico.

Anche se non lo disse apertamente, ero certo che quando parlava di “vita morale dei quartieri alti” si riferiva a qualcosa che era capitato a lei. Senza lavoro e senza soldi, chiusa in carcere, Niecie aveva subito una trasformazione radicale. Aveva seguito lo stesso cammino che nell’antica Grecia aveva condotto all’invenzione della politica: aveva imparato a riflettere. Nelle nostre successive conversazioni emerse chiaramente che, quando parlava di “vita morale dei quartieri alti”, Niecie si riferiva agli studi umanistici, cioè allo studio delle costruzioni del pensiero e delle occupazioni pratiche degli uomini, che è fonte di riflessione per il mondo laico da quando i Greci, contemplando la natura, indietreggiarono per la meraviglia di ciò che vedevano. Se la via d’uscita dalla miseria era la vita politica, la via d’accesso alla riflessione e alla vita politica era lo studio dei classici. I poveri non avevano bisogno di nessuno che li liberasse; una via di fuga esisteva. Ma per aprire quella via alla riflessione e alla politica, bisognava prima eliminare la distinzione di fondo fra la preparazione alla vita da ricchi e quella alla vita da poveri.

I problemi dell’esperimento
Ora che Niecie mi aveva lanciato una sfida con la sua teoria, i piaceri del bricolage erano finiti; non potevo più rendere ossequio al mondo così com’era e starmene tranquillo. Per verificare la teoria di Niecie, occorrevano studenti, docenti e aule. Bisognava mettere a punto delle misurazioni quantitative, e anche informazioni di tipo aneddotico potevano servire a questo scopo. E poi bisognava valutare l’aspetto etico dell’esperimento: ero deciso a non produrre effetti dannosi; il corso non doveva quindi seguire l’approccio “nuota o affoga”, anzi poteva mirare a mantenere a galla il maggior numero possibile di persone.

Quando nella mia mente si formò in modo compiuto l’idea di un corso sperimentale, ne parlai con Jaime Inclán, direttore del Roberto Clemente Family Guidance Center di Lower Manhattan, un’organizzazione che fornisce consulenza ai poveri, soprattutto ispanici, nella loro lingua e all’interno della loro stessa comunità. Il dottor Inclán mi offrì di usare come aula la sala conferenze del centro. Su un tavolino da gioco, collocato in fondo all’aula, avremmo messo una caffettiera e dei biscotti. Certo, non era un ambiente elegante, ma sarebbe andato benone. La parete di fronte venne coperta da una lavagna che andava dal soffitto al pavimento.

Ormai mancavano soltanto gli studenti e i docenti. Senza fondi e con un bilancio che aumentava ogni volta che mi veniva in mente una nuova idea, avrei dovuto chiedere ai docenti di mettere a disposizione gratuitamente il loro tempo e il loro lavoro. Per giunta, come diceva un grande rettore dell’Università di Chicago, Robert Maynard Hutchins, “la migliore istruzione per i migliori è la migliore istruzione per tutti”, quindi per i nostri corsi occorreva un corpo docente dotto e prestigioso come quello che uno studente del primo anno avrebbe potuto trovare a Harvard, a Yale o a Princeton.

Dovevamo fornire tessere dell’autobus e del metrò gratis: gli studenti non potevano permettersi la spesa

Come prima cosa mi rivolsi al romanziere Charles Simmons, che era stato assistant editor della New York Times Review of Books e aveva insegnato alla Columbia University. Si era offerto come docente volontario di poesia, cominciando con autori semplici, come Housman, per finire con la poesia latina. Grace Glueck, che scriveva di arte e di critica d’arte per il New York Times, organizzò un corso che partiva dalle pitture rupestri per giungere alla fine del Ventesimo secolo. Timothy Koranda, che aveva svolto i suoi studi specialistici al Massachusetts Institute of Technology, aveva pubblicato articoli di logica matematica su diverse riviste, poi per qualche anno aveva lasciato il suo campo, e non vedeva l’ora di tornarci. Io avrei tenuto il corso di storia americana attraverso documenti d’epoca, partendo dalla Magna Charta per passare al secondo dei due Trattati sul governo civile di Locke, alla Dichiarazione d’Indipendenza e così via, esaminando infine i documenti della Guerra civile. Inoltre, avrei tenuto il corso di filosofia politica.

Essendo del tutto digiuno di imprese del genere, non mi venne in mente subito che avremmo potuto incontrare difficoltà a trovare studenti. Non sapevo neanche quanti me ne servivano; disponevo soltanto di alcuni criteri per la selezione. Età: dai 18 ai 35 anni; reddito familiare: meno del 150 per cento della “soglia ufficiale di povertà”; livello d’istruzione: sufficiente a leggere un settimanale; obiettivi: intenzione manifestata di portare a termine il corso.

Inclán organizzò una riunione fra operatori di comunità in grado di aiutarci a reperire studenti. Sia Lynette Lauretig di The Door (un programma che fornisce servizi sanitari e scolastici agli adolescenti) che Angel Roman del Grand Street Settlement (che organizza programmi speciali di lavoro, formazione e istruzione), si erano resi disponibili a metterci in contatto con possibili candidati. Per giunta, ci fecero presenti alcune considerazioni pratiche: il corso doveva fornire gratis tessere dell’autobus e della metropolitana, visto che le tariffe andavano dai 3 ai 6 dollari a studente per ogni classe, e i nostri studenti non potevano permettersi di spendere in trasporti 30 o addirittura 60 dollari al mese. Inoltre, era opportuno offrire loro una cena, o quanto meno uno spuntino, visto che i corsi si sarebbero tenuti fra le 18 e le 19.30.

La prima sessione di reclutamento ebbe luogo dopo appena qualche giorno. Nancy Mamis-King, direttrice associata del programma Neighborhood Youth & Family Services del South Bronx, aveva individuato alcuni possibili candidati al Clemente Course, e poi aveva riunito una ventina delle persone con cui collaborava – tutti o neri o ispanici, tranne me e un’assistente sociale.

Dopo che ebbi spiegato l’idea da cui avevamo preso spunto per creare il corso, l’assistente sociale bianca fu la prima a fare una domanda: “Lei insegnerà storia dell’Africa?”. “No. Ci sarà un corso di storia americana, basato, come ho già detto, su documenti d’epoca. La nostra intenzione è insegnare le idee della storia, in modo che…”. “Lei deve insegnare storia dell’Africa”. “Beh, ma qui siamo in America, quindi insegneremo storia americana. Se fossimo in Africa, insegnerei storia africana, e se fossimo in Cina, storia cinese”. “Lei vuole indottrinare la gente alla cultura occidentale”. Cercai di aggirare le sue obiezioni. “Studieremo arte africana”, dissi, “visto che ha avuto un influsso sull’arte dell’America. Studieremo storia e letteratura americana, cosa che non si può fare senza studiare la cultura afroamericana, dal momento che, sul piano culturale, tutti gli americani sono neri, oltre a essere bianchi, indiani d’America, asiatici, eccetera”. Non servì a niente. Non ce ne fu neanche uno che chiese di essere ammesso al corso.

Nuove tattiche
Qualche giorno dopo, Lynette Lauretig organizzò una riunione con alcuni membri del suo staff di The Door. Ci trovammo in disaccordo sul corso: loro ritenevano che il livello dell’insegnamento dovesse essere molto più basso.

Non riuscii a fargli cambiare idea, ma accettarono ugualmente di mettere insieme un gruppo di ragazzi del loro programma che probabilmente erano interessati allo studio dei classici.

Un tardo pomeriggio di quella stessa settimana, doveva tenersi in un’aula di The Door un incontro con una ventina di possibili candidati. La maggioranza arrivò in ritardo. I primi a presentarsi si sedettero sbracati a fissare il pavimento o mi lanciarono sguardi imbronciati. Qualcuno mangiava caramelle o quelli che sembravano gli avanzi di un pasto. Erano quasi tutti neri e ispanici, salvo un asiatico e cinque bianchi, fra cui due immigranti che avevano seri problemi con l’inglese. Quando mi presentai, molti studenti non vollero neanche darmi la mano, due o tre si rifiutarono persino di guardarmi, una ragazza ridacchiò, e l’ultimo che mi disse spontaneamente come si chiamava – un giovanotto con una felpa e il berretto storto – fece in tono strascicato: “Henry Jones, ma mi chiamano Sleepy, perché con questi occhi sembro sempre assonnato…”. “In aula la chiameremo signor Jones”. Lui sorrise e affondò nella sua sedia fino ad avere la schiena parallela al pavimento.

Prima che avessi finito di tentare di stringere la mano ai possibili studenti, una ragazza asiatica dall’aria smarrita, con la bocca piena di torta, disse: “Possiamo andare avanti? Comincio ad annoiarmi!”. Quel gruppo mi fu subito simpatico.

Visto che mi era andata male nel South Bronx, decisi di usare con i nuovi candidati un approccio diverso. “Vi hanno imbrogliato”, dissi loro. “I ricchi studiano i classici; a voi non ve li hanno fatti studiare. Gli studi umanistici sono un fondamento per andare avanti nel mondo, per pensare, per imparare a riflettere sul mondo, anziché limitarsi a reagire alle molte forze che vi aggrediscono. Secondo me, lo studio dei classici è una delle vie per acquisire una coscienza politica, ma non politica nel senso di votare alle elezioni: politica in senso più ampio”. E ripetei loro la definizione di politica data da Tucidide.

I membri della gang vanno in giro armati e sono tutti tossicodipendenti. (Marc Asnin, Redux/Contrasto)

“La politica in quel senso, i ricchi la conoscono; sanno trattare anziché usare la forza. Sanno servirsi della politica per andare avanti, per conquistare il potere. Questo non significa che i ricchi siano buoni e i poveri cattivi. Significa semplicemente che i ricchi conoscono un metodo più efficace per vivere in questa società.

“Forse che tutti i ricchi, o tutti quelli delle classi medie, conoscono le materie umanistiche? Neanche per sogno. Ma alcuni sì. E questo serve. Serve a vivere meglio e a godersi di più la vita. Allora, studiare i classici vi renderà ricchi? Certo. Senz’altro. Ma non di quattrini: di vita.

“I ricchi studiano i classici in scuole private e in università che costano un sacco. E questo è uno dei modi in cui imparano che cos’è la vita politica. Secondo me, nel nostro paese è questa la vera differenza fra avere e non avere. Se uno vuole il potere vero, legittimo, quello che viene dalla gente e appartiene alla gente, deve capire la politica. E studiare i classici aiuta a farlo.

“La cosa funziona così: noi vi pagheremo il biglietto della metropolitana; ci occuperemo dei vostri figli, se ne avete; vi offriremo uno spuntino o un panino; vi daremo gratis i libri e gli altri materiali di cui potete aver bisogno. Ma in cambio vi faremo pensare di più, vi faremo usare il cervello a pieno regime, più di quanto vi sia mai capitato. Dovrete leggere e pensare le stesse idee con cui vi trovereste a fare i conti al primo anno di corso a Harvard, a Yale o a Oxford.

“Dovrete venire in aula con la neve, con la pioggia, che faccia freddo o che faccia buio. Nessuno vi coccolerà, nessuno andrà più piano per consentirvi di seguire. Dovrete sostenere dei test e scrivere delle tesine. E io non posso promettervi nient’altro, alla fine del corso, che un attestato. Prenderò contatto con dei college per vedere se sono disposti a riconoscere questo corso in vista di una vostra possibile iscrizione, ma non posso promettervi niente. Se frequentate il nostro corso, dovete farlo perché volete studiare i classici, perché volete un certo tipo di vita, una ricchezza della mente e dello spirito. Ecco tutto quello che ho da offrirvi: filosofia, poesia, storia dell’arte, logica, retorica e storia americana.

“I vostri docenti saranno tutte persone che si sono distinte nel loro campo”, aggiunsi, e raccontai qualcosa a proposito di ciascun collega. “Questo è il corso. Da ottobre a fine maggio, con due settimane di vacanza per Natale. In America è generalmente accettato che le discipline umanistiche appartengano alle élite. Secondo me, le élite siete voi”. A quel punto la ragazza asiatica disse: “Ma a voi, che ve ne viene?”. “Questo è un progetto pilota. Sto scrivendo un libro, e il corso dimostrerà, spero, la mia idea sugli studi umanistici. Il suo successo o il suo fallimento dipendono dai docenti e da voi”. Si iscrissero tutti tranne uno.

Ripetei la nuova presentazione nella sede del Grand Street Settlement e in altri luoghi della città. Alla fine per i trenta posti del corso c’erano circa cinquanta candidati. Nel frattempo, quasi tutti i miei tentativi di raccogliere fondi erano risultati vani. L’esperimento ottenne un appoggio soltanto dallo scrittore Starling Lawrence – che è anche caporedattore alla W.W. Norton, la casa editrice con cui avevo firmato il contratto per pubblicare il mio libro –, dalla mia casa editrice e da una piccola fondazione familiare privata. Eravamo ben lontani dal poter coprire le spese previste dal bilancio. Tuttavia, mia moglie Sylvia e io eravamo del parere che i costi erano molto bassi, e decidemmo di andare avanti.

La droga e Kant
Abel Lomas divideva un appartamento con un altro e lavorava part time: faceva i pacchi da Macy’s. Il padre aveva abbandonato la famiglia alla sua nascita, e la madre era stata uccisa dal patrigno quando Abel aveva tredici anni. Senza nessuno che lo aiutasse, senza una casa, aveva vissuto per strada, prima in Florida, poi di nuovo a New York. Si manteneva con la piccola pensione di reversibilità della madre.

Dopo la sessione di reclutamento a The Door, salii in macchina con Abel, e mentre da Canal Street risalivamo Sixth Avenue parlammo di etica. Aveva la parlata tipica dei duri da strada: sputava fuori le idee in frasi grezze, fatte di quattro, cinque, otto parole: sfilze di affermazioni brusche senza mai una subordinata che desse qualche sfumatura ai suoi pensieri. Non sprecava tempo in chiacchiere, come ci insegna a fare la timidezza, né sprecava fiato con espressioni di circostanza.

“Che ne pensi della droga?”, chiese, con la sua curiosa parlata affannosa resa ancor più roca dall’accento dominicano. “Ho un cugino che fa lo spacciatore”. “Ho visto un sacco di gente rovinata dalla droga”. “Già, ma se i tuoi non hanno niente da mangiare, ti metti a vendere droga. Che cosa è peggio: lasciar morire di fame i tuoi o spacciare?”. “D’accordo, ma fame e tossicodipendenza sono tutte e due cose brutte, no?”. “Sì”, disse. Non “già”, e neppure “hmm-mm”, ma un “sì” preciso, quasi formale. “Allora si tratta di capire qual è il peggiore di due mali. E come si fa a decidere?”.

La domanda arrivò all’altezza della Trentaquattresima, dove Sixth Avenue resta paralizzata da un traffico diabolico fino a tarda notte. I clacson suonavano, la gente sciamava controluce per la strada.

Mentre oltrepassavamo Herald Square e riprendevamo a procedere verso nord, io dissi: “Ci sono diversi modi di guardare la questione. Uno l’ha proposto Immanuel Kant, che diceva di non fare nulla che non si desideri veder diventare legge universale; insomma, si deve fare solo quello che pensiamo dovrebbero fare tutti. Quindi, Kant non sarebbe d’accordo a vendere droga, ma neanche a lasciar morire di fame i propri cari”. Ancora una volta, rispose con un “sì” formale.

“Poi c’è un altro modo di vedere la cosa, cioè chiedersi quale sia il bene più grande per il maggior numero di persone: in questo caso, impedire ai propri cari di morire di fame o impedire a decine, forse a centinaia di persone di perdere la vita per colpa della droga. E allora, qual è il bene più grande per il maggior numero di persone?”. “È come dico io”, disse. “Cioè?”. “Che non si deve vendere droga. Si può sempre trovare da mangiare. Con i sussidi, o in qualche altro modo”. “Sei un kantiano”. “Sì”. “Ma lo sai chi è Kant?”. “Credo di sì”.

Anche se la gang terrorizza il quartiere, la polizia non interviene quasi mai. (Marc Asnin, Redux/Contrasto)

Eravamo arrivati alla Settantasettesima, e prima che io svoltassi verso est lui scese per prendere il metrò. Quando aprì la portiera e si accese la luce interna della macchina, mi colpì il suo stile quasi militare. Aveva i capelli tagliati di fresco, come un cadetto dell’accademia. I suoi abiti erano puliti e senza una grinza. Era un orfano, e un perfetto ragazzo di strada. Di lì a poche settimane avrebbe compiuto diciannove anni, i sussidi previdenziali sarebbero finiti, e lui sarebbe dovuto andare ad abitare in un centro accoglienza.

Alcuni di coloro che si presentarono al colloquio preliminare erano troppo poveri. Quando cominciammo, non lo credevo possibile, e anche adesso non vorrei crederlo: ma era vero. C’è un punto in cui il livello delle forze che accerchiano i poveri può diventare insormontabile: quando non resta più il tempo o l’energia per essere altro che poveri. Nella maggior parte dei casi, non riuscii a iscrivere quelle persone, e quando vi riuscii, ben presto furono costrette ad abbandonare gli studi.

Via via che i colloqui procedevano, prese lentamente corpo una classe. Allora non potevo immaginare chi sarebbe riuscito ad arrivare alla fine dell’anno e chi no. Una giovane donna presentò una tesina ordinatamente battuta a macchina che diceva: “Un tempo ero una senzatetto, poi ho vissuto all’ospizio per un po’. Adesso il mio spazio me lo garantisce la Partnership for the Homeless. Adesso vivo da sola e i miei mezzi sono molto limitati. Finanziariamente, sono oppressa dai debiti. Non posso permettermi di mangiare quanto dovrei…”.

Due fratelli, maschio e femmina, profughi di Tashkent, abitavano con i genitori ai margini estremi di Queens, molto oltre il capolinea del metrò. Non avevano soldi e tutte le scuole a cui avevano fatto domanda gli avevano rifiutato l’iscrizione. Inizialmente mi ero proposto di non accettare immigranti né persone che avevano difficoltà con l’inglese, ma quei due li accolsi nel corso. Accolsi anche quattro studenti che erano stati in galera, tre che erano senzatetto, tre donne incinte, una che per effetto della droga viveva in uno stato di quasi sonnambulismo – durante il quale era stata violentata – e uno che conoscevo da tempo e che stava morendo di Aids.

Ascoltandoli, mi chiesi che effetto avrebbe fatto loro seguire il corso. Perché mai avrebbero dovuto interessarsi alla pittura italiana del Quattordicesimo secolo, alle tavole di verità o alla morte di Socrate?

Tra la fine della fase di reclutamento e la sessione di orientamento che avrebbe aperto il corso, andai in visita a Bedford Hills per parlare con Niecie Walker. Faceva caldo, e il viaggio in macchina dalla città era stato penoso. Ancora non conoscevo Niecie molto bene. Lei non si fidava di me e io non sapevo che cosa pensare di lei. Mentre parlavamo, teneva in mano un’enorme pillola bianca. “Per l’Aids”, disse. “Stai male?”. “I miei linfociti T sono calati, ma non sto né bene né male. Parlami del corso, Earl. Che cosa insegnerai?”. “Filosofia morale”. “E che si studia?”.

Aveva trasformato la visita in un interrogatorio. La cosa non mi infastidiva. Al termine del colloquio io sarei tornato nel “mondo libero”; se lei voleva che il nostro incontro fosse un interrogatorio, non intendevo contraddirla. Dissi: “Cominceremo con Platone: l’Apologia, un po’ di Critone, qualche pagina del Fedone, in modo che sappiano che cosa è capitato a Socrate. Poi leggeremo l’Etica nicomachea di Aristotele. Poi voglio che leggano Tucidide, in particolare l’orazione funebre di Pericle, per fare un collegamento fra etica e politica, per condurli nella direzione in cui spero che li porti il corso. Finiremo con l’Antigone, ma letta come filosofia morale e politica, oltre che come tragedia”.

“Manca qualcosa”, disse lei, adagiandosi all’indietro nella sedia con un’aria di superiorità. Il viaggio in macchina era stato lungo, la giornata era calda, l’aria nella stanza era stantia e umida. “Ah sì?”, dissi. “E che sarebbe?”. “L’allegoria della caverna di Platone. Come fai a insegnare filosofia ai poveri senza l’allegoria della caverna? Il ghetto è la caverna. L’istruzione è la luce. Questo, i poveri lo capiscono”.

La scoperta della caverna
Una settimana dopo, all’inizio dell’incontro di orientamento, ogni docente parlò per uno o due minuti. Il dottor Inclán e la sua assistente per le ricerche, Patricia Vargas, distribuirono un questionario concepito per misurare il ruolo della forza e il livello di riflessione presenti nella vita degli studenti. Spiegai che ciascuna lezione sarebbe stata ripresa da una videocamera: un modo in più per documentare il progetto. Infine assegnai il primo compito a casa: “Per preparare il nostro prossimo incontro, vorrei che leggeste un breve passo dalla Repubblica di Platone: l’allegoria della caverna”.

Cercai di indovinare quanti studenti si sarebbero ripresentati per la prima lezione. Speravo fossero venti, me ne aspettavo quindici e temevo che potessero essere dieci. Insieme a Sylvia, che aveva accettato di assumersi parte dei compiti amministrativi del corso, preparammo caffè e biscotti per venticinque. Riempimmo di tessere del metrò un contenitore di plastica.

Alle sei c’erano soltanto dieci studenti seduti attorno al lungo tavolo, ma alle sei e un quarto il numero era raddoppiato, e qualche minuto più tardi ne entrarono altri due dalla strada ormai immersa nel crepuscolo. Avevo tracciato sulla lavagna una linea per illustrare il progresso del pensiero attraverso il tempo, dal ruolo del mito nelle società neolitiche all’Epopea di Gilgamesh, per arrivare al Vecchio Testamento, a Confucio, ai Greci, al Nuovo Testamento, al Corano, all’Epopea di Son-Jara, per finire con poesie nahuatl e maya, che ci portarono al contatto fra Europa e America, dove aveva inizio il corso di storia.

Secondo uno degli studenti, era la prima volta che qualcuno faceva caso alle loro opinioni

La linea del tempo serviva da contesto e da geografia, oltre che da storia: non vi era razza o grande cultura che venisse trascurata. “Mettiamoci d’accordo su un punto”, dissi loro, “siamo tutti esseri umani, indipendentemente dalle nostre origini. E adesso, entriamo nella caverna di Platone”.

Dissi loro che nella sezione filosofia del corso non ci sarebbero state lezioni: avremmo usato il metodo socratico, il cosiddetto dialogo maieutico. “‘Maieutico’ viene da una parola greca che significa ‘levatrice’. Nel nostro dialogo, io assumerò il ruolo di una levatrice. Ora, che cosa voglio dire? Che fa la levatrice?”.

Fu l’inizio di una storia d’amore, l’istante iniziale della loro infatuazione per Socrate. In seguito, Abel Lomas avrebbe descritto quell’istante nel suo tipico stile senza fronzoli, dicendo che era stata la prima volta che qualcuno faceva caso alle loro opinioni.

Grace Glueck inaugurò il corso di storia dell’arte in una stanza buia illuminata dalle diapositive della caverna di Lascaux, poi portò l’attenzione degli studenti sull’Egitto, organizzando una visita al Metropolitan Museum of Art per vedere il tempio di Dendur e le gallerie degli egizi.

Arrivarono al museo un venerdì sera. Darlene Codd si portò dietro il suo bambino di due anni. Pearl Lau arrivò come al solito in ritardo. Uno degli studenti, che non vedeva l’ora – così mi aveva detto – di andare a visitare il museo, non si fece vivo, e la cosa mi stupì. Seppi in seguito che era stato arrestato perché venendo al museo aveva saltato il cancello dei biglietti nella stazione del metrò, e ora si trovava in prigione, a disposizione del tribunale penale di Brooklyn.

Verso la fine della serata, Grace fece uscire gli studenti dalle sale dell’antichità e li condusse nell’ala Rockefeller, dove parlò dei rapporti fra cultura e arte nel Mali, nel Benin e nelle isole del Pacifico. Quando gli studenti, ritirati i soprabiti, si riunirono vicino all’ingresso del museo, preparandosi ad andar via, Samantha – una ragazza alta, magra, che portava un berretto da cacciatore e un giaccone blu scuro da marinaio – si tirò da parte. Poi ci salutò agitando la mano in modo esagerato, e tornò dentro le gallerie egizie.

Il poeta e il professore
Charles Simmons cominciò il corso di poesia presentando versi sotto forma di indovinello e di barzelletta. Si era proposto di stupire gli studenti, e ci riuscì. Dapprima lesse loro le poesie ad alta voce, interrompendosi per fare delle chiose che li aiutassero a seguire. Mostrò loro poesie d’amore e di seduzione, e commenti satirici su quelle stesse poesie fatti da altri poeti in epoche successive. Gli studenti gli chiedevano: “Leggiamo?”, ma Charles rifiutava. Voleva allettarli con l’opportunità di leggere dei versi ad alta voce. Fra lui e gli studenti cominciò così un braccio di ferro, che si concluse non per opera sua, bensì grazie a Hector Anderson. Quando Charles chiese se in aula c’era qualcuno che scriveva poesie, Hector alzò la mano.

“Ci puoi recitare una delle tue poesie?”, disse Charles. Fino a quel momento Hector non era mai intervenuto spontaneamente, anche se quando era interrogato parlava bene e faceva osservazioni intelligenti. Preferiva starsene sbracato sulla sedia, vestito da capo a piedi con indumenti mimetici, mangiando fette di melone fresco. In risposta alla domanda di Charles, Hector si tirò su a sedere. “Se spegne quella videocamera”, disse. “Non voglio che nessuno usi i miei versi”. Quando fu ben certo che la spia rossa era spenta, Hector si alzò in piedi e recitò verso dopo verso una poesia che si sarebbe potuta collocare all’interno di un triangolo ideale formato da Urlo di Allen Ginsberg, il Libro delle Lamentazioni e l’hip-hop. Quando Charles e gli altri studenti ebbero finito di applaudire, chiesero a Hector di recitarla di nuovo, e lui li accontentò. In seguito, Charles mi disse: “Quel ragazzo è un fenomeno”. Il disagio che Hector provava in presenza mia e di Sylvia si trasformò in familiarità: venne a casa nostra per un piccolo party di Natale e in altre occasioni. Come studente, cominciò in silenzio, quasi in segreto, a superare molti dei suoi compagni di classe.

Timothy Koranda era, fra i professori, il più professorale. Durante le ore del corso insegnava logica e copriva di disegni ogni millimetro di lavagna, dal pavimento al soffitto: qui l’intersezione fra più insiemi, là le tavole di verità, nel mezzo un grande quadrato con tante opposizioni. Dopo la lezione, camminava fino alla fermata del metrò con gli studenti, chiacchierando di zen, di logica o di Heisenberg.

In una delle serate più fredde di quell’inverno, presentò ai suoi allievi alcuni problemi logici espressi in linguaggio comune, che si potevano risolvere risolvendo le frasi in forma simbolica. Distribuì le fotocopie di un problema lungo due pagine, poi scrisse alcune delle frasi più importanti alla lavagna. “Portatevelo a casa”, disse, “e la prossima volta vedremo chi lo ha risolto. Anch’io cercherò di trovare la risposta”.

Ma prima ancora che terminasse di scrivere le frasi chiave, David Iskhakov alzò la mano. Pur essendo attentissimi in classe, né David né sua sorella Susana intervenivano spesso. Lei era timida, e lui imbarazzato di non parlare un inglese perfetto.

“Posso antare a lavagna?”, disse David. “Così tu vede se io trovato risposta giusta di kvesto proplema”. Tim e David cancellarono insieme la lavagna, poi David cominciò a ricoprirla di segni e di simboli. “Se primo zignore guadagna kvesti soldi, e secondo signore è più vicino a kvesta città…”, disse ponendo le premesse con cura. In capo a circa cinque minuti, concluse: “Risposta è: B arriva Cleveland per primo!”. Samantha Smoot esclamò: “Ma la risposta non è questa! Hai fatto un errore nella prima parte, lì, dove dice chi guadagna di più”. Tim li osservava soddisfatto, le braccia conserte. “Vi farò portare il problema a casa”, disse.

Quella sera, all’uscita del Clemente Center, Sylvia e io trovammo un grappolo di studenti che discutevano animatamente cercando di ripararsi l’un l’altro dal vento. Aveva cominciato a cadere la neve, una polvere che ti faceva scivolare sul ghiaccio grigio che ricopriva tutto, salvo una striscia stretta al centro del marciapiedi. Al centro del gruppo c’erano Samantha e David, che stavano ancora litigando sulla soluzione del problema. Mi sporsi per cercare di cogliere la natura della discussione. Sembravano ancora più cortesi che in aula, perché adesso si governavano da soli.

Un problema per Socrate
Un sabato mattina, in gennaio, mi telefonò a casa David Howell. “Signor Shores”, fece, anglicizzando il mio nome come facevano tanti studenti.

“Signor Howell!”, risposi quando riconobbi la sua voce. “Come sta, signor Shores?”. “Io bene. E lei?”. “Ho avuto un piccolo problema in ufficio”.

Aha, pensai io: brutte notizie in arrivo. David è un giovanottone, generalmente affabile, ma con un carattere piuttosto focoso. Secondo sua madre, in passato aveva avuto dei comportamenti violenti. In classe era stato uno degli studenti migliori, un ragazzo tranquillo, di ventiquattro anni, che faceva sempre le letture a casa e proponeva spesso interessanti collegamenti fra le materie umanistiche e la vita quotidiana. “Che cosa è successo?”.

Chi ha il potere trasmette lo studio delle discipline umanistiche solo a giovani cresciuti nel benessere

“Signor Shores, in ufficio da me c’è una donna. Un giorno, lei mi ha detto delle cose e io le ho detto delle cose. Lei è andata dal capufficio a dire che le avevo detto quelle cose, e lui mi ha fatto chiamare per darmi una lavata di capo. Lei ha quarant’anni e la sua vita sociale è inesistente, mentre io ho una vita sociale molto attiva, e lei è gelosa di me”. “E allora?”. Il tono della sua voce e il giorno che aveva scelto per telefonarmi non lasciavano presagire nulla di buono. “Signor Shores, mi ha fatto arrabbiare al punto che avrei avuto voglia di sbatterla al muro. Ho cercato di parlare con qualche amico per calmarmi un po’, ma non c’era nessuno”. “E tu che hai fatto?”, chiesi, nel timore che mi stesse telefonando dalla guardina. “Io, signor Shores, mi sono chiesto: che cosa farebbe Socrate?”. Ragionando, David Howell aveva concluso che, in fondo, la gelosia della sua collega non era affar suo, e si era fatto passare l’arrabbiatura. Una sera, durante una lezione di storia americana, stavo parlando agli studenti delle idee che Gordon Wood espone in The Radicalism of the American Revolution. Discutevamo della ribellione di alcuni intellettuali contro gli studi classici all’inizio del Diciottesimo secolo. Avevo appena accennato al fatto che Benjamin Franklin aveva cambiato idea in età avanzata, quando Henry Jones alzò la mano.

“Se i Padri fondatori amavano tanto le materie umanistiche, come mai hanno trattato così male gli indiani?”. A quella domanda non sapevo rispondere. Del mutato atteggiamento nei confronti degli indigeni d’America si potevano proporre spiegazioni così diverse da creare confusione; forse poteva risultare vagamente utile qualche riferimento alla posizione di Rousseau o di James Fenimore Cooper. Per un attimo mi chiesi se dovevo parlare agli studenti dei trascorsi nazisti di Heidegger. Poi mi accorsi che Abel Lomas, seduto all’estremità opposta del tavolo, aveva alzato anche lui la mano. “Sì, signor Lomas?”, dissi.

Abel cominciò: “È quello che intende Aristotele quando parla di intemperanza: sai che una cosa è moralmente giusta ma non la fai perché sei sopraffatto dalle passioni”. Gli altri studenti annuirono. Tutti quanti avevano ereditato le ferite causate dall’intemperanza di uomini istruiti; adesso avevano un alleato in Aristotele, che gli aveva offerto un modo di analizzare le azioni dei loro antagonisti.

Chi conosce la storia antica comprende la radicalità delle discipline umanistiche. Sa che la politica non è nata in un mondo perfetto, bensì in una società ancora più imperfetta della nostra, una società che accettava la schiavitù, negava i diritti delle donne, praticava una forma di omosessualità che sfiorava la pedofilia e sopportava gli intrighi e la corruzione dei suoi dirigenti. Il genio di quella società nasceva dal fatto che l’uomo poteva ricreare se stesso attraverso il riconoscimento della propria umanità espressa nell’arte, nella letteratura, nella retorica, nella filosofia e nel concetto impareggiabile di libertà. In quel preciso istante, finiva l’isolamento della vita privata e cominciava la politica.

Coloro che vincono al gioco della società moderna, e persino coloro che appartengono per censo al ceto medio, dispongono di altri mezzi per conquistare il potere: questi mezzi li possiedono fin dalla nascita. Loro lo sanno. E sanno esattamente che cosa fare per proteggere il loro posto nella gerarchia economica e sociale. Come ha detto Allan Bloom, autore di un pamphlet in difesa dell’élitismo – The Closing of American Mind, che è diventato un best seller su scala nazionale – costoro riservano lo studio delle discipline umanistiche esclusivamente a quei giovani che “sono stati allevati fra gli agi e nell’aspettativa di un benessere sempre crescente.

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Nell’ultimo incontro prima della consegna dei diplomi, gli studenti del Clemente Course dovettero rispondere allo stesso insieme di domande cui avevano risposto nella sessione di orientamento. Fra ottobre e maggio, uno era morto di Aids, un’altra aveva abbandonato per via di una gravidanza; c’era chi aveva lasciato per un’offerta di lavoro, chi per l’anemia, chi per una depressione, chi a causa di un figlio schizofrenico, chi di altre costrizioni. Tuttavia, dei trenta studenti inizialmente ammessi al corso, sedici lo avevano portato a termine e ben quattordici avevano ottenuto dal Bard College il riconoscimento del loro diploma. Il dottor Inclán era del parere che la loro stima di sé e la loro capacità di intuire e risolvere problemi fossero aumentate in misura significativa; il loro uso delle aggressioni verbali come tattica per la soluzione dei conflitti era notevolmente diminuito. E tutti quanti mostravano di apprezzare in misura assai maggiore concetti come la benevolenza, la spiritualità, l’universalismo e il collettivismo.

Auguri da Catone
La frequenza del Clemente Course costava circa duemila dollari a studente: a paragone della disoccupazione, dei sussidi o della galera, gli studi classici sono un affare. Ma entrare in possesso della facoltà di riflettere e della capacità di pensare in termini politici pone i poveri di fronte a una scelta, e qualsiasi cosa scelgano, ormai sono un pericolo: potrebbero usare la politica per farsi strada in una società fondata sul gioco; potrebbero usarla per sfuggire all’accerchiamento della forza e regalarsi una vita meno dura, e comportarsi semplicemente da cittadini; oppure, potrebbero scegliere di opporsi al gioco.

Nessuno può prevedere gli effetti della politica, anche se a tutti noi piacerebbe pensare che siamo sempre accompagnati dalla saggezza. Ecco perché i poveri vengono tanto spesso mobilitati, ma sono così raramente politicizzati. Non si può mai escludere la possibilità che essi adottino un punto di vista morale diverso da quello dei loro mentori. E chi se la sente di correre questo rischio?

La sera della consegna dei primi diplomi del Clemente Course, gli studenti e i familiari occuparono tutte le ottantacinque sedie che avevamo stipato nella sala conferenze dove si erano tenute le lezioni. Robert Martin, il vicepreside del Bard College, lesse ad alta voce i nomi dei diplomati, e l’ex sindaco di New York, David Dinkins, consegnò i diplomi. Si tennero discorsi e furono scambiati doni: gli studenti mi regalarono una targa su cui spiccava il mio nome, scritto sbagliato. Io dissi qualche parola su ciascuno di loro, mi congratulai con tutti e alla fine dissi: “Ecco il mio augurio per voi: possiate non essere mai più attivi di quando non state facendo niente…”. Dai loro sorrisi, capii che avevano riconosciuto le parole di Catone che avevo scritto sulla lavagna durante il corso. E ricordarono anche il momento in cui eravamo arrivati alla soluzione di quel giallo abilmente costruito che è l’Etica nicomachea di Aristotele: è nella vita contemplativa che l’uomo diviene più simile a Dio. Uno o due studenti, forse anche di più, chiusero gli occhi. Nel silenzio calato momentaneamente in sala era possibile pensare.

Nel giugno del 1997 il Clemente Course in the Humanities è arrivato alla fine del suo secondo anno. Si erano iscritti ventotto nuovi studenti, e quattordici si sono diplomati. Un’altra versione del corso comincerà quest’autunno nello Yucatán, in Messico, dove si studierà letteratura classica maya in lingua originale.

Il 14 maggio 1997 Viniece Walker si è presentata per la seconda volta davanti alla commissione incaricata di concedere la libertà condizionata. Aveva scontato oltre dieci anni della sua condanna, ed era stata la migliore dei reclusi. In una versione del Clemente Course che si era tenuta in carcere, mi aveva fatto da assistente. Dopo una breve udienza, la sua richiesta di libertà condizionata è stata respinta. Dovrà scontare altri due anni prima che la commissione riesamini il suo caso.

Un anno dopo il diploma, dieci dei primi sedici diplomati del corso frequentavano corsi universitari quadriennali oppure la scuola per infermieri, e quattro di loro avevano ricevuto una borsa di studio per frequentare il Bard College. Gli altri diplomati frequentavano community college oppure avevano un lavoro a tempo pieno. Tranne una, che era stata licenziata dal fast food dove lavorava per aver tentato di fondare un sindacato.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Earl Shorris (1934-2012) era un collaboratore di Harper’s Magazine. Nel 1995 aveva fondato il Clemente course for the humanities, un programma accademico di dieci mesi progettato per fornire corsi di letteratura e filosofia a livello universitario a studenti a basso reddito di New York. In questo saggio apparso su Harper’s Magazine raccontava i primi due anni del programma.

Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 1998 nel numero 227 di Internazionale.