Il presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara (al centro) tra i suoi sostenitori ad Abidjan, gennaio 2019. (Legnan Koula, Epa/Ansa)

Le difficoltà di una moneta unica per l’Africa occidentale

Il presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara (al centro) tra i suoi sostenitori ad Abidjan, gennaio 2019. (Legnan Koula, Epa/Ansa)
22 agosto 2019 10:50

Nel corso di un vertice tenuto a fine giugno ad Abuja, in Nigeria, i leader di quindici paesi membri della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao) sono apparsi intenzionati a imprimere un’accelerazione a un vecchio progetto di moneta unica, annunciando di aver pensato al nome di “eco” per questa futura valuta che dovrebbe vedere la luce nel luglio 2020. Tuttavia, i dubbi sul progetto sono molti, a giudicare dalla mancanza di volontà politica espressa da alcuni capi di stato nel portarlo a compimento.

L’idea di una moneta regionale è stata proposta nel 1983 dalla Cedeao. Riguarda 335 milioni di abitanti: gli otto paesi dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa) – Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, che adesso utilizzano il franco cfa – più Capo Verde, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone, ciascuno dei quali ha la sua moneta.

Nel corso dei decenni l’attuazione del progetto si è rivelata complicata, e la maggior parte delle tappe prefissate ha subìto numerosi rinvii.

Passi indietro
Domina l’indeterminatezza, come ha sottolineato l’economista ivoriano Mamadou Koulibaly: la Cedeao non dispone di un trattato di unione monetaria, gli statuti della futura banca centrale non sono stati stabiliti, non è stata affrontata la questione delle riserve valutarie né quella delle politiche economiche e finanziarie comuni eccetera.

È vero che già qualche anno fa sono stati individuati dei “criteri di convergenza” (tasso di inflazione inferiore al 10 per cento, indebitamento pubblico sotto il 70 per cento del pil, deficit di bilancio inferiore al 3 per cento del pil eccetera) a cui ogni stato dovrebbe adeguarsi prima di proseguire in direzione di una moneta unica. Nel 2018 però nemmeno un paese li rispettava.

I paesi che rispetteranno i criteri di convergenza potranno usare l’eco nel 2020, in attesa che gli altri siano pronti

A metà di giugno del 2019 il “comitato ministeriale” della Cedeao ha inoltre espresso preoccupazione per “i passi indietro riguardo la convergenza macroeconomica e l’assenza di risultati in relazione alla scadenza del 2020 per la creazione di un’unione monetaria”, per “la vulnerabilità delle economie della regione agli shock esterni, che rende difficile per gli stati membri il rispetto su base sostenibile dei criteri di convergenza”, per “l’elevato deficit di bilancio, che in alcuni stati membri si sta aggravando e ha un impatto negativo sul tasso di cambio e sul debito estero”.

Queste considerazioni hanno indotto i capi di stato a preannunciare da Abuja un “approccio graduale”: i paesi che rispetteranno i criteri di convergenza potranno utilizzare l’eco nel 2020, in attesa che anche tutti gli altri siano pronti.

A questi problemi bisogna aggiungere la posizione ambigua dei paesi dell’Uemoa. Pur mostrandosi da qualche mese entusiasti per il progetto dell’eco, non sempre hanno detto ai loro colleghi della Cedeao come contano di spezzare il legame che li lega al ministero delle finanze francese (la metà delle loro riserve valutarie è attualmente depositata su un conto speciale del tesoro francese, attraverso cui transita gran parte delle loro operazioni estere; rappresentanti francesi siedono nelle istituzioni delle loro banche centrali eccetera).

Eppure la Nigeria chiede dal 2017 un piano di divorzio, indispensabile prima della creazione di una moneta unica. Anche il presidente ghaneano Nana Akufo-Addo ha sottolineato a più riprese che i paesi dell’Uemoa dovrebbero ridefinire i loro rapporti con il tesoro francese. Lo ha ribadito al suo collega francese, Emmanuel Macron, lo scorso 11 luglio: “È chiaro che saranno necessarie delle trasformazioni nell’ordinamento monetario di questo paese”.

Le ambiguità di Alassane Ouattara
Il più ambiguo di tutti è Alassane Ouattara, presidente della Costa d’Avorio, uno dei pilastri dell’Uemoa. Dopo aver ripetuto in più occasioni di essere favorevole al mantenimento del franco cfa – “Siamo molto, molto felici di avere questa moneta che è un fattore di stabilità”, assicurava lo scorso febbraio – a luglio ha reso delle nuove dichiarazioni quanto meno problematiche.

Dopo una visita all’Eliseo il 9 luglio, e dopo aver partecipato a un vertice dei capi di stato dell’Uemoa il 12 giugno, ha fatto intendere che gli stati dell’Uemoa saranno i primi ad adottare la moneta unica, essendo quelli che più di tutti si avvicinano ai criteri di convergenza, il che è del tutto vero ed è dovuto al fatto che sono già soggetti a regole rigide imposte dal sistema cfa.

Il franco cfa sarà dunque semplicemente ribattezzato “eco” e manterrà la sua parità di cambio fissa con l’euro nell’immediato, ossia almeno finché i paesi dell’Uemoa saranno i soli a usare questa moneta unica. In questo modo Alassane Ouattara ha messo in secondo piano la decisione della Cedeao di optare per un regime di cambio flessibile oltre che l’opinione di numerosi economisti convinti che la parità di cambio fissa con l’euro sia disastrosa per i paesi del franco cfa. In sostanza la situazione monetaria dell’Uemoa non cambierà, eccezion fatta per il nome della moneta.

Questo scenario avrà il merito di rispondere ai voleri delle autorità francesi, a cui Alassane Ouattara è vicino: Emmanuel Macron, pressato dalla fronda anticfa che continua a gonfiarsi, si è detto “aperto” alla possibilità di cambiamenti nella zona franca, lasciando però intendere che si limiteranno a un ampliamento del suo perimetro e a un cambio di nome per il franco cfa.

Un simile gioco di prestigio tuttavia non basterà a indebolire le contestazioni, che sembrano ormai la principale preoccupazione dei difensori del franco cfa. Già circola l’idea che la Francia e i suoi alleati africani cerchino di imbrogliare i cittadini della zona franca, nel tentativo di far credere che grazie all’eco riavranno il controllo della loro moneta.

Gli attuali criteri di convergenza testimoniano di per sé l’irrealismo del progetto

Stando così le cose, pur tenendo conto delle argomentazioni di Alassane Ouattara, ci vorrà ancora del tempo prima di assistere alla nascita dell’eco: contrariamente a quanto ha affermato, infatti, i paesi dell’Uemoa non sono tutti pronti. È difficile immaginare che questa moneta possa essere lanciata solo da alcuni di questi paesi. Ci si interroga d’altro canto sull’attrattiva di una “zona eco” che non includa la Nigeria e il Ghana, i pesi massimi della Cedeao.

Mamadou Koulibaly non ha dubbi: nel 2020 non nascerà nessuna moneta unica regionale. Di conseguenza “occorre continuare a battersi contro il franco cfa”, che “non è nato per garantire” lo “sviluppo” dei paesi che lo usano. Sarà inoltre necessario che i leader della Cedeao, nessuno dei quali ha mai ritenuto utile sottoporre la questione monetaria a un voto democratico, rivedano le loro decisioni.

L’eco, “concepito in un’ottica di ortodossia di bilancio” a immagine e somiglianza dell’euro, comporta dei grossi rischi, in particolare perché gli stati di cui parliamo hanno profili economici diversi e “cicli economici raramente sincronici”, come ha spiegato l’economista senegalese Ndongo Samba Sylla in un editoriale pubblicato da Le Monde Afrique. Gli attuali criteri di convergenza testimoniano di per sé l’irrealismo del progetto: per rispettarli tutti, diversi paesi della Cedeao dovrebbero attuare politiche di austerità molto costose da un punto di vista sociale, cosa che chiaramente non è nel loro interesse fare. Inoltre, nonostante la Nigeria sostenga ufficialmente l’eco, in realtà non è favorevole: sa che avrebbe molto da perdere rinunciando alla sua moneta nazionale.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito su Mediapart.

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