19 giugno 2020 16:35

Uno degli effetti della pandemia di covid-19 è stato far arretrare la lotta contro la povertà nel mondo per la prima volta in decenni. E nei prossimi mesi potrebbe esserci una crisi alimentare mondiale. Arif Husain, capo economista del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, ha lanciato l’allarme dalle pagine del New York Times il 12 giugno: “Negli ultimi quattro anni i conflitti, la crisi climatica e l’instabilità economica hanno fatto aumentare il numero delle persone che soffrono la fame in modo grave – quando l’assenza di cibo mette in pericolo il sostentamento delle persone e, in alcuni casi, le loro vite – da 80 a 135 milioni. A questi se ne aggiungerebbero altri 130 milioni entro dicembre a causa della pandemia. Nel 2020 potrebbero quindi essere in stato d’insicurezza alimentare grave più di 250 milioni di persone nel mondo”.

Fonte: New York Times, Programma alimentare mondiale

I paesi poveri o in via di sviluppo si trovano oggi ad affrontare una doppia battaglia: una contro un virus che si sta ancora diffondendo e una contro la recessione venuta dal nord. La Banca mondiale ha annunciato per il 2020 una contrazione della ricchezza globale del 5,2 per cento, così distribuita: -7 per cento nei paesi sviluppati (nella zona euro il dato è -9,1) e -2,5 per cento nei paesi in via di sviluppo. Ma come nota Alain Frachon su Le Monde, “le cifre raccontano solo una parte della realtà”.

Le stime della Banca mondiale, infatti, non tengono conto di una serie di problemi che colpiscono soprattutto i paesi poveri o in via di sviluppo. “Quando si tratta di combattere simultaneamente il virus e la recessione”, scrive Frachon, “la mancanza dello stato sociale – inesistente o embrionale nel sud del mondo – si farà crudelmente sentire”. Inoltre la crisi delle economie del nord avrà come conseguenza nei paesi del sud la diminuzione o l’arresto delle rimesse degli espatriati, il calo dei prezzi delle materie prime e il crollo del turismo, soprattutto nel Maghreb o nel sudest asiatico.

“Sono presenti tutti gli ingredienti per una crisi del debito”, conferma su Les Echos Akiko Suwa-Eisenmann, professore dell’École d’économie di Parigi. “Questa crisi è diversa da quella del 2009, perché coinvolge tutti i motori economici”, spiega Suwa-Eisenmann. Colpisce i paesi che hanno puntato sull’esternalizzazione, come il Bangladesh, quelli dipendenti dall’esportazione di materie prime e dall’importazione di generi alimentari, come Venezuela, Angola e Nigeria, che hanno sofferto per il crollo dei prezzi del petrolio. E tocca in particolare i paesi che contano sui trasferimenti di denaro degli emigrati, che si sono ridotti a causa della contrazione economica e della perdita di posti di lavoro nei luoghi di destinazione, come Stati Uniti, Russia e gli stati del golfo Persico. Ad Haiti, per esempio, le rimesse dagli Stati Uniti rappresentano quasi il 37 per cento del pil; in Nepal sono il 27 per cento e vengono soprattutto dai paesi del Golfo; in Tagikistan sono il 28 per cento, provenienti in maggioranza dalla Russia.

La situazione in Siria
“E poi ci sono le guerre”, scrive ancora Arif Husain sul New York Times. “Dato che la pandemia interrompe le catene alimentari, gli effetti sulle persone intrappolate nelle zone di conflitto, che dipendono quasi completamente dall’assistenza umanitaria, potrebbero essere catastrofici”. Questi effetti sono già evidenti nella Siria devastata da nove anni di guerra, dove il 17 giugno la moneta locale ha registrato il crollo più grave sul mercato nero. Secondo i dati delle Nazioni Unite, il 32 per cento dei siriani non mangia a sufficienza e nei primi tre mesi di quest’anno 2,7 milioni di siriani si sono aggiunti ai 6,6 che già soffrivano la fame in modo grave alla fine del 2019. La fame e la povertà si aggraveranno anche nei paesi “già assediati dall’instabilità economica e dalle crisi climatiche”, prosegue Husain. In Zimbabwe, per esempio, 3,6 milioni di persone soffrivano già la fame in modo acuto a dicembre e a marzo il numero è salito a 8,9 milioni.

In un articolo pubblicato su The Conversation, Andy Sumner, Christopher Hoy ed Eduardo Ortiz-Juarez presentano i risultati della loro ricerca, che conferma come l’impatto della crisi sulla povertà si sentirà presto in tre modi: “Probabilmente ci sarà più povertà. Probabilmente diventerà più grave. E di conseguenza cambieranno i luoghi in cui la povertà sarà più presente”. Analizzando i dati provenienti da varie fonti, tra cui l’Asian development bank, la Goldman Sachs, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, i tre studiosi sostengono che la povertà aumenterà drasticamente nei paesi asiatici in via di sviluppo con un reddito medio, come India, Pakistan, Indonesia e Filippine, e nei paesi in cui è rimasta alta negli ultimi trent’anni, come Tanzania, Nigeria, Etiopia e Repubblica Democratica del Congo. “Questa crescita della povertà estrema segnerà il primo aumento assoluto nel conteggio globale dal 1999, e il primo in termini di proporzione della popolazione globale che vive in povertà”.

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“Nel corso della storia, quando le persone si sono trovate di fronte a guerre, disastri naturali e fame insostenibile sono emigrate nella speranza di trovare salvezza, cibo e opportunità”, commenta Husain. E questo è vero anche oggi: “C’è un’alta probabilità che presto vedremo un’ondata di profughi, spinti dagli effetti economici del coronavirus, lasciare i loro paesi e cercare di raggiungere gli Stati Uniti e l’Europa”. Più a lungo termine, conclude Alain Frachon su Le Monde, “si profila forse la minaccia di una qualche forma di de-globalizzazione, o almeno ri-regionalizzazione delle catene di valore e del commercio globale”.

I paesi poveri e in via di sviluppo sono quelli che potrebbero rimetterci di più: “Il loro sviluppo è legato alla globalizzazione economica. Questa ha creato dei poveri nel nord del mondo, ma ha ridotto come non mai l’estrema povertà nei paesi in via di sviluppo”.

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