Marah Bakir ha 24 anni, porta un velo a fiori rosa e blu su sfondo nero, che le circonda il volto. Sorride, gli occhi le brillano mentre abbraccia a lungo la sorella e la madre. Indossa il maglione a righe della madre, che ha tenuto durante i periodi di isolamento in carcere, racconta davanti alle telecamere dei giornalisti accorsi a intervistarla. È il 24 novembre e Bakir è appena uscita da un carcere israeliano. È una delle prime prigioniere palestinesi a essere liberata in base all’accordo raggiunto qualche giorno prima tra Israele e Hamas, che prevede il rilascio ogni giorno di una decina di ostaggi, in cambio della liberazione di un numero tre volte superiore di prigionieri palestinesi, oltre a una tregua di quattro giorni nella Striscia di Gaza, poi estesa per altri tre.

La sera del giorno dopo Maya Regev, 21 anni, è scortata da due miliziani di Hamas fino alla postazione della Croce rossa internazionale. Ha un piede fasciato e si appoggia alle stampelle. I video la mostrano entrare nell’ambulanza: guarda il miliziano di Hamas che la saluta, sembra dirgli qualcosa, nell’immagine successiva è sdraiata nella barella, sorride e annuisce all’infermiera. Regev è la prima partecipante al festival musicale Nova, dove 364 persone sono state massacrate da Hamas il 7 ottobre, a uscire dalla Striscia di Gaza.

Negli ultimi giorni le immagini degli ostaggi liberati da Hamas e (un po’ meno) dei palestinesi scarcerati da Israele hanno fatto il giro del mondo. Marah Bakir e Maya Regev sono solo due di loro. Sono quasi coetanee, ma le loro vite sono molto diverse.

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Marah Bakir frequentava il liceo Al Maimouna nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est. Ogni giorno ci andava a piedi da Beit Hanina, dove vive la sua famiglia. Il 12 ottobre 2015, quando aveva sedici anni, è uscita da scuola per tornare a casa. Come ogni giorno indossava la sua uniforme. Ha attraversato la strada che segna la vecchia linea di confine tra Gerusalemme Est e Ovest, fino a raggiungere la sede della polizia di frontiera, la principale forza militare di occupazione nella metà palestinese della città.

Come racconta un articolo di Le Monde, era “il periodo nero conosciuto come ‘intifada dei coltelli’. Dei palestinesi, spesso giovani, senza legami con alcuna organizzazione politica, cercavano uno dopo l’altro di pugnalare un soldato, un colono o un civile. Gerusalemme, con le sue frontiere aperte e il suo apparato di controllo militare onnipresente, era la capitale di questa insurrezione di persone anonime”. Mentre Bakir era sul marciapiede, le forze israeliane le hanno sparato colpendola al braccio sinistro e l’hanno arrestata con l’accusa di aver cercato di accoltellare un ufficiale. La famiglia ha negato ogni accusa. È stata condannata a otto anni e sei mesi di carcere. Avrebbe finito di scontare la sua pena tra quattro mesi.

Maya Regev era appena tornata dal Messico, dove era andata con la famiglia per festeggiare il compleanno della madre. Il 6 ottobre insieme al fratello Itay, di 18 anni, è uscita da casa a Herzliya, poco a nord di Tel Aviv, per partecipare al festival musicale Nova, la prima edizione israeliana di Universo paralello, un appuntamento per gli amanti della psytrance che si svolge ogni due anni in Brasile ed è uno più importanti eventi della cultura alternativa in Sudamerica. Circa 3.500 persone si erano riunite per celebrare “il libero amore e il libero spirito, la tutela dell’ambiente e i valori naturali” in un campo polveroso accanto al kibbutz Reim, a poco più di cinque chilometri di distanza dal muro che separa il sud d’Israele dalla Striscia di Gaza.

Quando i miliziani di Hamas che avevano sfondato la barriera hanno fatto irruzione al festival la mattina del 7 ottobre, sparando e uccidendo chiunque gli capitava a tiro, Maya Regev ha telefonato al padre Ilan: “Ci stanno sparando, mi hanno colpita” e ha mandato un messaggio alla madre: “Ti voglio bene”. Il padre si è precipitato lì, ma è stato fermato dai posti di blocco allestiti dai militari accorsi nel frattempo. Poco dopo ha ricevuto da un amico un video che circolava online in cui si vedevano i suoi due figli caricati su un veicolo dai miliziani di Hamas.

Maya Regev scortata dai miliziani di Hamas verso un veicolo della Croce rossa internazionale nella Striscia di Gaza, nella notte tra il 25 e il 26 novembre 2023. (Hamas Media Office/Afp)

In Palestina le famiglie dei detenuti minorenni e delle donne inserite da Israele nelle liste delle prigioniere da scambiare si sono preparate ad accogliere i loro cari, che in alcuni casi hanno trascorso anni nelle carceri israeliane. Le strade di diverse località della Cisgiordania si sono riempite di persone che festeggiavano, sventolando le bandiere palestinesi e quelle di Hamas. Sawsan Bakir, la madre di Marah, ha sistemato la stanza della figlia, che non aveva toccato per otto anni. Non ha previsto grandi celebrazioni, sia per rispetto nei confronti degli altri prigionieri palestinesi e degli abitanti della Striscia di Gaza devastata dalla guerra sia perché Israele ha imposto alle famiglie delle persone rilasciate di non organizzare niente. Le forze israeliane hanno anche bloccato gli ingressi alle vie intorno alla casa di Bakir, impendendo a curiosi e giornalisti di avvicinarsi.

In carcere Marah Bakir era una figura politica di riferimento, era diventata rappresentante delle prigioniere del penitenziario di Damon, dove sono rinchiuse donne e minori. Si è anche avvicinata ad Hamas. Dopo le stragi del 7 ottobre, come nel caso di vari leader è stata spostata in un altro carcere, a Jalame, è stata messa in isolamento e per sei settimane non ha potuto comunicare con gli altri detenuti né ricevere notizie dall’esterno. La mattina del 24 novembre è stata informata di quello che era successo. Qualche ora dopo è uscita di prigione.

In Israele le famiglie degli ostaggi sono state un mese e mezzo senza avere notizie dei loro cari trattenuti nella Striscia di Gaza sotto i bombardamenti; hanno sopportato un’attesa estenuante mentre venivano definiti i dettagli dell’accordo, poi hanno sperato che tutto filasse liscio. I primi a uscire dalla Striscia il 24 novembre sono stati tredici israeliani (quattro bambini con le loro parenti e quattro anziane), dieci tailandesi e un filippino che lavoravano nei kibbutz attaccati da Hamas. Il giorno dopo è toccato ad altri tredici israeliani: dodici donne e bambini presi dai miliziani nel kibbutz di Beeri. E Maya Regev, l’unica partecipante al festival Nova rilasciata finora, a parte il venticinquenne Roni Krivoi, che ha anche la cittadinanza russa, liberato il 26 novembre.

La consegna degli ostaggi il 25 novembre è stata rinviata di qualche ora, perché Hamas sosteneva che Israele non stava rispettando gli accordi sull’ingresso degli aiuti nella Striscia. Dopo l’intervento del presidente degli Stati Uniti Joe Biden e dei funzionari dei paesi mediatori, Egitto e Qatar, le procedure sono riprese. Nella notte gli ostaggi sono usciti dalla Striscia di Gaza. Come tutti gli altri, sono stati portati in vari ospedali di Israele, dove riceveranno cure mediche e psicologiche. Maya Regev è stata ricoverata nel centro medico di Soroka, a Beersheba, dove si sottoporrà agli interventi per curare la ferita al piede. I medici dicono che le sue condizioni sono stabili e che si riprenderà completamente. In ospedale ha riabbracciato i suoi genitori. Il fratello Itay è ancora nelle mani di Hamas.

Finora sono stati rilasciati sessanta ostaggi israeliani (donne, bambini e persone con la doppia cittadinanza, altri ventitré stranieri sono stati liberati senza contropartita) e 180 donne e minori palestinesi che erano detenuti nelle carceri israeliane. Hamas ha fatto sapere di essere disponibile a prolungare ulteriormente la tregua nella Striscia di Gaza e a liberare nuovi ostaggi, mentre i mediatori internazionali sono al lavoro per raggiungere un’intesa che consenta di fermare i combattimenti in modo più duraturo. I capi dei servizi segreti statunitensi e israeliani si sono incontrati il 28 novembre a Doha per discutere con il primo ministro del Qatar la prossima fase dell’accordo. Il segretario di stato statunitense Antony Blinken il 30 novembre è andato di nuovo in Israele e in Cisgiordania.

Le autorità israeliane hanno ribadito la loro intenzione di liberare tutti gli ostaggi, ma anche di riprendere i combattimenti. In un’analisi su Haaretz, Aluf Benn s’interroga sulle possibili mosse del primo ministro Benjamin Netanyahu, preso tra le pressioni di Biden a mettere fine alla guerra e le richieste belligeranti della sua coalizione di estrema destra. “La ripresa del conflitto richiederà combattimenti prolungati in un’area densamente popolata, dato che il numero delle persone nel sud della Striscia è raddoppiato a causa della deportazione degli abitanti del nord. Questo succederà di fronte alla pressione internazionale, che non farà altro che intensificarsi più si allungherà la lista delle donne e dei bambini palestinesi morti”.

Nonostante la tregua, la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza rimane catastrofica, secondo l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi. Dal 24 novembre circa duecento camion di aiuti umanitari sono entrati ogni giorno nel territorio palestinese attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, ma secondo il Programma alimentare mondiale c’è il rischio di una carestia. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha constatato un “aumento massiccio” di malattie contagiose. In particolare tra i bambini piccoli si registra una crescita esponenziale dei casi di diarrea, che sono 75mila. Le infezioni respiratorie acute sono invece 111mila. La maggior parte degli ospedali della Striscia di Gaza non è più operativa dopo essere stata colpita dai bombardamenti israeliani.

Secondo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, “date le condizioni di vita e l’assenza di un sistema sanitario, potrebbero morire più persone per le malattie che per le bombe”. Nella Striscia dal 7 ottobre sono già morte 14.854 persone, di cui 6.150 minori. Thomas White, direttore dell’Unrwa a Gaza, ha detto alla Bbc che alcune zone del nord di Gaza sono “invivibili” a causa del livello di distruzione. L’esercito israeliano ha vietato ai palestinesi fuggiti a sud di tornare nelle loro case nel nord della Striscia di Gaza durante la tregua. Nonostante questo, migliaia di sfollati sono partiti verso nord.

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