08 febbraio 2018 13:18

Ogni anno a Pechino si ripete un rituale utile e allo stesso tempo inutile. A gennaio esce il rapporto sulle condizioni di lavoro del Foreign correspondent club of China (l’associazione dei corrispondenti della stampa estera in Cina, Fccc) relativo all’anno appena trascorso.

È utile, perché ti conferma quanto hai già intuito durante l’anno, mette nero su bianco se fare il giornalista in Cina stia diventando più o meno facile e ti fa sentire meno solo. È inutile, perché il Fccc non è un’organizzazione “legale” in Cina e quindi, in parole povere, alle autorità cinesi poco importano le sue ricerche e i suoi “comunicati ufficiali”, che per loro ufficiali non sono.

Il nuovo rapporto, che si intitola non a caso Access denied (accesso negato), ha messo in evidenza che è sempre più difficile lavorare in – quindi informare su – aree particolari del paese, come il confine tra la Cina e la Corea del Nord, le zone dove si verificano conflitti operai e soprattutto lo Xinjiang (dove il 73 per cento dei giornalisti nel 2017 ha incontrato proibizioni da parte delle autorità).

E, prosegue il rapporto, circa la metà dei corrispondenti ha subìto intimidazioni e incontrato ostacoli nello svolgimento del proprio lavoro, spesso a opera di “teppisti” in borghese che rifiutano di identificarsi. Inoltre, il rinnovo del permesso di soggiorno è spesso usato come strumento per fare pressioni sui giornalisti stranieri. Nel complesso – sostiene la ricerca – si registra un aumento delle difficoltà a lavorare come giornalista.

Game, set, partita
L’agenzia Xinhua (Nuova Cina) riporta che durante la quotidiana conferenza stampa con i giornalisti, qualcuno ha chiesto alla portavoce del ministero degli esteri – che sovrintende l’attività della stampa estera – se fosse a conoscenza del rapporto Fccc. La signora Hua Chunying ha risposto di non avere letto nulla e di non sapere chi rappresenti “questa cosiddetta organizzazione”.

Ha aggiunto che quanto scritto nella ricerca le sembrava irragionevole e che, se si sente ostacolato nel proprio lavoro, un giornalista può rivolgersi direttamente al ministero. Poi ha chiesto se qualcuno in sala si riconoscesse nelle conclusioni del rapporto e ritenesse che il ministero gli stia mettendo i bastoni tra le ruote. “Chi lo pensa, alzi pure la mano”, ha detto. Nessuno l’ha fatto. Un amico giornalista presente alla conferenza mi ha spiegato che non aveva nessuna voglia di essere coinvolto in una discussione del genere. Quindi, la portavoce ha concluso: “Bene, potete dire all’Fccc che nessuno dei reporter presenti oggi condivide le sue conclusioni e che quindi non è rappresentativo dei 600 corrispondenti stranieri che lavorano in Cina”. Game, set, partita per la signora Hua.

I politici di tutto il pianeta vengono qui e perfino la “formale protesta” si fa a porte chiuse

Fino a qualche anno fa, tra il club e il ministero degli esteri cinese i rapporti erano informali. Quando si verificava un “incidente”, il presidente dell’Fccc – anche lui un corrispondente estero – chiedeva appuntamento al responsabile del ministero per discutere qualche suo affare e già che c’era buttava lì affermazioni del tipo: “Certo che la vicenda di John Tal-dei-tali a cui dei tipi hanno fracassato la videocamera mentre riprendeva una protesta di operai è preoccupante, eh”. Oppure: “Non si capisce perché Ingrid Vattelapesca sia stata invitata dalla polizia a prendere il tè, dato che nell’intervistare l’intellettuale XY ha rispettato in tutto e per tutto la legge cinese. Mah, che cose strane”.

E poi, concludeva dicendo: “Ovviamente questa è una mia opinione, però la pensano così anche 200 amici”. I 200 amici sono appunto gli iscritti dell’Fccc, espressione dei maggiori mezzi d’informazione internazionali e anche di quelli che maggiori non sono.

A quell’epoca, forse, la Cina pensava ancora di conquistare i cuori e le menti del mondo e quindi prestava ascolto o fingeva di farlo. Oggi, evidentemente non ce n’è più bisogno. I politici di tutto il pianeta vengono qui con il piattino della questua e perfino la “formale protesta” segue una procedura standardizzata di quelle che tanto piacciono ai funzionari cinesi: si fa a porte chiuse.

Il presidente, premier, ministro occidentale di turno, assicura alla propria opinione pubblica che farà presente ai colleghi il tema dei diritti umani, però lo farà durante colloqui riservati. I cinesi, dall’altra parte, dicono che quelle sono questioni interne della Cina in cui nessuno ha il diritto di intromettersi. Del resto, da quando ci siamo inventati “guerre umanitarie” da centinaia di migliaia di morti è un po’ difficile andare a fare le pulci agli altri. Almeno è così che la vedono da queste parti. Comunque sia, finisce sempre che trapeli ben poco di quanto si dicono nei colloqui riservati.

Non si sai mai dove tracciare il confine tra le tue paranoie e il controllo effettivo

Il punto è che oggi non c’è economia sviluppata che possa fare a meno della Cina e, da quando Pechino nel 2010 bloccò le importazioni di salmone norvegese perché Oslo diede il Nobel della pace al dissidente Liu Xiaobo, a nessuno passa per la mente di “offendere la sensibilità del popolo cinese”, formula ormai ufficiale che significa “far perdere la faccia alla leadership di Pechino”. Per la cronaca, Liu Xiaobo è morto e il salmone norvegese ha stabilito un nuovo record di vendite giusto la settimana scorsa.

Quanto alle testate per cui uno lavora, può accadere che nel caso di qualche problema con le autorità cinesi, le aziende cerchino comunque di aggiustare le cose in sordina. Conosco personalmente un caso e credo si tratti di una valutazione commerciale: nell’epoca in cui anche l’informazione è una merce, non puoi rischiare di farti chiudere l’ufficio di Pechino mentre la tua diretta concorrente continua a lavorare.

Controllo amico
In contemporanea con l’uscita del rapporto Fccc e poco prima che la signora Hua lo smentisse, anche il sottoscritto è andato a fare il suo annuale rinnovo del visto giornalistico. La funzionaria del ministero che si prende cura di me è giovane, molto gentile e sorridente, parla inglese e tedesco, è brillante.

Mi ha chiesto se avessi mai avuto problemi nello svolgimento del mio lavoro e quando le ho risposto che sì, è successo che alcuni brutti ceffi non meglio identificati mi lasciassero intendere che “avrei potuto farmi male” mentre visitavo lo stabile da cui erano appena stati sgombrati dei lavoratori migranti, ha assunto un’espressione dispiaciuta e ha detto che magari ci sono funzionari locali che non conoscono le regole e s’impauriscono.

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Comunque – ha spiegato – quando si verifica un problema del genere posso chiamare lei. Proprio come piacerebbe alla portavoce Hua Chunying. La mia funzionaria è lì per me. È una controllora-facilitatrice-amica.

Poi mi ha chiesto perché non partecipo mai ai viaggi che il ministero organizza per i giornalisti stranieri in giro per la Cina, “per esempio in Tibet”. Le ho detto che costano troppo per le mie tasche. “Non è vero”, ha obiettato. “Vi dovete pagare solo il viaggio, poi siete ospiti del governo locale”. Ha accennato anche alla possibilità di andare in Xinjiang, dove però tutto si complica “perché c’è un nuovo segretario del partito che è un po’…” e ha assunto un’espressione vagamente contrita. Voleva forse alludere al mio articolo di circa un anno fa in cui analizzavo in dettaglio le misure repressive adottate da Chen Quanguo, il nuovo boss proprio dello Xinjiang?

Forse no. Il punto è che non si sai mai, in questi casi, dove tracciare il confine tra le tue paranoie e il controllo effettivo.

Più tardi, mi sono ricordato che non le avevo chiesto un’informazione di cui avevo bisogno e le ho scritto sull’instant messenger WeChat. Mi ha risposto, l’ho ringraziata, mi ha mandato la gif animata di un orsetto che emana cuoricini rossi pulsanti. Volevo replicare con il meme di Kim Jong-un che fa l’occhiolino. Ma ho pensato che avrei potuto metterla in imbarazzo. E anche che il mio visto dipende da lei.