Questo articolo è stato pubblicato il 1 giugno 2007 nel numero 695 di Internazionale.

Nella Libia del colonnello Gheddafi, durante il caos della fine degli anni settanta mio padre scoprì che le autorità, spinte da zelo rivoluzionario, avevano inserito il suo nome in una lista di persone da interrogare. A quell’epoca era all’estero: i suoi amici gli scrissero per dirgli di non tornare in patria. Il paese stava preparando la guerra contro il Ciad e l’esercito, obbedendo alla teoria di Gheddafi sulla necessità di militarizzare le masse, aveva ridotto l’età della leva a quattordici anni. L’addestramento militare era diventato parte integrante dell’educazione pubblica. Mio fratello Ziad aveva tredici anni, io otto. Mamma e papà decisero allora che dovevamo lasciare il paese. I preparativi per la fuga cominciarono subito e durarono un anno intero.

Dopo l’appoggio al colpo di stato del 1969, la popolazione sembrava aver perso ogni fiducia nel progetto repubblicano. Il controllo del regime penetrava in ogni piega della vita civile: c’erano comitati rivoluzionari in ogni istituzione, la sorveglianza sulla stampa era molto stretta, e l’unico posto in cui i libici potevano parlare liberamente erano le proprie case. Poi l’esercito decise di fare visita a tutte le librerie e le biblioteche di Tripoli, armato di una lunga lista di titoli da sequestrare. Migliaia di libri furono bruciati in piazza. Iniziò così un processo tipico delle dittature: la riscrittura della storia, la ridefinizione del presente e la creazione di un’unica visione del futuro. Famiglie come la mia – colte, ricche e cosmopolite – erano considerate “borghesi” e “reazionarie”: ecco perché il nome di mio padre era finito in quella lista.

Le autorità stavano cercando di rintracciarlo, convinte che la strategia migliore fosse aspettare il suo ritorno a Tripoli. Così ci negarono il permesso di espatriare. L’unica possibilità che rimaneva era convincerli che mia madre e mio padre non erano più sposati e che l’uomo che cercavano si era fatto una nuova famiglia in Europa. Per un anno intero abbiamo finto tutti che fosse così, tanto che una parte di me si chiedeva se papà non avesse iniziato davvero una nuova vita altrove. Immaginavo che un giorno avrei conosciuto un fratellastro biondo e con gli occhi blu, fantasticavo sulla vita di mio padre con la sua nuova famiglia in Svizzera. Lì avevamo passato molte estati, ammirando le Alpi coperte di neve e facendo gite sul lago di Como. Per un bambino nordafricano la Svizzera è il posto più esotico che si possa immaginare: l’aria trasparente, l’ordine dei segnali stradali, la pioggerellina romantica, le baite sulle montagne che sembrano disegnate da un bambino. Mi divertiva immaginare un secondo me stesso che viveva in quel paese così diverso con mio padre e la sua nuova moglie, identica a mia madre, a parte i capelli biondi.

I preparativi per la fuga

Tempo dopo mia madre mi ha confidato che a volte, nei momenti di sconforto, non resisteva alla tentazione di chiamare papà per sentire la sua voce e forse per assicurarsi che quella storia inventata non si fosse trasformata in realtà. Anche se sapeva che non avrebbe dovuto farlo, alzava il telefono e componeva il numero. E ascoltava col fiato sospeso l’indifferente precisione del segnale di libero del telefono svizzero. Ma mio padre, nella sua ferrea volontà di rimanere fedele al loro patto, non si lasciava andare e le rispondeva con freddezza: “Non chiamare mai più”. Poi riagganciava.

Un pomeriggio mia madre ci chiese di fare i bagagli. “Andiamo per qualche giorno al mare”, ci disse, “prendete solo le cose preziose”. I miei affittavano spesso una villetta al mare per il fine settimana, ma prima di quella volta non ci avevano mai chiesto di portare nulla di particolare. Quando le chiesi cosa intendesse per “prezioso”, mia madre rispose: “Le cose che ami di più”. Nella valigia misi la bottiglia di acqua di colonia che mi aveva regalato mio padre: mi sembrava la prova del fatto che iniziava a pensare a me come a un uomo. Sulla strada per l’aeroporto Ziad scoppiò a piangere. Non capivo perché non fosse emozionato come me all’idea di salire su un aereo.

Gli ufficiali dell’immigrazione non credettero alla storia raccontata da mia madre. Ricordo ancora il suo silenzio – il terrore era quasi palpabile – mentre tornavamo alla vita che avevamo appena lasciato. Qualche giorno dopo, nostra madre ci chiese di nuovo di fare i bagagli. All’aeroporto andò dallo stesso uomo che ci aveva respinto la volta precedente e gli sventolò le chiavi della macchina sotto il naso: “Qui fuori troverà una Bmw nuova di zecca con dentro una tv e un videoregistratore. Ci faccia passare”. L’uomo prese le chiavi e ci disse di aspettare. Dopo una lunga attesa arrivò un suo collega: “Suo marito è ricercato. Lei non può lasciare il paese finché non torna”. Mia madre chiese dell’uomo che aveva le chiavi della macchina: si era preso il resto del giorno libero. Tornammo a casa in taxi.

Ho sempre saputo che avrei potuto perdere mio padre, ma ora capisco che non avevo una reale coscienza del pericolo che correva

Rispetto agli altri dittatori, Gheddafi ha una caratteristica unica: le sue convinzioni incrollabili sono poche. Questa particolarità gli ha permesso di sviluppare uno straordinario istinto di sopravvivenza. Nel 1979, qualche mese dopo che il nome di mio padre era apparso nella lista dei ricercati, fu concessa l’amnistia agli imprenditori esiliati. Mio padre non riusciva più a vivere lontano da noi, perciò decise di correre il rischio e di tornare a Tripoli. All’aeroporto non fu arrestato, ma gli sequestrarono il passaporto. Finalmente eravamo di nuovo tutti insieme.

L’anno vissuto all’estero aveva insegnato a mio padre che l’esilio è un lutto senza fine. Nonostante il suo ritorno, mia madre rimase dell’idea che dovevamo andarcene e dopo qualche settimana si mise nuovamente a pianificare la partenza. La sua voglia di vivere, il suo amore per la luce, la sua determinazione a farci crescere liberi ha ispirato a Ziad e a me un’apertura verso il mondo che ancora oggi è la conferma di quanto la sua scelta di allora fosse saggia. Sarò sempre riconoscente a mia madre e alla serena determinazione con cui riuscì a farci lasciare la Libia. In macchina verso l’aeroporto mio padre restò in silenzio. Stavamo lasciando il paese senza di lui: non sapeva quando avrebbe potuto rivederci.

L’uomo che aveva preso le chiavi della nostra macchina due mesi prima si allontanò di corsa appena ci vide arrivare. Ora che mio padre era tornato, l’altro impiegato dell’immigrazione all’aeroporto di Tripoli ci permise di partire per Nairobi, dove viveva il fratello di mia madre.

Gli anni dell’esilio

Il Kenya era l’antidoto perfetto contro la nostalgia e la tristezza: un paradiso lussureggiante dove la terra è rossa e le foglie degli alberi sono grandi come lenzuola. E dove allora era possibile comprare gli ultimi dischi di Michael Jackson, un particolare che mi sembrava della massima importanza. Mio zio riuscì a far sembrare la nostra fuga una vacanza. A poco a poco diventava sempre più chiaro che mio padre non ci avrebbe raggiunto molto presto. Mia madre capì che dovevamo trovarci una casa e una scuola. Con la solita staffetta di messaggi, papà ci fece arrivare l’indirizzo di un suo socio in Egitto che gli doveva parecchi soldi.

Così ci stabilimmo al Cairo, una dinamica capitale araba dove avevamo molti amici. Il collega di mio padre restituiva il suo debito un po’ alla volta, e dovevamo accontentarci di un appartamento spartano che rendeva ancora più intensa la nostalgia per la nostra bella casa di Tripoli. Le scuole che potevamo permetterci avevano settanta alunni per classe. Gli altri ragazzi prendevano in giro me e mio fratello perché eravamo stranieri. Ziad aveva solo amici libici, mentre io facevo di tutto per migliorare il mio accento egiziano. Ora è Ziad che vive al Cairo e ha cambiato accento, mentre io parlo arabo con un inconfondibile accento libico.

Un anno dopo il nostro trasferimento nella capitale egiziana io avevo dieci anni e Ziad quattordici. Un giorno ci mettemmo ad appendere festoni per la casa e facemmo un grande striscione colorato con la scritta: “Bentornato a casa, caro papà, ci sei mancato. Ti amiamo”. Ritagliammo cuori, fiori e farfalle e li attaccammo alla porta di casa. Passammo una giornata a pulire tutte le stanze. Mio padre era finalmente riuscito a fuggire e stava per arrivare al Cairo. Quando andammo a prenderlo, l’aeroporto era affollatissimo. Ricordo che mi facevo avanti a spintoni in una foresta di gambe, con la paura di non riuscire a riconoscere mio padre. Fui il primo a vederlo. Nei dodici mesi che avevamo trascorso lontani gli erano venuti i capelli bianchi e il suo viso era invecchiato. Portava un abito scuro e un trench di pelle nera lungo fino alle caviglie. Dietro di lui due facchini spingevano un paio di grandi bauli. Dopo la partenza dalla Libia era stato a Roma, dove aveva prosciugato il suo conto in banca per comprare tutto quello che poteva servire per iniziare una nuova vita.

Tripoli. (Patrick Aventurier, Eyedea/Contrasto)

In seguito scoprii che la nostra casa era stata saccheggiata dal capo della sicurezza interna di Tripoli: solo allora mi resi conto che non saremmo più tornati in Libia. La mia nostalgia per tutto ciò che avevo perso era insopportabile. Subito prima di partire avevo risolto un vecchio problema al pedale sinistro della bici. Ora immaginavo il figlio del capo della sicurezza scorrazzare sulla mia bicicletta; pensavo all’uva del nostro giardino che noi e i miei cugini raccoglievamo in grandi ceste per portarla a tutti i vicini. Mi mancavano i miei cugini e la ragazzina di cui mi ero innamorato. Avevo ammassato una pila di sassi davanti alla finestra del suo bagno per vederla nuda sotto la doccia. Il pensiero della Libia mi procurava un dolore costante, tanto che tormentavo i miei genitori supplicandoli senza sosta di tornare a casa.

Al Cairo mio padre riprese il suo impegno politico: anche se facevamo di tutto per dissuaderlo, scriveva articoli contro il regime e cercava di mobilitare le fazioni della resistenza in esilio. Dopo essere stati molto mondani nei primi tempi dell’esilio, i miei genitori conducevano ormai un’esistenza appartata. Facevano lunghe passeggiate mattutine, passavano il pomeriggio a leggere e cenavano sempre da soli. Qualche tempo dopo Ziad e io lasciammo il Cairo per andare all’università a Londra.

Un giorno, però, cambiò tutto. Mia madre stava apparecchiando la tavola quando uno dei domestici entrò dicendo che alla porta c’era un uomo che voleva parlare con mio padre. Lui scese per incontrarlo. Da allora non l’abbiamo più visto.

Per i primi due anni i servizi segreti egiziani hanno continuato a rassicurarci: papà era al Cairo e il suo rilascio era solo questione di tempo. Noi però dovevamo rimanere in silenzio. “Se alzate un polverone non possiamo più garantirvi nulla”, ci dicevano. Noi gli credevamo e continuavamo ad andare ogni giorno in pellegrinaggio al loro quartier generale, un gruppo di case squadrate nascoste tra gli eucalipti in un quartiere residenziale del Cairo. Ogni giorno ci veniva detta la stessa cosa, dallo stesso grassone seduto dietro una pesante scrivania: “Suo marito sta bene. Dovete avere pazienza, è per il suo bene. Aveva passato la misura, e dopotutto la Libia è nostra vicina”.

Lettere dalla prigionia

Restammo in questo stato d’incertezza per tre anni, finché una mattina arrivò una lettera scritta con l’inconfondibile grafia pulita di mio padre. La lettera aveva passato i controlli del famigerato carcere politico di Abu Selim, a Tripoli, e un giovane amico di papà era riuscito a farla uscire dalla Libia. Quando il ragazzo arrivò a casa nostra andò verso lo stereo e alzò il volume. Abbracciò mia madre e iniziò a parlarle nell’orecchio. In mano aveva una cosa bianca, forse un foglio di carta. Lo passò a mia madre. Poi si abbracciarono e scoppiarono a piangere. Il foglio di carta era piegato varie volte: raccontava in modo dettagliato cosa era accaduto dal giorno della sparizione di mio padre. Era stato prelevato dai servizi segreti egiziani e consegnato a quelli libici. Izzat Youssef al Maqrif, un altro dissidente libico che viveva al Cairo, era stato portato via lo stesso giorno. I due erano stati spinti in una macchina con i finestrini coperti da fogli di giornale ingialliti ed erano stati portati dove li aspettava un aereo. Tre ore dopo erano a Tripoli.

Ancora oggi, quando sento bussare alla porta penso che potrebbe essere mio padre. In realtà le sue uniche visite arrivano in sogno, non annunciate. Mi capita spesso di sognarlo: a volte giovane, altre con i segni della tortura. Di recente, la sua visione in sogno è stata talmente vivida che ne sono ancora scosso. Mi è apparso vecchio, dell’età che avrebbe ora, con il distacco di chi è abituato alla solitudine. Aveva un modo diverso di parlare e concludeva tutte le frasi dicendo “capisci?”. In sogno, immaginavo che il suo carattere fosse stato influenzato dai compagni di prigionia. Parlava in modo asciutto e cortese, con lo stesso tono di uno sconosciuto incontrato in treno. Quando gli ho posato una mano sulla spalla è caduto il silenzio. Mi sono svegliato e ho riprovato a entrare nel sogno. Ma non ci sono riuscito.

A volte mi sembra di essere in prigione con lui. In sedici anni mio padre non ha avuto un processo, e alla sua famiglia non è mai stato detto dove fosse detenuto. Per dodici anni non abbiamo ricevuto una sua lettera. Sono sempre stato intrappolato tra due scelte terribili: parlare, e mettere così a repentaglio la sua vita, o continuare a tacere, diventando complice dei suoi aguzzini.

Nel marzo 2006 un gruppo di dissidenti libici ha indetto una conferenza internazionale online per il sedicesimo anniversario del rapimento di mio padre e di Izzat al Maqrif. Ziad, mia madre e io non eravamo convinti dell’opportunità di una simile iniziativa. Nel corso degli anni molte fazioni hanno cercato di appropriarsi del nome di mio padre. Alla fine, però, abbiamo accettato di partecipare. Alla conferenza erano collegate 350 persone da tutto il mondo, tra cui alcuni relatori che avevano conosciuto mio padre. Ha iniziato a parlare un uomo con una voce tranquilla, quasi un sussurro. Diceva che non aveva mai conosciuto personalmente “il signor Jaballa Matar”, ma voleva che tutti sapessero che “il suo sacrificio non era stato dimenticato”. Poi la voce si è fatta impercettibile e l’uomo ha detto: “Perdonatemi per questo intervento così breve ma vi parlo dall’interno del paese, da un internet café, quindi addio”.

Ziad aveva deciso che doveva parlare. Gli tremava la mano mentre scriveva su un foglio le cose che voleva dire. Mia madre ha tirato fuori le lettere di papà. Gli occhi di Ziad si sono fermati sui passaggi più forti della prima lettera di nostro padre. Ziad ha parlato del diritto di ogni individuo a vivere libero e con dignità e ha letto il brano in cui nostro padre si scusava con noi per quello che stavamo passando, rivendicando però la sua scelta: se fosse tornato indietro – aveva scritto – si sarebbe comportato nello stesso modo. Con quella lettera – la prima delle uniche due lettere che abbiamo ricevuto – datata 1992 e ricevuta nel 1993, mio padre era riuscito a farci arrivare anche un nastro registrato. Ne conservo una copia in un cassetto della mia scrivania, ma cerco di non ascoltarla. Ogni tanto, però, non resisto. In tutto l’avrò ascoltata per intero non più di cinque volte negli ultimi tredici anni.

“Ho passato anche un anno intero senza vedere il sole o poter uscire da questa cella”: era una delle frasi che bisbigliava. Dopo due anni di detenzione le condizioni erano migliorate. Così papà descriveva, con un tono di voce che tradiva un sorriso ironico, la nuova cella che divideva con Izzat al Maqrif: “È una stanza di sei metri per sei. In un angolo c’è il gabinetto. Non c’è altro. Le celle sono pensate per sei o otto persone, ma ce ne rinchiudono dentro anche diciotto. Noi però ci godiamo questo posto da soli, perché non vogliono che nessuno si mescoli con noi: un lusso per cui molti ci invidiano”.

Domande senza risposta

Nel 1996 nella prigione di Abu Salim c’è stato un massacro. Nella notte tra il 28 e il 29 luglio sono stati fucilati più di 1.300 prigionieri politici. Fuori dalla Libia non se ne è saputo nulla fino al 2002. L’ultima lettera di mio padre risaliva al 1995. Ho sempre desiderato che fosse fatta giustizia, ma non ho mai cercato la vendetta. Gheddafi, e i dittatori come lui, possono imprigionare, torturare e uccidere. Ma non gli si deve mai permettere di impossessarsi della nostra umanità. La vera battaglia da vincere è quella per difendere se stessi dalla violenza della storia. Ma com’è possibile evitare di trasformarsi in un simbolo o in una vittima? Come si può rimanere integri e liberi dall’odio, e allo stesso tempo fedeli alla propria storia?

La vita ci insegna che si può trovare la pace nell’irrevocabilità della morte. Con me non è stato così: la perdita di mio padre continua a non darmi pace. Mio padre non è incarcerato ma non è neanche libero; non è morto ma non è neanche vivo. Il mio lutto si rinnova quotidianamente ed è impossibile da elaborare e cancellare.

Ho sempre saputo che avrei potuto perdere mio padre, ma ora so che non avevo una reale coscienza del pericolo che correva. Se lo avessi capito mi sarei aggrappato a lui con più forza, avrei cercato di allontanarlo dall’impegno politico. Il senso di colpa è il compagno più crudele per quelli che sono rimasti vivi. Quando portarono via mio padre, il mondo mi sembrò vuoto. Per i primi due anni, la nostra famiglia fu allo sbando. Poi abbiamo rimesso insieme i pezzi e abbiamo imparato che la rapidità con cui si ricomincia a vivere non è indicativa della profondità del dolore.

Mio padre ha lasciato tre persone. Ora siamo in nove. Ziad ha quattro figli: il primo si chiama Jaballa, in ricordo di papà. Un giorno, quando aveva tre anni, mi ha chiesto: “Zio, dov’è il nonno?”. Ancora oggi non so rispondergli. Quello che voglio è sapere cosa è successo a mio padre. Se è vivo, voglio vederlo e parlargli. Se ha infranto la legge, dovrebbe essere processato e avere la possibilità di difendersi. Se è morto voglio sapere come, dove e quando. Voglio una data, un racconto dettagliato. Voglio sapere dov’è sepolto il suo corpo.

(Traduzione di Daniele Cassandro)

Questo articolo è stato pubblicato il 1 giugno 2007 nel numero 695 di Internazionale.

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