L’università di Coimbra, Portogallo, 2012. (Gerhard Westrich, Laif/Contrasto)

All’Europa serve un Erasmus più grande e inclusivo

L’università di Coimbra, Portogallo, 2012. (Gerhard Westrich, Laif/Contrasto)
03 aprile 2019 12:49

Ogni anno decine di migliaia di cittadini europei trascorrono un periodo in un altro paese attraverso il programma Erasmus. Studenti, docenti, ricercatori, artisti, sportivi, volontari e altri ricevono il finanziamento per la mobilità europea, prenotano un volo, preparano le valigie e partono.

L’Erasmus (oggi rinominato Erasmus+) è riconosciuto come un programma bandiera dell’Unione europea. Nei suoi 32 anni di esistenza il programma ha permesso a più di nove milioni di cittadini di studiare o lavorare in un paese diverso dal proprio per un periodo che va dai pochi mesi ai tre anni con l’Erasmus Mundus.

Secondo le valutazioni d’impatto della Commissione europea, chi fa l’Erasmus impara una nuova lingua, espande i propri orizzonti professionali, allarga la propria rete di contatti e comincia a sentirsi più europeo. Tra gli ex Erasmus il rischio di essere disoccupati a cinque anni dalla laurea è del 23 per cento più basso della media e un tirocinante Erasmus su tre riceve un’offerta di lavoro dalla società che lo ha formato all’estero. In altre parole il programma di mobilità dell’Unione europea ha un effetto positivo sulla vita professionale e sull’identità culturale di chi lo fa.

Per far funzionare il programma, nel periodo dal 2014 al 2020 l’Unione europea ha stanziato 14,7 miliardi di euro, circa il doppio di quanto stanziato dal 2007 al 2013. Circa due terzi sono dedicati alla forma più conosciuta dell’Erasmus, ovvero i periodi di scambio universitario per gli studenti dei paesi europei. Il resto è invece utilizzato per altri partenariati formativi e iniziative professionali nel campo della cultura, del volontariato e dello sport.

Tuttavia, se nessuno mette in discussione la potenza del programma, le statistiche mostrano un aumento costante dei partecipanti, ma i numeri sono ancora bassi sia dal punto di vista della diffusione sia per il budget complessivo dedicato. C’è ancora molto da fare per poter parlare di generazione Erasmus senza cadere nella retorica.

Secondo le statistiche ufficiali di Erasmus+ dal 1987 a oggi hanno preso parte al programma circa nove milioni di persone, poco più dell’1,7 per cento della popolazione dell’Unione europea (senza contare che partecipano al programma anche paesi vicini come Islanda, Norvegia, Turchia e Serbia). Inoltre, il progetto si era posto come obiettivo il 3,7 per cento dei giovani tra il 2014 e il 2020, una percentuale molto bassa rispetto al totale della popolazione.

Il problema della scarsa inclusività è noto ai promotori e agli attivisti politici più europeisti. “È corretto dire che l’Erasmus, così com’è, permette solo a una piccola percentuale di cittadini europei di prenderne parte”, spiega Andrea Venzon, cofondatore di Volt, movimento paneuropeo e progressista. “Insieme al rafforzamento del programma di coesione europea, per andare a pieno regime Erasmus deve raggiungere cittadini di tutte le età e diventare molto di più dello scambio universitario per cui lo conoscono tutti, per esempio facendo leva sugli apprendistati e diventando un mezzo per combattere la disoccupazione giovanile e promuovere il multilinguismo tra le fasce più svantaggiate”.

I giovani hanno un ruolo essenziale per proteggere il progetto europeo. “Sono incredibilmente europeisti”, spiega Silvia Costa, europarlamentare e presidente della commissione Cultura e istruzione. “Secondo l’Eurobarometro, la maggioranza assoluta dei giovani non è euroscettica, ma anzi sono europeisti impazienti. Non hanno conosciuto le frontiere e per loro è un’assurdità che si producano restrizioni su Schengen. Lo vediamo anche nel Regno Unito, dove i giovani hanno votato per rimanere nell’Unione europea e sono molto preoccupati per il futuro dell’esperienza di Erasmus e delle borse per ricercatori.”

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Eppure, dal punto di vista del budget, l’Unione europea potrebbe e dovrebbe fare di più. Solo nel 2018 il budget totale della Commissione europea era di 161 miliardi di euro. Di questi, solo 2,3 miliardi – ovvero l’1,4 per cento del totale – sono stati dedicati al programma Erasmus+ da usare in più di 34 paesi tra quelli facenti parte dell’Unione, paesi vicini e alcuni paesi extraeuropei. Per fare un confronto, nel 2018 l’Unione europea ha speso 57 miliardi per l’agricoltura e 7 miliardi in amministrazione.

Il budget stanziato per i borsisti si traduce in somme spesso insufficienti per chi ha intenzione di partire e vivere in un altro paese. Fino al 2017 uno studente italiano in media otteneva una borsa di circa 300 o 350 euro al mese a seconda del paese di destinazione, salvo integrazioni su base locale o regionale (che variano di ateneo in ateneo o di regione in regione).

Come spiega Sara Pagliai, coordinatrice dell’agenzia Erasmus+ Indire, “ci sono iniziative in corso per migliorare l’offerta delle borse di studio, ma serve un budget più consistente e per aumentare la partecipazione occorrerebbe un finanziamento almeno dieci volte maggiore. Il budget permetterebbe un maggior coinvolgimento delle fasce deboli, come chi vive in condizioni di svantaggio economico”.

Guardando ai dati in prospettiva, gli investimenti nel programma crescono nel tempo. Si partì dalle 44mila borse di studio nei paesi dell’Unione europea, che al tempo contava dodici paesi. Il fondo disponeva di 178 milioni di ecu (l’unità di conto europea, la valuta virtuale che si usava tra i paesi europei prima dell’avvento dell’euro). Ma l’idea nacque ancora prima. “Era la fine degli anni sessanta quando Sofia Corradi, professoressa di Bologna oggi riconosciuta in Europa come la ‘mamma dell’Erasmus’, diede il via all’ideazione del programma”, spiega Silvia Costa. “Ci sono voluti molti decenni per arrivare dove siamo oggi e ci vorrà altro tempo per realizzare gli Stati Uniti d’Europa, ma credo sia un processo inevitabile”.

Oggi la Commissione europea propone di alzare il budget Erasmus+ a 30 miliardi di euro con l’obiettivo di raggiungere 12 milioni di cittadini europei nei prossimi sette anni. Il budget dovrebbe essere approvato dal nuovo Parlamento europeo dopo le elezioni di maggio. L’obiettivo è quello di rendere l’Erasmus più inclusivo, più grande e più capillare. Un obiettivo cruciale in una fase storica in cui la coesione europea è messa in pericolo da un’illusoria riscoperta dei nazionalismi. Chi ha fatto l’Erasmus lo sa.

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con lo European data journalism network.

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