03 marzo 2022 13:36

Il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato la più grande offensiva militare in Europa degli ultimi cinquant’anni. L’obiettivo è piegare l’Ucraina alla sua volontà. Ma anche le manovre per rafforzare la stretta sulla vicina Bielorussia, che danno molto meno nell’occhio, avranno conseguenze enormi per la sicurezza del continente. Pur essendo formalmente un alleato della Russia, il leader bielorusso Aleksandr Lukašenko ha cercato a lungo di mantenere una certa indipendenza dal Cremlino. Negli ultimi mesi, tuttavia, ha cominciato a cedere. Nonostante il suo status di nazione neutrale, la Bielorussia ha permesso alle truppe russe di usare il suo territorio per lanciare l’assalto missilistico contro Kiev. Nel frattempo, il 27 febbraio, è stata approvata con un referendum una modifica alla costituzione che consentirà di ospitare armi nucleari russe sul suo territorio.

“È una novità enorme”, ha detto un funzionario della sicurezza dell’Europa centrale. “È una realtà nuova, da un punto di vista sia militare sia strategico”. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni novanta, nel 1999 la Russia e la Bielorussia firmarono un trattato con cui s’impegnarono a rafforzare l’integrazione politica, economica e nel campo della difesa. Ma nei suoi quasi trent’anni al potere, Lukašenko ha cercato di non scivolare completamente nell’orbita della Russia. Molti obiettivi del trattato, come la creazione di una confederazione politica, non sono stati attuati. Lukašenko ha anche provato a contrastare il ruolo di Mosca come principale partner commerciale della Bielorussia, intensificando periodicamente le relazioni con l’Unione europea. Nel 2014, inoltre, non ha riconosciuto l’annessione russa della Crimea.

Al confine
Ma dall’agosto 2020 Lukašenko, dopo aver truccato e rivendicato la vittoria alle elezioni presidenziali, ha meno spazio di manovra. La dura repressione delle grandi proteste seguite al voto ha sconvolto i bielorussi, ha isolato Lukašenko dal resto del mondo e ha rafforzato la sua dipendenza dal sostegno politico ed economico di Putin. “La Bielorussia ha sempre cercato questa via di mezzo, andando un po’ verso l’Unione europea e un po’ verso la Russia. Ma Lukašenko ha perso”, ha detto William Alberque, un ex funzionario della Nato che ora dirige il settore strategia, tecnologia e controllo degli armamenti dell’International institute for strategic studies. “Putin gli ha detto di saldare il debito. E lui l’ha fatto”.

Per l’Europa centrale e orientale, questo riposizionamento di Lukašenko comporta dei rischi. Uno dei più immediati è uno spostamento dell’equilibrio delle forze intorno al varco di Suwalki, il tratto di territorio polacco lungo 65 chilometri che costituisce il confine tra Polonia e Lituania e che collega gli stati baltici al resto dell’Unione europea.

Questa striscia di terra, che confina a ovest con l’exclave russa di Kaliningrad e a est con la Bielorussia, è stata a lungo considerata uno dei punti deboli della Nato. Se i trentamila soldati russi che si sono riversati in Bielorussia dall’inizio del 2022 restassero lì, la capacità di Mosca di tagliare fuori gli stati baltici dal resto dell’Unione europea crescerebbe notevolmente. “Questo è un cambiamento materiale”, ha detto François Heisbourg, un esperto di difesa francese. “Significa che sarebbe abbastanza difficile sostenere militarmente gli stati baltici nel caso di un’escalation”.

In risposta all’aumento delle forze russe in Bielorussia, i paesi della Nato hanno rafforzato la loro presenza negli stati vicini. Il Regno Unito, la Germania, la Danimarca e la Norvegia hanno inviato truppe nei paesi baltici, mentre gli Stati Uniti hanno mandato soldati in Polonia. Molti in Europa centrale vogliono che l’alleanza si estenda ulteriormente. “È un’evoluzione fondamentale non solo per la sicurezza regionale, ma anche per quella europea”, ha detto al Financial Times Marcin Przydacz, viceministro degli esteri polacco. “Bisogna rispondere con il dispiegamento di unità militari corazzate pesanti. Questo è compito della Nato”.

Per creare un deterrente credibile, i paesi orientali dell’alleanza atlantica hanno bisogno di molte più truppe, ha detto Heisbourg. “Ci sono 190mila russi intorno all’Ucraina”, ha spiegato. “Dovremmo aumentare il numero non da cinquemila a diecimila, ma a cinquantamila: ci vogliono più forze permanenti della Nato vicino alla Bielorussia, e anche in posizioni più arretrate”.

Armi a corto raggio
Un cambiamento nella posizione nucleare della Bielorussia modificherebbe anche i calcoli sulla sicurezza. La Russia potrebbe già lanciare missili da Kaliningrad. Ma secondo Alberque, un attacco dalla Bielorussia aumenterebbe la capacità del Cremlino di colpire alcune parti dell’Europa con armi a corto raggio. “Non c’è alcuna prova che la Bielorussia sia pronta a ospitare in modo permanente armi nucleari sul suo territorio. Ma la possibilità di uno stazionamento temporaneo è più che sicura”, ha detto Alberque. “L’idea che la Bielorussia sia un paese indipendente con cui trattare in modo indipendente in termini di politica di sicurezza o di difesa non è più valida. Qualsiasi tipo di forza russa può essere schierata in Bielorussia in qualsiasi momento lo voglia Putin”, ha aggiunto.

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Per ora i governi dell’Europa centrale non si sentono minacciati come l’Ucraina dalla presenza delle truppe russe in Bielorussia. Ma temono che se la risposta occidentale alla strategia di Putin non sarà sufficientemente forte, il presidente russo potrebbe provare a “mettere alla prova” l’alleanza altrove. “Putin è ossessionato dall’Ucraina, lo sta dimostrando a tutti da anni”, ha detto il funzionario della sicurezza dell’Europa centrale. “Ma a ben vedere, tornando alle richieste che il presidente russo ha fatto all’occidente prima dell’invasione, non si tratta solo dell’Ucraina. La sua seconda richiesta consiste proprio nel ritorno dell’Europa centrale e orientale al ruolo di territori cuscinetto.

(Traduzione di Alessandra Bertuccelli)