19 ottobre 2020 17:25

Gli avvenimenti in Bielorussia ci costringono a guardare sotto una nuova luce molti stereotipi ben radicati. Per esempio l’idea che in politica contino soprattutto la forza e il desiderio di potere. Oppure la convinzione che il popolo, senza un leader, non sia altro che una massa informe. Che un leader debba per forza ricorrere alla forza, soprattutto nei momenti critici, nelle rivoluzioni. Che a vincere sia sempre chi ha l’appoggio delle cosiddette “forze dell’ordine”: l’esercito, i servizi, la polizia. Che la politica e la morale siano incompatibili, perché la politica è sempre “roba sporca”.

In Bielorussia oggi osserviamo qualcosa di totalmente diverso: uno scenario nuovo, che prende corpo quando le persone si mobilitano non perché aspirano al potere politico, ma perché mettono al primo posto i propri princìpi, il senso di libertà interiore e la responsabilità per la propria vita e per la sorte del paese. E ci rendiamo conto che può essere davvero così: il popolo può avere solidi princìpi da difendere. Forse per la prima volta, vediamo un popolo che si trasforma da oggetto in soggetto della storia: assennato e determinato creatore del proprio destino.

In questo processo la leader dell’opposizione Svetlana Tichanovskaja non è semplicemente il simbolo della protesta, come spesso si sente dire, ma è la voce dei bielorussi: ferma e pacata, ma sicura della sua moralità, quindi intransigente.

Ed è proprio così che Tichanovskaja percepisce la sua missione. In un’intervista rilasciata il 7 ottobre a Berlino, ha detto al corrispondente di Deutsche Welle: “È andata così, sono la rappresentante dei bielorussi, la maggior parte dei bielorussi mi ha dato il diritto di parlare a suo nome. In Europa mi accolgono come accolgono il popolo bielorusso. (…) Probabilmente sono una persona ingenua, ma credo nella moralità. Credo che le autorità alla fine capiranno che le persone non vogliono cedere, che il loro desiderio di cambiare il paese e di andare a nuove elezioni non verrà meno. Credo che per la prima volta dovranno ascoltare il popolo, ascoltare i nostri appelli, e che alla fine si siederanno al tavolo delle trattative. (…) In tutto questo è fondamentale il desiderio delle persone di vivere in un paese che le rispetti e che rispetti i loro diritti. È la maggioranza a volerlo. Per questo i bielorussi scendono in piazza, perché vogliono vivere in un paese del genere. E vogliono costruirlo da soli”.

Lo spettacolo del dittatore
Il 9 agosto 2020 è stato il giorno delle elezioni presidenziali e della catastrofica sconfitta che il presidente Aleksandr Lukašenko, sicuro di ottenere il sesto mandato consecutivo, non ha voluto ammettere, dichiarando invece una vittoria con oltre l’80 per cento dei voti. Da allora in Bielorussia e ai bielorussi sono successi diversi fatti straordinari. Presto quasi tutti i principali rappresentanti dell’opposizione si sono ritrovati in prigione o costretti all’esilio, eppure la protesta non si è indebolita.

Perché vacilla l’ultima dittatura europea. Il video di Le Monde


I fatti più gravi sono stati sicuramente l’espulsione dal paese di Svetlana Tichanovskaja, dopo la decisone di non riconoscere il risultato elettorale proclamato da Lukašenko, e il fallito tentativo di espulsione della sua alleata Marija Kolesnikova. Mentre la stavano trasportando a forza in Ucraina, è riuscita a saltare fuori dalla macchina e a strappare il passaporto. Oggi è in prigione.

Il 23 settembre la cerimonia d’insediamento di Lukašenko è avvenuta in segreto. Solo 15 paesi lo hanno riconosciuto legittimo presidente della Bielorussia: Russia, Armenia, Moldova, Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, Azerbaigian, Cina, Turchia, Siria, Vietnam, Venezuela, Nicaragua. I paesi dell’Unione europea, il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Canada chiedono lo svolgimento di nuove elezioni.

Lukašenko ha fatto le cose in grande: prima della cerimonia si è fatto immortalare mentre sorvolava in elicottero una Minsk zeppa di forze di polizia insieme al figlio minore, e minorenne, Nikolaj. I due erano vestiti in tuta mimetica e avevano in mano un mitra.

Durante la visita nella capitale bielorussa del primo ministro russo Michail Mišustin, Lukašenko ha raccontato di una conversazione telefonica tra Berlino e Varsavia intercettata dai servizi bielorussi. Nell’audio presentato da Lukašenko due tali, Nick e Mike, discutono in inglese di come hanno falsificato il rapporto sulle sostanze che hanno causato l’avvelenamento dell’oppositore russo Aleksej Navalnyj e definiscono Lukašenko “un osso duro”. Un’intercettazione chiaramente scritta di suo pugno dal presidente stesso…

La visita di Lukašenko a Vladimir Putin nel suo bunker di Soči, il 14 settembre, è stata meno spettacolare del volo in elicottero, ma non meno comica della conversazione tra Nick e Mike. Cosa i due presidenti si siano detti è rimasto segreto, ma le riprese video sono emblematiche: Lukašenko in pose supplichevoli, Putin con gli occhi fissi a terra o coperti con le mani. L’incontro è valso a Lukašenko 1,5 miliardi di dollari, che serviranno a coprire i debiti del paese con la Russia.

Una catena umana per protestare contro la rielezione del presidente Aleksandr Lukašenko a Minsk, 27 agosto 2020. (Vasily Fedosenko, Reuters/Contrasto)

Ma in cima alla classifica delle fantastiche avventure di Lukašenko svettano i fatti del 10 ottobre, quando il presidente ha partecipato a una tavola rotonda nella prigione del Kgb con i leader dell’opposizione lì rinchiusi. Nelle foto pubblicate su Telegram Lukašenko è seduto tra l’ex candidato alla presidenza Viktor Babariko e altri militanti e attivisti dell’opposizione, tra cui Jurij Voskresenskij, Lilija Vlasova, Vitalij Škljarov. L’incontro è durato quattro ore e mezzo. E a quanto pare i partecipanti hanno concordato di tenerne segreto il contenuto.

Considerato che dal meeting sono stati esclusi gli attivisti più radicali – i promotori delle proteste di piazza come Sergej Tichanovskij e Marija Kolesnikova – si può immaginare che l’obiettivo fosse creare divisioni e dissidi nel fronte dell’opposizione.

Alla vigilia della visita nella prigione del Kgb, il 9 ottobre, Lukašenko aveva dato la sua versione dell’esilio di Svetlana Tichanovskaja durante un discorso pubblico: “Questa Tichanovskaja, cittadina della Bielorussia e casalinga, ha dimenticato che è stato il presidente della Bielorussia a salv… Ho dato io l’ordine: sotto scorta e di sua volontà, insieme alle persone con cui voleva essere accompagnata, l’abbiamo portata in Lituana dai suoi figli. E quando mi ha detto che non aveva soldi, ho dato io l’ordine e le abbiamo dato 15mila dollari dalle casse dello stato”. Tichanovskaja lo avrebbe ringraziato e gli si sarebbe gettata al collo in lacrime. I presenti hanno ascoltato senza batter ciglio. Nessuno prende più sul serio le uscite del presidente.

Fino alla fine
La sera del 10 ottobre Lukašenko ha permesso a Sergej Tichanovskij di telefonare alla moglie Svetlana dalla prigione dove si trova da più di quattro mesi. È stata la prima conversazione tra i due dall’arresto dell’uomo, il 29 maggio. Svetlana Tichanovskaja l’ha pubblicata. Eccone un estratto: “Sergej: Come stanno i bambini? Cosa gli hanno detto? Svetlana: Che papà è in viaggio di lavoro. (…) Agnija (la figlia di quattro anni) tutte le sere chiede: ‘Quando torna il mio papà?’ e piange. Kornej (il figlio di dieci anni) la tranquillizza, le dice che tornerai presto e che è tutto a posto. Facciamo il possibile per farvi uscire tutti al più presto. Non so quanto ci vorrà. Speriamo di fare presto. Facciamo tutto il necessario per cambiare le cose nel paese. Io resisto solo grazie ai bielorussi. So che non possiamo cedere e mai lo faremo, finché non vi libereranno tutti. Sergej: Penso che andrà tutto bene. Svetlana: Sì, anch’io. C’è forse un qualche modo per incontrarti? Sergej: No. Senti, bisogna essere un po’ più duri. Svetlana: Più duri? Io sono preoccupata per tutti quelli che sono in prigione, non vorrei provocare ritorsioni. E va bene, vorrà dire che saremo più duri. Svetlana: Certo, è una cosa insolita per la Bielorussia e per gli altri paesi. Provano tutti ammirazione per i bielorussi. Tutti credono in noi. Come i bielorussi hanno creduto in se stessi. Non abbiamo un leader. Eppure le persone si riuniscono e si organizzano, sono i leader di se stessi. Le autorità dovranno aprire una trattativa. Sergej: Tu credi? Svetlana: Non hanno scelta. Sì, lo credo”.

Lo stesso giorno Svetlana Tichanovskaja ha commentato sul suo canale Telegram l’incontro nella prigione del Kgb e la conversazione con il marito: “I fatti di oggi sono il risultato delle nostre pressioni. Lukašenko ha ammesso l’esistenza dei prigionieri politici, che prima chiamava delinquenti. Ma se avesse voluto mostrare di essere pronto al dialogo, avrebbe dovuto liberarli immediatamente. Non c’è dialogo in una cella di prigione. Parla di una riforma costituzionale, ma è solo una strategia per indebolire la protesta. Noi saremo inflessibili nel mantenere la nostra linea e otterremo pacificamente nuove elezioni”.

La strategia di Lukašenko è chiara: non ha mai preso sul serio Svetlana Tichanovskaja e ora cerca di screditarla facendola passare per una casalinga dipendente dal marito.

Svetlana Tichanovskaja, la casalinga
Mentre Lukašenko si faceva fotografare con il mitra in pugno e teneva incontri pubblici, molti paesi europei hanno richiamato i loro ambasciatori a Minsk.

Nello stesso periodo Svetlana Tichanovskaja ha incontrato Emmanuel Macron e Angela Merkel, assicurandosi il loro appoggio. È stata per tre giorni a Berlino, dove ha visto la cancelliera tedesca e i principali politici del paese, prima di spostarsi a Bratislava, dove ha incontrato il ministro degli esteri Ivan Korcok oltre a giornalisti, politologi e rappresentanti di ong. Qui ha parlato della possibilità, in caso di cambio di regime, di concedere l’immunità a Lukašenko, spiegando che un simile sviluppo rientrerebbe nelle trattative per il passaggio di potere. E ha dato una lezione anche a Putin, sottolineando che “la soluzione della crisi politica in Bielorussia riguarda i bielorussi, non Mosca” e tuttavia invitandolo a partecipare a un eventuale processo di mediazione, insieme ai rappresentanti di altri paesi.

Parallelamente ai contatti internazionali, Tichanovskaja sta formando un governo ombra in Bielorussia, perché il regime di Lukašenko è illegittimo e non è più in grado di assolvere ai propri compiti. “Non possiamo restare fermi a guardare il paese che sprofonda nella crisi. Per questo, per arrivare presto a nuove elezioni, continuo a lavorare per l’unificazione di tutte le forze democratiche della società bielorussa”. Così, tra le altre nomine, il 30 settembre Tichanovskaja ha assegnato a Garri Pogonjajlo, giurista e difensore dei diritti umani, l’incarico di commissario per i diritti umani, e all’economista Ales Alechnovič il compito di occuparsi delle riforme economiche. Cinque giorni dopo ha anche comunicato che sostiene il lavoro della commissione costituzionale, impegnata a elaborare modifiche e migliorie al testo del 1994.

La “forza dolce” dell’opposizione
Un’altra manifestazione dell’opposizione del popolo bielorusso è la campagna per combattere l’anonimato degli agenti delle forze dell’ordine. A documentare l’ingiustificata violenza con cui gli agenti soffocano la protesta popolare ci sono ormai decine di video. I poliziotti agiscono senza potere essere riconosciuti: portano infatti maschere e uniformi prive di segni di riconoscimento. Non a caso durante le manifestazioni capita sempre più spesso che siano le donne (gli elementi più attivi della protesta bielorussa) a cercare di strappare i passamontagna dai volti degli agenti, per fotografare quelli che sono responsabili di violenze e che arrestano senza motivo i cittadini. Il timore di essere individuati è evidente dal comportamento degli agenti, che una volta a viso scoperto perdono ogni aggressività e cercano di scappare. Ma queste operazioni sono pericolose. Si rischia di essere incriminati per resistenza a pubblico ufficiale. Per questo sono intervenuti i cosiddetti partigiani informatici, che hanno reso disponibili su alcuni canali Telegram i nomi e i contatti di migliaia di poliziotti.

“Le forze dell’ordine hanno il monopolio dell’uso della forza. È un bene che i manifestanti non ricorrano a loro volta alla violenza. Ma in qualche modo devono pur difendersi. E lo fanno attraverso l’informazione”, dice Jaroslav Lichačevskij, cofondatore di By_help, il fondo di sostegno per chi è stato vittima di licenziamenti per motivi politici.

La polizia blocca un gruppo di manifestanti a Minsk, 19 settembre 2020. (Tut.By/Reuters/Contrasto)

In due mesi di proteste in Bielorussia si sono costituite decine di fondi a sostegno di chi ha subìto violenze durante le proteste o di chi ha perso il lavoro a causa delle proprie opinioni. Inizialmente le donazioni arrivavano soprattutto dalla diaspora bielorussa, ma in seguito anche da cittadini di altri paesi, perfino russi.

Il coordinatore del fondo By_help, Aleksej Leončik, ha raccontato che, per quanto riguarda l’organizzazione degli aiuti, la Bielorussia non ha niente da invidiare a paesi con una società civile più sviluppata. “Fino ad agosto avevamo l’impressione di avere solo una diaspora. Poi abbiamo improvvisamente capito che anche in Bielorussia esiste una società civile. Grazie a una grande opera di auto organizzazione. Solo By_help ha ricevuto più di 800 candidature di volontari. Senza fare troppo rumore, in questi anni nel paese è cresciuta una vera società civile”.

Sessanta giorni in piazza
Sono ormai due mesi che i bielorussi scendono in piazza ogni giorno armati di bandiere, fiori, cartelloni. Sono due mesi che contro di loro vengono usati idranti, proiettili di gomma, granate stordenti e gas lacrimogeni. Sono due mesi che vengono caricati a forza su camionette, presi a manganellate. Eppure continuano a manifestare. In questa rivoluzione pacifica si è consolidata una tradizione: nei giorni lavorativi si tengono azioni di protesta e scioperi non molto numerosi, il sabato si organizzano le proteste delle donne, e ogni domenica c’è la grande manifestazione, a cui partecipano decine di migliaia di persone.

Sabato 10 ottobre a Minsk e in altre città del paese c’è stata la “marcia delle donne con i fiori contro le repressioni politiche”. Hanno aderito anche altre città europee: a Berlino, Varsavia, Cracovia, Londra, Tallinn e San Pietroburgo centinaia di donne hanno protestato con in mano mazzi di fiori, sventolando bandiere bianche e rosse. Secondo il giornale online Belaruspartisan, le manifestazioni si sono svolte in 60 città in tutto il mondo. Alla marcia di Vilnius si è unita anche Svetlana Tichanovskaja.

Domenica 11 ottobre in Bielorussia si è svolta la “marcia dell’orgoglio”. Gli organizzatori l’hanno presentata così sul sito Chartija-97: “Ogni giorno da due mesi noi lottiamo per la libertà e per i nostri diritti, nonostante le terribili repressioni. Nonostante tutti i tentativi del regime di separare, intimidire, soffocare, umiliare e distruggere. Le autorità dicevano che siamo un popolo infantile, pavido, diffidente e senza iniziativa, che senza una guida si estinguerà. E invece dimostriamo a noi stessi e a tutto il mondo che non è così. Abbiamo di che essere orgogliosi”.

Prima dell’ultima mobilitazione, molti osservatori si aspettavano che la reazione delle forze dell’ordine sarebbe stata più moderata. Le cose non sono andate così: l’11 ottobre la repressione è stata la più violenta di sempre. Gli agenti hanno cominciato ad arrestare giornalisti bielorussi e stranieri fin dall’inizio della manifestazione.

A Minsk sono stati usati idranti, granate stordenti e manganelli per disperdere la folla. Ma nonostante tutto “la sera, nei quartieri centrali e nelle zone periferiche di Minsk si è di nuovo usciti in strada per protestare”, ha comunicato il canale Telegram Nexta.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani Viasna, l’11 ottobre in tutto il paese sono state arrestate almeno cinquecento persone, per la maggior parte a Minsk. Tra loro c’erano circa cinquanta tra giornalisti e fotografi.

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Solo in tarda serata è arrivata la notizia che a due dei partecipanti all’incontro con Lukašenko nella prigione del Kgb (l’imprenditore Jurij Voskresenskij e Dmitrij Rabcevič, direttore dell’azienda informatica PandaDoc) erano stati concessi gli arresti domiciliari. È evidente che Lukašenko ha deciso di agire secondo l’antico principio del “divide et impera”.

Nessuno può ancora dire per quanto tempo andrà avanti e come finirà il confronto tra il regime poliziesco di Lukašenko e il popolo bielorusso. I bielorussi stanno pagando un prezzo molto alto per la libertà e, a quanto pare, non accennano a cedere. Fin dove può spingersi il dittatore Lukašenko probabilmente neanche lui lo sa.

All’interno dell’opposizione, compresa quella della diaspora, si discute una questione complicata: qual è lo scenario rivoluzionario più efficace? Quello bielorusso o quello kirghiso? In altri termini, quello pacifico o quello violento? Gli eventi per ora non danno una risposta chiara, in entrambi i paesi le rivoluzioni continuano e il loro esito è ignoto. Ma i vantaggi di uno scenario non violento sono ovvi: “Un passaggio di poteri pacifico faciliterebbe il processo di democratizzazione, mentre una transizione violenta porterebbe a un ritorno dell’autoritarismo sotto altre forme”, ha scritto su Facebook l’ex imprenditore russo in esilio Michail Chodordovskij. Non possiamo dargli torto.

Una soluzione pacifica ha molti altri vantaggi, di ordine morale e perfino estetico. Ma quale sia la strategia più efficace, forse, non si può dire: ogni paese, ogni popolo segue la sua strada. Una cosa è certa: il miracolo bielorusso di cui siamo testimoni – una tenace protesta pacifica fondata su princìpi etici e sulla partecipazione attiva delle donne – ispira speranza e ottimismo. E, a dirla tutta, è anche molto bello!

(Traduzione di Alessandra Bertuccelli)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito russo Republic.

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