Una distribuzione di aiuti alimentari a Malaga, Spagna, il 24 dicembre 2018. (Jon Nazca, Reuters/Contrasto)

L’Europa delle disuguaglianze 

Una distribuzione di aiuti alimentari a Malaga, Spagna, il 24 dicembre 2018. (Jon Nazca, Reuters/Contrasto)
20 maggio 2019 10:12

A pochi giorni dalle elezioni per il parlamento europeo arriva un gigantesco lavoro sulle disuguaglianze che ci dice qualcosa di più sullo stato dell’Europa di quanto facciano i sondaggi elettorali e i parametri finanziari in base ai quali di solito si valuta la salute o il rischio di governi e istituzioni comunitarie.

È uno studio di lungo periodo, quell’arco di tempo che alla politica è sconosciuto. Viene dal World inequality database (Wid), un network di un centinaio di ricercatori coordinati dal gruppo che fa capo a Thomas Piketty, autore del bestseller di qualche anno fa Il capitale nel XXI secolo. Mette insieme i dati delle indagini campionarie, della contabilità nazionale e del fisco. Riguarda 38 paesi europei: i 28 dell’Unione europea, più i cinque candidati a entrare – Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania – e i cinque che sono fuori dell’Ue, ma hanno con essa stretti rapporti economici come Islanda, Norvegia, Svizzera, Kosovo e Moldavia.

Lo studio copre il periodo che va dal 1980 al 2017, durante il quale il modello europeo è stato messo alla prova da due shock: l’integrazione dei paesi ex socialisti dell’est e la grande crisi economica del 2008. E registra alcune tendenze: il gigantesco salto in avanti dei ricchi, ossia dell’1 per cento più ricco della popolazione, che in questo arco di tempo si è preso una ricchezza pari a quanto guadagnato da metà della popolazione europea, quella che fa parte della fascia più bassa del reddito; un aumento dei poveri complessivamente limitato, ma più sensibile nell’est e nei paesi del sud, tra i quali l’Italia; una convergenza tra paesi lontana dall’essere realizzata; differenze crescenti. Ma grazie alle tecniche di misurazione e alla lunghezza del periodo esaminato, dietro queste tendenze il Wid fa emergere tensioni e strappi anche più rilevanti. Nonché un confronto con gli Stati Uniti che riserva qualche sorpresa.

Tra i paesi
L’Unione europea “promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli stati membri”, recita nei suoi princìpi fondamentali il trattato di Lisbona. Obiettivo esplicito dei costituenti europei era quello di ridurre le differenze nel reddito medio esistenti da paese a paese.

Lo stato della coesione, secondo i dati Wid riferiti al 2017, era questo: il reddito medio pro capite era sotto i 15mila euro nei Balcani; tra i 15mila e i 30mila nei paesi dell’Europa dell’est e del sud (Grecia, Portogallo, Italia, Spagna, Cipro e Malta); tra i 30mila e i 45mila nei paesi dell’Europa occidentale e del nord, con Lussemburgo e Norvegia che superavano i 60mila euro (redditi calcolati a parità di potere d’acquisto).

Rispetto ai livelli di partenza, quelli del 1980, le differenze sono ancora presenti e sono abbastanza evidenti. Ma sono visibili anche nelle dinamiche, confrontando i redditi in vari gruppi di paesi e la media europea: il blocco nordico resta ampiamente in vetta con un reddito del 50 per cento più alto di quello della media europea (mentre alla metà degli anni novanta la differenza era solo del 25 per cento); quello occidentale segue a distanza, più alto del 25 per cento; quello del sud, sceso sotto la media europea con la grande crisi del 2008, adesso è il 10 per cento in meno; mentre quello dell’est imbocca una direzione opposta, guadagnando gradualmente terreno ma restando del 35 per cento sotto la media. I paesi ex comunisti entrati nell’Ue hanno registrato, tra il 2000 e il 2017, tassi di crescita annuali medi del 2,9 per cento, mentre nel nucleo originario dell’Europa a 15 il reddito medio pro capite cresceva, negli stessi periodi, dello 0,4 e dello 0,8 per cento.

Missione riuscita, dunque? Attenzione. Il World inequality database avverte che, nonostante la crescita degli ultimi 17 anni, il blocco orientale ha a malapena recuperato il divario che si era aperto rispetto alla media europea dopo la caduta del muro di Berlino (nei primi anni di transizione all’economia capitalista le distanze si accentuarono). Inoltre, spiega che il riavvicinamento si deve in gran parte ai guai economici del nucleo originario, soprattutto quelli dei paesi del sud. Infine, nel conto del dare e dell’avere dei paesi dell’est con l’Europa – di cui si parla molto, nelle rispettive campagne elettorali, soprattutto dalle parti del blocco di Visegrád – ci sono i fondi del budget europeo, i cui cordoni della borsa si sono generosamente aperti ai nuovi entranti.

Paesi come la Lituania, la Lettonia e la Bulgaria ricevono soldi da Bruxelles equivalenti al 2-3 per cento del loro prodotto interno lordo (pil), mentre Francia, Germania e Austria contribuiscono al bilancio europeo dando lo 0,2-0,3 per cento del loro pil. Ma il quadro andrebbe corretto, spiega lo studio, tenendo conto di quanto incassano i paesi dell’ovest grazie ai loro investimenti nelle economie di quelli dell’est: dai paesi dell’est escono flussi di capitale – i profitti delle imprese occidentali che hanno delocalizzato lì – che entrano invece dall’altra parte dell’ex cortina di ferro. Un calcolo preciso non è possibile, ma – dice lo studio – se solo la metà degli investimenti privati netti in uscita dal blocco orientale andasse all’Europa occidentale, questo basterebbe a pareggiare i conti con i trasferimenti pubblici arrivati da Bruxelles.

Nei paesi
Molto più netti sono i numeri delle disuguaglianze interne ai paesi europei. Secondo gli estensori dello studio è su questo problema – i divari che si aprono nei confini nazionali, più di quelli tra stati – che dovrebbero concentrarsi le politiche sociali. La quota del reddito guadagnata dal 10 per cento più ricco della popolazione è cresciuta ovunque, dal 1980 al 2017, con la sola eccezione del Belgio.

Guidano la classifica proprio i paesi dell’est: un dato che si può capire, considerando che il punto di partenza era quello di economie socialiste. Ma tuttavia colpisce per la sua portata: in Polonia, nel 2017, il 10 per cento più ricco ha guadagnato il 40 per cento del reddito. Dal 1980 al 2017 la quota del reddito del 10 per cento più ricco è cresciuta ogni anno dell’1,4 per cento nel blocco dell’Europa occidentale, dell’1,3 per cento in quello del sud, del 2,2 per cento nell’Europa del nord e del 2,5 per cento in quella orientale. Ma la crescita è ancora più forte ai livelli più alti, cioè nel “top 1 per cento”, il cui reddito è cresciuto a ritmi del 3,5 per cento all’anno nell’Europa del sud, del 7,5 per cento in quella dell’est.

La capacità di tracciare i dati dei milionari e dei miliardari porta a individuare ritmi di incremento stratosferici quando poi si arriva al top 0,1 per cento oppure al top 0,01 per cento. Pochi individui, al vertice di una piramide distributiva sempre più disuguale.

In Europa c’è dunque più disuguaglianza rispetto a quarant’anni fa

Alla base della piramide, restano i poveri. Le disuguaglianze si sono riaperte, e molto spesso le tendenze dicono che più cresce il reddito dei ricchi e ricchissimi, più aumenta la povertà. Questa simmetria è – si fa per dire – perfetta negli stati dell’est, tant’è che adesso Romania, Bulgaria e tutti i paesi balcanici guidano la classifica dei paesi dove i tassi di povertà relativa sono più alti. Altrove – come in Italia – l’aumento della disuguaglianza si deve più all’incremento della povertà che a quello della ricchezza.

Nell’insieme, quasi tutti i paesi europei non hanno finora raggiunto gli obiettivi dello sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite, secondo i quali il 40 per cento della popolazione ai livelli inferiori del reddito doveva crescere più della media: solo in Norvegia e in Spagna le persone che fanno parte di questa fascia sono riuscite a tenersi aggrappate al reddito medio, mentre in tutti gli altri paesi il loro reddito è cresciuto meno – molto meno, in casi come l’Italia, dove si sta sotto per 20 punti percentuali.

E il modello europeo?
Dunque, una riduzione minima delle disuguaglianze tra gli stati, e un aumento marcato di quelle al loro interno. La conseguenza è semplice: in Europa c’è più disuguaglianza rispetto a quarant’anni fa. Nell’insieme la quota del reddito andata al 10 per cento più ricco è passata dal 29 al 34 per cento. E lo sviluppo del pil – finché e quando c’è stato – ha premiato l’1 per cento più ricco, che si è preso per sé la stessa fetta della crescita che nel frattempo è andata al 50 per cento “inferiore”.

Eppure, resta una differenza abbastanza netta tra il modello europeo e quello statunitense, come evidenziato nell’ultima parte dello studio. Per quanto la disuguaglianza sia in crescita, in Europa resta minore rispetto a quella che contraddistingue gli Stati Uniti. La vera differenza tra i due, sottolinea lo studio, è nella disuguaglianza che si origina nel mercato: comparando i redditi di mercato e poi quelli dopo l’intervento dello stato attraverso tasse e servizi, viene fuori che in Europa sono i primi a essere meno disuguali che negli Stati Uniti. Addirittura, l’intervento pubblico, come intensità, ha un impatto redistributivo maggiore in America: non certo perché il fisco statunitense sia il regno di Robin Hood, ma poiché lì si parte da disuguaglianze talmente forti che anche un dollaro in più dato a un povero ha un impatto redistributivo sensibile.

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In altre parole, lo studio sottolinea un’eredità del modello sociale ed economico europeo che (per ora) sopravvive all’austerità nelle politiche pubbliche, all’assalto dei nuovi ricchi dell’est e alle straordinarie performance generalizzate delle super-élite economiche. Cosa che ha fatto scrivere a Martin Sandbu sul Financial Times che “il modello sociale europeo sta ancora facendo il suo lavoro”. Può sembrare strano, ma – a stare ai risultati di questo studio – lo fa più mitigando il modo in cui funziona il mercato che con l’intervento redistributivo tradizionale dello stato.

Se il messaggio per la futura Commissione europea e i candidati alla sua presidenza è chiaro – mettere mano alle disuguaglianze, soprattutto quelle che si aprono dentro i paesi membri – le mappe del rapporto Wid dicono molto anche sul malessere che guida e accompagna la campagna elettorale per il parlamento europeo. Non sempre sono perfettamente sovrapponibili a quelle dei paesi dove le destre nazionaliste sono in crescita – soprattutto nell’Europa del sud e dell’est – ma di certo aiutano ad orientarsi.

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