All’inizio della pandemia ci si è preoccupati della questione delle risorse: se e come permettere ai governi, anche a quelli altamente indebitati come nel caso italiano, di fronteggiare il confinamento e l’emergenza economica. Poi sono arrivati gli strumenti: al livello europeo, con un allentamento dei vincoli agli aiuti di stato e anche alla disciplina della concorrenza. Dopo la ripresa delle attività, arriva la domanda più difficile: chi aiutare? Il ritorno dello stato – come salvatore, come ammortizzatore, come attore di politica industriale – avviene in un contesto globalizzato, dove le industrie più grandi non sono mai confinate dentro un paese. Il caso della Fca-Chrysler è solo un tassello di questo grande puzzle.

Tutto è cominciato quando sabato 16 maggio la multinazionale ha annunciato la volontà di usare alcune delle garanzie offerte dal governo italiano alle aziende attraverso il decreto Liquidità. Le polemiche sono incentrate sul fatto che la Fca-Chrysler, la capogruppo della Fca Italy, ha sede legale nei Paesi Bassi e sede fiscale a Londra, nel Regno Unito. In tanti si sono chiesti: è giusto che usi i vantaggi offerti dallo stato italiano se non paga tutte le tasse in Italia?

Per entrare nel merito del quesito, è bene chiarirne i termini: di quali vantaggi si parla, e di quali tasse.

I vantaggi del prestito
Il decreto Liquidità non è parte degli aiuti di stato oggetto del mastodontico decreto Rilancio. Pubblicato l’8 aprile, il decreto Rilancio ha come scopo quello di fornire liquidità alle aziende in crisi per via dell’emergenza, prevedendo una totale o parziale garanzia pubblica che copre il rischio delle banche. Grazie alle garanzie, aziende e professionisti possono ottenere credito a tassi molto convenienti rispetto al mercato, e rapidamente.

Sappiamo come sta andando per i piccoli, quelli che potevano chiedere fino a 25mila euro di credito totalmente coperto: a fronte di 2,5 milioni di potenziali interessati, al 10 maggio hanno ottenuto le linee di credito solo 117mila soggetti per 2,2 miliardi (i problemi di inefficienza li ha spiegati lavoce.info).

La richiesta della Fca tira in ballo in un solo colpo una cifra tripla: 6,6 miliardi, pari al 25 per cento del fatturato consolidato della Fca Italy (è il limite massimo previsto dal decreto Liquidità). La formula, presentata nel comunicato della Fca e da vari giornali come “altamente innovativa”, prevede che la banca Intesa versi i crediti direttamente ai fornitori della Fca. In base a questo, l’azienda afferma che l’aiuto va ai diecimila attori della sua filiera. E dunque a una parte centrale del settore automobilistico, che a sua volta – ricorda sempre il comunicato – rappresenta il 6,2 per cento del prodotto interno lordo italiano e il 7 per cento dell’occupazione nell’industria manifatturiera. Se a causa della crisi di liquidità dovuta al crollo del mercato – in Italia le vendite di auto ad aprile 2019 sono scese del 97,5 per cento, e la situazione non è migliore in Europa – la Fiat non potesse pagare i suoi fornitori, il problema non sarebbe solo suo ma del settore.

Le critiche
Dunque non si tratta di un trasferimento di fondi, ma di una garanzia pubblica. Tuttavia, è pur sempre un aiuto pubblico, e infatti nella premessa al decreto si afferma che il provvedimento è in linea con la disciplina europea sugli aiuti alle aziende. Da questo nascono le critiche sulla concessione di vantaggi a un’azienda che non ha sede né legale né fiscale in Italia.

Le critiche sono venute dal centro e da sinistra, anche con posizionamenti non prevedibili su basi ideologiche: Carlo Calenda ha subito chiesto che il gruppo riporti la sede legale e fiscale a Torino, “altrimenti saremmo nel surreale”. L’ex ministro dello sviluppo nei governi Renzi e Gentiloni ha poi motivato questa posizione affermando che la Fca “avrebbe la liquidità per sostenere il gruppo, ma la tiene nella capogruppo per distribuire un maxi dividendo prima della fusione con Psa”. Anche il portavoce di Leu, partito nella maggioranza di governo, ha chiesto come condizione per il prestito che la Fca riporti la sede in Italia.

Il sindacato si è diviso: Maurizio Landini della Cgil ha chiesto garanzie sul futuro degli investimenti e dell’occupazione in Italia, mentre Marco Bentivogli della Cisl ha difeso l’operazione, con toni abbastanza caustici verso i critici, accusandoli di non capire che si tratta di salvare 400mila posti di lavoro.

Gli azionisti usufruiscono di una tassazione dei dividendi più conveniente rispetto a quella italiana

Dallo stesso gruppo Fca e dai suoi difensori è venuta la precisazione: la richiesta di prestito è della Fca Italy, che paga le tasse in Italia, dove ha 55mila dipendenti e 16 fabbriche.

Ma la Fca Italy è il ramo italiano di una multinazionale che, insieme a tante altre, ha scelto come sue sedi legali e fiscali posti che le danno più vantaggi. Nel suo caso i Paesi Bassi e il Regno Unito le garantiscono un diritto societario più maneggevole e un regime fiscale più conveniente. L’aspetto più evidente di questi vantaggi è nella tassazione dei profitti: la Fca Italy paga in Italia le tasse sulla produzione e sulle vendite in Italia, ma i profitti di queste attività vanno all’estero e da lì tornano in forma di dividendi agli azionisti. Gli azionisti usufruiscono così di una tassazione dei dividendi più conveniente rispetto a quella italiana. Inoltre, lo stato italiano non incassa proventi su profitti che derivano anche da attività svolte in Italia.

Rispetto alla questione dei dividendi, il decreto liquidità pone una condizione, ossia che le aziende che usufruiscono del vantaggio non distribuiscano dividendi per il 2020. Ma la durata della linea di credito richiesta è di tre anni e in tanti hanno fatto notare che secondo i piani originari la Fca dovrebbe distribuire un maxidividendo ai suoi soci nel 2021, in vista della fusione con il gruppo Psa.

Non solo dividendi
Il vantaggio della tassazione dei dividendi nel Regno Unito non è l’unico né il più importante motivo che spinge una multinazionale a spostare la sua sede lì, spiega Tommaso Faccio, segretario della Commissione indipendente per la riforma della tassazione delle multinazionali (Icrict), che ha tra i suoi commissari Joseph Stiglitz, Thomas Piketty e Jayati Gosh.

“Lo strumento principale dell’elusione fiscale delle multinazionali è il profit shifting, i trasferimenti di fondi infragruppo”, dice Faccio. “Per esempio, il ramo finanziario lussemburghese di un’azienda può fare un prestito a quello brasiliano, e in questo modo i profitti emergono in Lussemburgo, dove non sono tassati: a quel punto se la casa madre è a Londra, c’è una tassazione secca del 5 per cento, regime molto favorevole rispetto ad altri paesi, compresa l’Italia”.

Insomma, muovendosi tra diversi regimi fiscali e societari non si trovano solo regole “più snelle”, che molti auspicano anche per l’Italia, ma anche la possibilità di nascondere i profitti. “Non sappiamo se questo succede per la Fca: per saperlo, dovremmo avere piena trasparenza dei country by country reports”, aggiunge Faccio. La pubblicazione di questi rapporti sui trasferimenti infragruppo per le aziende che chiedono garanzie dello stato è stata auspicata anche dal responsabile economico del Partito democratico Emanuele Felice e sarà prevista in un emendamento al decreto rilancio (o in altro decreto, se non si vuole rallentarne l’iter).

Non si tratta di una preoccupazione solo italiana. In alcuni casi la Commissione europea ha sanzionato queste pratiche come aiuti di stato illegittimi, perché falserebbero la concorrenza: nel 2015 la stessa Fca è finita sotto la scure dell’allora commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager per il trattamento fiscale della sua controllata in Lussemburgo. Nel settembre 2019 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione alla Commissione europea condannando la Fca a pagare 30 milioni di tasse arretrate (qui la notizia data dal Sole 24 ore e qui la comunicazione della Corte).

L’incognita del socio francese
Nella polemica sulla Fca c’è anche un altro aspetto da tenere in considerazione. È quello che sta più a cuore ai sindacati, e cioè quello occupazionale. Da un lato, si mette in evidenza il fatto che senza la liquidità concessa con le garanzie dello stato centinaia di migliaia di posti di lavoro sono a rischio: oltre al tracollo durante i mesi del confinamento, si prevede che in Europa il settore automobilistico perderà il 25 per cento nel 2020.

Dall’altro, c’è il timore per i futuri piani di investimento dell’azienda, le cui decisioni, fa notare lo storico dell’industria Giuseppe Berta, non sono completamente in mani italiane. Nel gruppo che nascerà dalla fusione tra la Fca e il gruppo Psa entro l’inizio del 2021 ci saranno, oltre alle “famiglie” Exor (Agnelli) e Peugeot, anche il governo francese, che ha una quota minoritaria.

Spiega Berta: “Non si può non tener conto del fatto che non ci sarà più un piano industriale Fca. Il prossimo sarà presentato dal nuovo gruppo. La presidenza andrà a John Elkann, ma la guida strategica sarà nelle mani dei francesi. Ma la domanda è: che impegni si possono chiedere in vista del fatto che il prossimo piano industriale sarà presentato da un nuovo gruppo?”.

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