15 febbraio 2022 16:07

Sulla costa nordoccidentale dell’Arabia Saudita si lavora per costruire un impianto per la produzione di idrogeno che costa svariati miliardi. Il principale esportatore di petrolio del mondo sta cercando di trasformarsi nel primo produttore di questa fonte di energia pulita. Se dovesse rispettare l’obiettivo di produrre 650 tonnellate al giorno di idrogeno “verde” senza impatto sull’ambiente, diventerà l’impianto più grande del mondo.

Nella città di Neom, sulla costa del mar Rosso, la costruzione su larga scala non è ancora partita. Un funzionario locale ha dichiarato al Financial Times che i lavori dovrebbero cominciare nel 2026. Il piano saudita per dominare il campo della produzione di idrogeno fa parte del tentativo di diversificare un’economia dipendente dal gas e dal petrolio e creare nuovi posti di lavoro.

Nel 2021 il 60 per cento del budget saudita derivava dal petrolio (149 miliardi di dollari) e ora è chiaro che il paese ha bisogno di trovare altre fonti di reddito in un mondo che in futuro farà sempre meno affidamento sui combustibili fossili. “Puntiamo molto sull’idrogeno e vogliamo conquistare questo mercato. Saremo il produttore più competitivo”, ha dichiarato il principe Abdulaziz bin Salman, ministro dell’energia saudita, durante una conferenza all’inizio di febbraio.

Concorrenza feroce
Tuttavia, altri paesi hanno messo gli occhi su questo mercato, a cominciare da Russia ed Emirati Arabi Uniti. C’è che dubita che l’impianto sul mar Rosso dia i risultati sperati. Diversamente dal petrolio, il cosiddetto idrogeno “verde” – l’opzione meno dannosa per l’atmosfera che comprende l’uso di acqua ed energia rinnovabile – può essere prodotto dovunque. Se il mercato dovesse decollare come previsto (600 miliardi di dollari entro il 2050), la concorrenza sarà feroce.

“È chiaro che l’Arabia Saudita vorrebbe avere una posizione dominante”, spiega Alexandre Araman, analista della ditta di consulenza Wood Mackenzie. Per decenni l’idrogeno è stato considerato un’alternativa ai combustibili fossili e, secondo le ultime ricerche dell’International renewable energy agency, potrebbe soddisfare fino al 12 per cento delle necessità energetiche mondiali entro il 2050.

Dietro le iniziative verdi dell’Arabia Saudita c’è il Public investment fund, presieduto da Mohammed bin Salman

Questa risorsa può essere usata per alimentare le automobili, per la produzione industriale e perfino per riscaldare e illuminare le case. “Quella dell’idrogeno è sicuramente la strada che le aziende petrolifere vogliono intraprendere nei loro percorsi di decarbonizzazione. L’idea che l’Arabia Saudita si muova in questa direzione è perfettamente sensata”, spiega Kristin Diwan, esponente dell’Arab Gulf states institute di Washington.

L’idrogeno verde, prodotto attraverso l’elettrolisi dell’acqua, è il combustibile meno dannoso per l’ambiente perché deriva da energie rinnovabili. Sulle coste nordoccidentali dell’Arabia Saudita ci sono luce solare e vento in abbondanza tutto l’anno per alimentare i pannelli solari e le pale eoliche. L’idrogeno blu, invece, è ricavato separando le molecole da un carburante fossile come il gas metano e richiede poi un processo di cattura della CO2 emessa. “L’Arabia Saudita scommetterà sia sull’idrogeno verde sia su quello blu”, spiega Araman.

I dubbi restano
Dietro le iniziative verdi dell’Arabia Saudita c’è il Public investment fund, fondo sovrano da 500 miliardi di dollari di cui è presidente il principe ereditario Mohammed bin Salman. Oltre all’impianto di Neom, a gennaio il fondo ha firmato un memorandum con due aziende sudcoreane – la Samsung e la Posco – per lo studio di un progetto destinato alle esportazioni di idrogeno. Neom dovrebbe ospitare anche un impianto per la costruzione di automobili alimentate a idrogeno. Il capo del progetto di Neom, Roland Kaeppner, sottolinea che l’iniziativa saudita arriva al momento giusto in un mondo alla ricerca di nuovi modi per allontanarsi dai combustibili fossili. “Non si può decarbonizzare ogni industria ricorrendo solo all’elettrico”, spiega.

Ma i dubbi restano. L’idrogeno è difficile da produrre, da conservare e da trasportare, e probabilmente i costi restano proibitivi. “Il vero problema riguarda i costi. I consumatori saranno disposti a pagare di più?”, si domanda Robin Mills, amministratore delegato dell’impresa di consulenza Qamar energy. L’Arabia Saudita può contare su “eccellenti risorse solari ed eoliche, su terreni disponibili e su collegamenti rapidi con l’Europa per l’esportazione. Dunque le basi sono incoraggianti”, aggiunge Mills. “Non dico che l’Arabia Saudita non abbia le capacità per farlo, ma ora è arrivato il momento di mostrarle”.

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Il ministro dell’energia saudita ha precisato: “Quando si parla di gas e petrolio siamo il produttore con i costi più bassi, e lo stesso vale per l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili”. Ma esistono altri paesi che hanno deciso di puntare sull’idrogeno.

La Russia vorrebbe controllare il 20 per cento del mercato dell’idrogeno entro il 2030, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la costruzione di un impianto per la produzione di idrogeno e l’intenzione di controllare il 25 per cento del mercato entro il 2030. Oman, Marocco ed Egitto hanno annunciato la costruzione di nuovi impianti. Gli Emirati Arabi confinano con l’Arabia Saudita e sono un importante alleato politico di Riyadh, ma ora la rivalità economica tra i due paesi si sta allargando dal petrolio alla produzione e all’esportazione di idrogeno.

Nel settembre 2020 l’Arabia Saudita è diventata il primo paese a esportare ammoniaca – un elemento facilmente trasportabile per conservare l’idrogeno – in Giappone. Un anno dopo, la Abu Dhabi national oil company (Adnoc) ha annunciato la sua prima spedizione di ammoniaca. “Abbiamo notato che l’Arabia Saudita sta cercando di imporsi come leader”, sottolinea Araman. “Ogni volta che fanno qualcosa del genere l’Adnoc segue immediatamente a ruota incrementando gli investimenti”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Da sapere
I colori dell’idrogeno

Idrogeno verde: prodotto attraverso l’elettrolisi dell’acqua usando energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. Attualmente molto costoso.
Idrogeno blu: prodotto attraverso la separazione della CO2 dalla molecola del metano e il sequestro delle emissioni di anidride carbonica che ne derivano. Attualmente la produzione è molto bassa a causa della mancanza di sistemi di cattura di CO2.
Idrogeno grigio: è il più comune, prodotto attraverso la riformazione del metano ma senza il sequestro delle emissioni.
Idrogeno marrone: prodotto attraverso la gassificazione del carbone. È il modo più economico di produrre idrogeno, ma anche il più dannoso per l’ambiente.
Idrogeno turchese: prodotto attraverso la pirolisi del metano. Il processo non emette direttamente gas serra, ma non è stato testato su vasta scala e ci sono timori per le possibili fughe di metano.


Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico Financial Times.