Nell’ultimo anno 3,6 milioni di colombiani si sono ritrovati a vivere in condizione di povertà e 2,7 milioni in condizioni di povertà estrema. Questo aumento significa che nel 2020 il 42,5 per cento della popolazione era povero, contro il 35,7 per cento dell’anno precedente. Oggi in Colombia più di 21 milioni di abitanti tirano avanti con meno di 331.688 pesos al mese (circa 88 dollari statunitensi) e 7,4 milioni con meno di 145.004 pesos (circa 39 dollari). Queste stime suggeriscono che nel paese si sono persi i progressi degli ultimi dieci anni nella lotta alla povertà.

Gli effetti della pandemia e delle misure di lockdown sono stati avvertiti soprattutto nelle grandi città. Nella capitale Bogotá, per esempio, i poveri sono 3,3 milioni. Nel dipartimento di Antioquia, con capitale Medellín, la seconda città più importante del paese, se ne contano 2,3 milioni; in quello di Valle del Cauca, con capitale Cali, la terza città colombiana, 1,6 milioni; in quello di Bolívar 1,7 milioni; in quello di Córdoba 1,1 milione; in quello di Atlántico un milione.

Le due categorie più colpite dalla crisi sono le donne e i giovani. Oggi il 46,7 per cento delle colombiane vive in povertà, mentre per gli uomini la percentuale è del 40,1. Secondo il direttore del Dipartimento amministrativo nazionale di statistica, “lo scarto tra i generi è aumentato durante la pandemia e questo significa che la povertà è più grande in quei casi dove le donne sono le capofamiglia”. Anche per i giovani la situazione è diventata più precaria: il tasso di occupazione delle persone tra i 14 e i 28 anni è attualmente del 42 per cento, l’1,6 per cento in meno rispetto al trimestre gennaio-marzo 2020. La disoccupazione giovanile è pari al 23,9 per cento, il 3,4 per cento in più rispetto al trimestre gennaio-marzo 2020.

Al centro delle proteste
Questo spiega perché i giovani siano stati i protagonisti delle proteste sociali in Colombia, proteste che sono scoppiate in risposta alla riforma fiscale di aprile e che con il passare del tempo hanno inglobato altre rivendicazioni, come il rifiuto verso la riforma sanitaria del governo. Nelle proteste del 2019 i giovani si erano organizzati per attirare l’attenzione su una situazione che la pandemia ha contribuito a peggiorare. Vedevano non solo le loro opportunità di lavoro ridursi, ma anche la possibilità di ottenere un’istruzione superiore. Le università pubbliche non avevano a disposizione abbastanza investimenti statali per ampliare la loro ricettività e studiare nelle università private era diventato troppo costoso. Poi è arrivata la pandemia, che oltre a chiudere il mercato del lavoro ai giovani, gli ha impedito di studiare. L’anno scorso 243.801 studenti hanno abbandonato gli studi, il 2,7 per cento del totale.

Dall’insieme di questi dati è facile capire perché le mobilitazioni più significative sono state nei quartieri poveri delle grandi città, dove una situazione di partenza brutta è visibilmente peggiorata con la pandemia. Sono anche i luoghi dove operano gruppi illegali (dissidenti della guerriglia, organizzazioni del narcotraffico o altre forme di criminalità) che considerano i giovani come possibili reclute. Questi quartieri hanno accolto e continuano ad accogliere famiglie costrette ad abbandonare tutto quello che hanno per cercare protezione nell’anonimato delle grandi città. I giovani di queste famiglie subiscono uno sradicamento che finisce solo per accentuarsi a causa della mancanza di opportunità lavorative e di un’istruzione adeguata.

Come se non bastasse, il rapporto quotidiano con la polizia è definito da una tensione costante, dove gli abusi, gli arresti illegali e le minacce sono all’ordine del giorno. Quello che era un problema endemico non ha fatto che peggiorare durante la pandemia, perché alle forze dell’ordine sono stati dati nuovi poteri per far rispettare le misure di contenimento. Mentre i giovani e le loro famiglie potevano solo stare chiusi in casa a impoverirsi, senza possibilità di cambiare la situazione, per strada la polizia era sempre più potente e padrona dello spazio pubblico. E quando la situazione economica è diventata disperata, lo scontro tra questi ragazzi e la polizia è stato di una violenza senza precedenti nel passato recente della Colombia.

Molti pensano che l’unico modo per ottenere delle risposte sia protestare. Non credono più nella democrazia rappresentativa

Un altro problema rende ancora più complicata la situazione. I colombiani nutrono sempre più sfiducia nelle istituzioni statali e nei partiti. Secondo l’Osservatorio della democrazia, nel 2004 la soddisfazione verso le istituzioni era del 57,7 per cento mentre oggi è del 18,2 per cento. A questo si accompagna una perdita di fiducia nei mezzi d’informazione e nelle organizzazioni sociali.

Molti pensano che l’unico modo per ottenere delle risposte sia protestare. Non credono più nella democrazia rappresentativa. La conseguenza più immediata è che si sono interrotti i canali di comunicazione tra il governo e i manifestanti. Tutti insistono che l’unica via d’uscita, dopo un mese di sciopero, sia negoziare. Ma identificare gli interlocutori non è semplice. Sebbene si sia formato un Comitato nazionale per lo sciopero, con cui il governo cerca di dialogare, i partecipanti alle proteste continuano a sostenere che i membri del comitato non li rappresentano. E non lo fanno per capriccio. Un esempio su tutti: l’unica giovane coinvolta è un’attivista del movimento studentesco universitario, e questo contrasta con il fatto che molti manifestanti stanno abbandonando la scuola, e non avranno la possibilità di entrare all’università.

Poche carote, tanti bastoni
Nel frattempo il governo ha puntato su una strategia improntata all’ordine pubblico per contenere la mobilitazione. Criminalizza le proteste, dà un’enfasi spropositata ai danni materiali prodotti dallo sciopero, si presenta come una vittima di interessi elettorali e, servendosi di tutti questi stratagemmi, contribuisce solo a indebolire la voce di coloro che protestano. Se a questo si aggiungono la complicità e la mancanza di critiche verso le violenze della polizia, è facile comprendere che lo stesso governo contribuisce a prolungare lo sciopero e ad ampliare la protesta.

La debolezza dell’amministrazione guidata dal presidente Iván Duque, la cui riforma fiscale non ha avuto neanche il sostegno del suo stesso partito, è il principale ostacolo a una via d’uscita. Il presidente non ha il potere necessario a convocare un dialogo sulle misure da adottare e il suo metodo si riduce in poche carote, e tanti bastoni per le strade. Bastoni che aprono nuovi scenari agli abusi della polizia e alle critiche della comunità internazionale per le violazioni dei diritti umani. Con una decisione senza precedenti, il governo nazionale ha inizialmente respinto la richiesta della Commissione interamericana dei diritti umani di compiere una visita in Colombia per valutare la situazione dei diritti umani nel paese dopo un mese di sciopero. Poi il governo ha accettato ma, ha precisato, “non in questo momento”.

La cosa più drammatica è che ogni giorno che passa si perde l’occasione di adottare e mettere in atto delle misure di emergenza a favore delle tante famiglie impoverite. Ogni giorno che passa la strategia del governo mina la fiducia dei cittadini nelle malridotte istituzioni colombiane. Gli organismi di controllo che dovrebbero vigilare sul rispetto dei diritti dei cittadini sono stati cooptati dal governo e hanno perso ogni capacità di svolgere le loro funzioni di sorveglianza dell’operato del governo e delle forze dell’ordine.

Dal canto suo, la classe politica sembra caduta in un sonno profondo, causato dagli interessi elettorali in vista del voto previsto per il prossimo anno. La sinistra parlamentare, da sempre protagonista delle rivendicazioni sociali, è cauta perché vuole evitare di essere accusata del caos e degli abusi commessi dai manifestanti. La destra resta in agguato perché sa che una protesta che degenera e che si logora gli offre l’opportunità di rispolverare i suoi proclami contro la sinistra d’ispirazione “castrochavista” e a favore del pugno di ferro. Il centro, invece, sembra sul punto di disintegrarsi. Le possibili vie d’uscita sembrano remote e la leadership politica colombiana è in declino, ormai senza idee.

(Traduzione di Sara Cavarero)

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