Per quasi due anni Natalia (nome inventato) ha tenuto i figli nascosti. In città girava voce che chi non mandava i ragazzi e le ragazze alle scuole russe rischiava di perdere la potestà genitoriale. Per le forze di occupazione di Mosca, la propaganda e la (ri)educazione nello spirito del militarismo sono priorità: servono a produrre cittadini addomesticati e nuovi soldati. Una strategia che rientra nel processo di cancellazione dell’identità ucraina, considerato da molti un vero “genocidio culturale”. Natalia era determinata a proteggere i suoi figli da tutto questo.

Per mesi la famiglia ha vissuto nella paura. Non sapeva di chi fidarsi. L’occupazione aveva trasformato le persone: alcune avevano aperto gli occhi e perso ogni illusione su Mosca, altre erano rimaste filorusse. “Potevano sorriderti di giorno e la sera denunciarti all’amministrazione occupante”, racconta Natalia.

La sua famiglia abitava nel sud dell’Ucraina. Il marito di Natalia aveva combattuto contro l’esercito russo già prima del 2022. Dopo l’occupazione della loro cittadina, hanno rimandato la partenza fino all’autunno del 2024. In quel periodo i figli hanno continuato a studiare “clandestinamente”, seguendo le lezioni online, come molti giovani ucraini sparsi per il mondo. Del resto la didattica a distanza si era diffusa, a causa della pandemia, già prima dell’aggressione russa del 2022.

“I miei figli restavano a casa fino alle 15, perché le lezioni nelle scuole russe finivano a quell’ora. Poi uscivano in cortile, rimanendo però in silenzio. Alla fine hanno smesso di uscire. Dopo le lezioni nascondevamo perfino i quaderni”, racconta Natalia. I soldati russi perquisivano regolarmente persone e appartamenti, controllando il contenuto di computer e telefoni. “Nella nostra via c’era una famiglia che non mandava il bambino alla scuola russa. Un vicino li ha denunciati”.

Natalia dice che a un certo punto i figli non parlavano più con i coetanei: gli adulti sanno cosa si può dire e cosa no, ma per i bambini è difficile capirlo. E poi non avevano molto in comune con chi andava alla scuola russa.

Rieducare i giovani

Secondo Amnesty international, in alcuni istituti russi ci sono studenti reclutati come informatori per identificare e segnalare i bambini che parlano ucraino. I “colpevoli” sono convocati dal preside per un colloquio, durante il quale gli viene detto che i genitori saranno “puniti per averli educati nel modo sbagliato” e che loro stessi saranno “spediti in Russia per la rieducazione”.

Una scuola a Charkiv durante la giornata dedicata alla lingua ucraina, 27 ottobre 2025  (Liubov Yemets, Gwara Media/Global Images Ukraine/Getty)

“Nei territori ucraini occupati dalla Russia quasi 35mila minori frequentano lezioni segrete in ucraino”, spiega Kateryna Tymčenko, del ministero dell’istruzione di Kiev. Degli 844 istituti ucraini che operavano in quei territori ne restano attivi appena 222. Ma solo online. Uno è il liceo di Nova Kachovka. La scuola si è trasferita alla periferia di Kiev ed è aperta ai ragazzi e alle ragazze del posto, ma anche a chi vive ancora nelle zone occupate e perfino a chi si è trasferito all’estero. “Siamo riusciti a riunire studenti che nel 2022 si erano sparsi in tutto il mondo e che in alcuni casi non avevano potuto studiare per due anni”, racconta la preside Irina Dubas.

Quando l’aggressione russa è cominciata, Dubas era a Kiev per sottoporsi a cure oncologiche, poi sospese con l’inizio della guerra. “Gli insegnanti mi chiamavano in preda al panico, non sapevano cosa fare”, ricorda. Poi ha ricevuto consigli da colleghi e colleghe delle regioni orientali dell’Ucraina, sotto il controllo del Cremlino già dal 2014. Alla fine del febbraio 2022 ha deciso di tornare a Nova Kachovka. Ha viaggiato in autobus e taxi, prima di raggiungere il marito per l’ultimo tratto di strada. Hanno incrociato civili in fuga e soldati ucraini in ritirata, hanno visto edifici in fiamme e bandiere russe ovunque. La sua scuola ha ricevuto l’ordine di programmare due settimane di vacanza. Dubas si è messa subito al lavoro con i suoi collaboratori per riprendere in mano la situazione. Il sindaco l’ha sostenuta, ha rifiutato di scendere a patti con gli occupanti e ha fatto il possibile per aiutare la popolazione.

“Non si dovrebbe gioire per la morte di nessun essere umano, ma di recente in un attentato è stato ucciso Volodymyr Leontev, che era diventato sindaco dopo l’arrivo dei russi”, dice la preside. “È lui il responsabile delle nostre disgrazie”. Leontev cercava di convincere il personale scolastico a collaborare in cambio di incarichi e denaro. Poi sono cominciate le minacce. “Un’insegnante mia amica è diventata collaborazionista da un giorno all’altro. È stato un periodo terribile, non sapevamo di chi fidarci”. A Dubas è stato offerto il posto di vicesindaco, ma lei ha rifiutato.

La sua scuola è stata occupata durante le vacanze estive del 2022. Il sindaco collaborazionista aveva proibito al personale di avvicinarsi a meno di 500 metri dall’edificio. Ma in città la situazione era già così tesa che le donne, per paura di violenze sessuali, evitavano comunque di uscire. Dubas andava però a curare il suo piccolo orto, dove coltivava pomodori e melanzane “per non far morire di fame mio marito e mio padre”. È lì che gli agenti dell’Fsb, i servizi di sicurezza federali russi, l’hanno presa.

Gli interrogatori sono durati ore. Le celle erano infestate di scarafaggi. Le donne dormivano su ante di armadi e cappotti di montone, coperte da una bandiera con l’immagine di Lenin. Dubas non aveva accesso ai farmaci di cui aveva bisogno. Il commissariato di polizia era sotto il fuoco ucraino. La preside sperava che prima o poi avrebbero ucciso i suoi aguzzini. Insieme a lei. Nonostante le intimidazioni, non ha accettato di collaborare. Il suo caso è diventato pubblico grazie alle denunce di alcuni insegnanti israeliani suoi amici.

Alla fine Dubas è stata rilasciata per due giorni e ne ha approfittato per fuggire. Anche sua sorella, che vive in Russia da anni e con la quale non aveva più contatti, ha saputo della sua detenzione. E ha cercato di convincerla che a catturarla non erano stati i russi, ma i “nazisti ucraini”.

Pausa bombardamento

A Nova Kachovka le autorità occupanti non hanno ancora aperto le scuole in presenza. Mancano gli insegnanti, perché la città è sulla linea del fronte. Le lezioni sono solo online, ma spesso è necessario ricorrere alle minacce per convincere i genitori ucraini a iscrivere i figli. Come racconta Dubas, i russi setacciano i villaggi armi in pugno per trovare studenti.

Alcuni giovani ucraini non frequentano le scuole russe, altri sono inseriti in entrambi i sistemi. L’istruzione in ucraino sta diventando sempre più flessibile: i corsi si tengono in presenza, ma se le condizioni di sicurezza o i problemi di connessione impediscono di partecipare, gli studenti possono usare i materiali che hanno già a disposizione.

Quest’anno Kiev ha avviato un programma speciale per chi vive nelle zone sotto occupazione. “Se qualcuno non può collegarsi perché magari è in corso un bombardamento, l’insegnante riprogramma la lezione in un orario diverso”, spiega Dubas. A volte gli studenti non riescono a partecipare alle lezioni per settimane, ma poi recuperano grazie a questi percorsi individuali.

Per non costringere le ragazze e i ragazzi dei territori occupati a seguire due programmi contemporaneamente, Kiev ha ridotto la didattica alle materie più importanti. “Ci concentriamo su lingua, letteratura, geografia, diritto ed educazione civica, materie che fanno conoscere ai ragazzi e alle ragazze il loro paese”, spiega Kateryna Tymčenko, sottolineando che la cosa più importante è la sicurezza degli alunni, motivo per cui nei territori occupati c’è il corso di “educazione civica e basi di protezione civile”.

A chi ha più di diciotto anni gli occupanti vietano di lasciare il territorio

A chi ha più di diciotto anni le autorità occupanti vietano di lasciare il territorio. Non vogliono perdere carne da cannone. Alcuni, tuttavia, riescono a scappare. “Abbiamo ragazzi che dopo il 2014 hanno studiato sui programmi russi e appena diventati maggiorenni sono fuggiti”, spiega la preside di una scuola di Donetsk. Il suo istituto è uno dei pochi della città ad aver continuato a seguire il sistema ucraino. “I nostri ragazzi e le nostre ragazze sono coraggiosi. Studiare qui è difficile e pericoloso”, racconta.

Tanti giovani ucraini sono cresciuti durante l’occupazione russa e, sfidando l’opportunismo e lo scarso coraggio dei genitori, hanno deciso di studiare nel sistema ucraino per poi fuggire nella parte libera del paese una volta maggiorenni. Oggi possono iscriversi alle università ucraine, che hanno una corsia preferenziale per gli studenti dei territori occupati.

Le autorità di Kiev aiutano anche i genitori, informandoli su quali social network è meglio evitare e sull’uso del Vpn, per proteggere la sicurezza dei collegamenti internet. Come racconta Amnesty international, per evitare che qualcuno entrasse in casa durante le lezioni online del figlio, “una famiglia ha elaborato un complicato meccanismo di allarme: il padre faceva la guardia all’esterno, mentre la moglie stava alla finestra e osservava il marito, che doveva farle un cenno nel caso qualcuno si avvicinasse”. “Noi consigliamo di lasciare le zone occupate. Ma non tutti possono farlo, magari perché non hanno i mezzi per partire”, dice Dubas, raccontando che molte insegnanti non riescono nemmeno a pagare l’affitto con lo stipendio che ricevono.

Halyna (nome di fantasia) ha deciso di andarsene dalle zone occupate nel sud del paese nell’autunno del 2025, quando i russi hanno cominciato a cercare il marito per farlo arruolare. Presto sarebbero venuti anche per il figlio, che a diciassette anni non aveva mai frequentato la scuola russa. Anche lui aveva smesso di uscire di casa.

“Ora girano in auto e intercettano le telefonate. E la sera bloccano completamente internet. Quando eravamo ancora lì tutti avevano paura. Tanti giovani sono scappati. Sono rimasti soprattutto i pensionati, molti dei quali sono malati o hanno difficoltà di movimento”, racconta Halyna, aggiungendo che le autorità usano come strumento di persuasione l’assegno di maternità previsto dal sistema russo per ogni nato. La fuga dei familiari di Halyna è stata organizzata grazie all’aiuto di alcuni volontari ucraini.

“Sullo sviluppo dei bambini, sulle loro personalità e il loro talento, e sulle loro capacità mentali e fisiche pesa sicuramente la mancanza di istruzione, ma anche il clima di paura e di repressione. Tutto questo avrà ripercussioni profonde e durature non solo sui più giovani, ma anche sull’intera società ucraina”, si legge in un documento di Amnesty International.

Seguendo le indicazioni del ministero dell’istruzione russo, a partire dall’anno scolastico 2025-26 la lingua ucraina è stata completamente eliminata dalle scuole primarie e secondarie delle zone occupate. L’organizzazione Human rights watch sottolinea che la decisione “viola il diritto internazionale umanitario, che vieta alla potenza occupante d’introdurre modifiche non necessarie alle norme giuridiche in vigore nelle aree occupate”.

I figli di Natalia e Halyna oggi vivono nei territori controllati da Kiev. “Il più piccolo è quello che si è ripreso meglio. Ma non sono più gli stessi che erano all’inizio della guerra. La prima città dove ci siamo trasferiti era Zaporižžja, ma era sorvolata costantemente dai droni. I bambini avevano paura delle esplosioni. Così abbiamo deciso di spostarci”, dice Natalia. Oggi il figlio maggiore frequenta l’università e ha ripreso a giocare a scacchi. ◆ sb

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