17 giugno 2020 11:25

Nessuno di noi andrà a un matrimonio per un bel po’. In molti stati e città quelli che consideriamo matrimoni tradizionali, con grandi raduni di persone, sono stati vietati. Stiamo vivendo un periodo di delusioni: concerti di debutto che non avranno luogo, spettacoli teatrali che non avranno una prima, carriere rovinate e grandiosi sogni nuziali che non si avvereranno mai. Il dispiacere per una festa nuziale andata in fumo è indubbiamente grande. Ma la verità è che già da tempo era necessario ripensare i matrimoni.

Nel 2019 il giro d’affari dei matrimoni ha raggiunto i 70 miliardi di dollari, solo negli Stati Uniti, e senza considerare le lune di miele. Una follia. Dopo il lockdown molti settori economici dovranno reinventarsi, e quello dei matrimoni dovrebbe essere in cima alla lista. Come per quello delle crociere, dovremmo semplicemente lasciarlo fallire.

Pochi cambiamenti di vita
L’istituzione del matrimonio è in declino, mentre il costo dei festeggiamenti nuziali si è impennato. Oggi circa metà degli statunitensi adulti è sposata. Nel 1960 lo erano i tre quarti. E le persone che si sposano lo fanno in età molto più avanzata. Nel 1962 la metà dei ventunenni era sposata, nel 2019 solo il 9 per cento. Nel 1962 il 90 per cento dei trentenni era sposato, nel 2019 poco più della metà.

Mezzo secolo fa il matrimonio significava grandi cambiamenti di vita: perdere la verginità, andare a vivere insieme, unire i conti in banca, fare figli. Oggi tre quarti delle coppie vivono già insieme. Condividono le spese. Condividono un letto. Oggi per essere adulti non occorre più essere sposati.

Eppure manteniamo tradizioni solo apparentemente necessarie. La più diffusa risposta collettiva nella strada verso la parità di genere è stata che, al momento della dichiarazione pubblica d’amore e impegno più importante della vita, le donne si vestono come componenti di secondo rango della famiglia reale russa dell’ottocento e gli uomini come camerieri di navi da crociera. Immagino sia giusto cominciare ogni fase importante della propria vita con la consapevolezza della propria ridicolaggine, ma è evidente che devono esserci dei limiti.

E poi ci sono i costi. Nel 2019 una festa di matrimonio costava in media 32.329 dollari. Lo stesso anno il prezzo medio di una casa negli Stati Uniti era di 200mila dollari, secondo il sito di annunci immobiliari Zillow. Fate i vostri conti: la spesa media per un matrimonio equivale a quella di una consistente caparra per una casa di medio valore. È come cominciare il periodo della vita in cui abbiamo più bisogno di soldi ammassandoli in un mucchio e dandogli fuoco. Il costo di un grosso matrimonio fa sembrare il noleggio di un’auto sportiva una scelta economica ben ponderata.

Spendere tanti soldi per sposarsi non rende più felici né rafforza l’unione. Anzi, è vero il contrario. Nel 2015 due studiosi di scienze sociali hanno preso in esame la questione. In uno studio intitolato “‘A diamond is forever’ and other fairy tales“(”Un diamante è per sempre” e altre favole) hanno scoperto che la durata di un matrimonio è inversamente proporzionale alle spese sostenute per la cerimonia e l’anello di fidanzamento. Più si spende meno dura il matrimonio. Ma questo è evidente ogni volta che si partecipa a una festa di nozze. Si capisce quanto una coppia sia infelice dalle dimensioni degli addobbi floreali. (Per la cronaca, io e mia moglie ci siamo sposati poco dopo l’11 settembre. I giornalisti di costume di allora l’hanno descritto come un “matrimonio del terrore”).

Non è una tradizione
L’idea che sia necessario organizzare grandi feste nuziali nasce forse dalla “tradizione”? In realtà questa “tradizione” non è altro che un’idea di pubblicitari newyorchesi di cent’anni fa. Karen Dunak, docente di storia alla Muskingum University nell’Ohio, ha scritto un libro intitolato As long as we both shall love (Finché ameremo entrambi), un’affascinante storia di quell’insensatezza consumistica che è il matrimonio moderno. “Con la diffusione e la democratizzazione della cultura consumistica, negli anni venti del novecento, nascono le prime liste nozze; è allora che i centri commerciali creano i reparti dedicati al matrimonio”, mi ha spiegato. “A quell’epoca risale la commercializzazione di numerosi servizi legati al matrimonio. I pasticcieri cominciano a fare torte nuziali, nascono i bouquet di fiori, le persone smettono di preparare a casa gli addobbi e si rivolgono ai fiorai”.

Ma grandi crisi globali come quella del covid-19 hanno cambiato tutto dal giorno alla notte. “Il settore dei matrimoni ha subìto una piccola trasformazione con la grande depressione. È cambiato ulteriormente con la seconda guerra mondiale, quando venivano organizzate feste in tutta fretta, con persone che si erano incontrate prima che uno dei due partisse per la guerra. Nel dopoguerra si sono cominciati a organizzare matrimoni in chiesa, con ricevimenti, cene e feste da ballo”.

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La tradizione di organizzare enormi ed elaborate cerimonie, seguite da gigantesche feste, il tutto con spese considerevoli, appartiene al passato recente, segnato da una crescita senza precedenti. Quel periodo è finito. È tempo di creare tradizioni nuove e molto, ma molto, meno dispendiose.

Prima del covid-19 un matrimonio era un modo di cominciare una vita comune indebitandosi e con sprechi narcisistici. I matrimoni di prima della pandemia ci costringevano a trasformare il nostro amore in uno stile di vita. Ci obbligavano a trasformare la nostra vita privata in una grande ostentazione. C’era un’enorme pressione sociale nell’avventurarsi in quella che era evidentemente una follia: cominciare la propria vita adulta mentendo, inventando storie false, fingendo di essere indipendenti, tramite uno sfoggio di consumismo grottesco e conformista.

Il covid-19 sta rovinando molte cose meravigliose: opere d’arte sublimi, fantastici incontri tra persone, forse l’amore stesso. Ma dovremmo prendere la rovina del settore dei matrimoni per quello che è: una benedizione. Non permettiamo il ritorno di questa follia. Dovremmo fare in modo che le grandi feste nuziali restino dove sono ora: da nessuna parte.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul sito del quotidiano britannico The Guardian. Stephen Marche è l’autore del podcast How not to f*ck up your marriage too bad.