Dakar, Senegal, agosto 2012.

I mari africani svuotati dai pescherecci stranieri

Dakar, Senegal, agosto 2012.
17 maggio 2017 11:43

Mariama Ngom sospira e scaccia via il fumo dagli occhi mentre con sua figlia adolescente getta dei pesci sopra una griglia, al caotico porto di mare di Joal-Fadiouth, in Senegal.

Come migliaia di altre donne della città, Ngom lavora a tempo pieno salando e affumicando sgombri, acciughe e sardine destinati ai mercati dell’Africa occidentale. Quando nel 2010 si è trasferita in città, a sud della capitale Dakar, riusciva a guadagnare fino a diecimila franchi cfa (15 euro) al giorno. Oggi, con il crollo del mercato della pesca, è fortunata se riesce ad arrivare a tremila franchi cfa.

“La maggior parte delle volte devo lottare per riuscire a far mangiare i miei sei figli. Porto a casa un po’ del pesce affumicato, spesso non abbiamo nient’altro”, dice la donna.

Senza soldi niente scuola
Le risorse di pesce dell’Africa occidentale, un tempo le più ricche al mondo, si stanno esaurendo a causa dei pescherecci industriali che setacciano gli oceani per soddisfare il bisogno dei mercati europei e asiatici, sottolineano gli esperti.

La diminuzione delle risorse ittiche minaccia il sostentamento e la sicurezza alimentare del Senegal. Secondo i dati forniti dalla Banca mondiale, nel settore sono impiegate circa 600mila persone – quasi il 20 per cento della forza lavoro – e il pesce copre il 75 per cento del consumo proteico del paese.

Non potendo più pagare le rette scolastiche, negli ultimi anni molte donne come Mariama Ngom hanno dovuto togliere i figli dalla scuola e portarli con sé al lavoro, osserva Marianne Teneng Nday, direttrice del sindacato delle donne che lavorano il pesce a Joal. “Le operazioni degli impianti per l’acquacoltura e dei pescherecci stranieri ci hanno impoverito”, spiega Nday, aggiungendo che molte donne hanno protestato e cercato, senza successo, di incontrare i proprietari delle imprese.

Circa un quarto del pesce catturato negli oceani è destinato alla produzione di farina e olio di pesce invece che al consumo umano

Secondo Greenpeace, più di 400 pescherecci, provenienti soprattutto dalla Cina, dall’Europa e dalla Russia, solcano le acque dell’Africa occidentale. Dyhia Belhabib, esperta di risorse ittiche, spiega che tra le imbarcazioni ci sono almeno una ventina di grandi pescherecci che mirano alla caccia di piccoli pesci per sfamare salmoni, polli, maiali e altri animali destinati all’acquacoltura e ad allevamenti di tutto il mondo.

“Magari si tratta di poche barche ma il loro impatto è enorme”, dice Belhabib, consulente del progetto di ricerca Sea around us, dell’università della British Columbia. “Ognuno dei megapescherecci può catturare fino a 20mila tonnellate di pesce all’anno, l’equivalente del pescato annuale di circa 1.700 piroghe senegalesi”.

Consumo squilibrato
Secondo quanto riportato da un recente studio pubblicato dalla rivista Fish and Fisheries, ogni anno circa un quarto del pesce catturato negli oceani di tutto il mondo è destinato alla produzione di farina e olio di pesce invece che al consumo umano.

La Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, sostiene che una parte rilevante del pescato serve ad alimentare il boom dell’industria dell’acquacoltura (l’allevamento di organismi acquatici per scopi commerciali), che nel 2014 ha usato 74 milioni di tonnellate di pesce per un valore pari a 160 miliardi di dollari. Solo in Senegal – indicano fonti governative – la produzione dell’acquacoltura è cresciuta del 71 per cento, da 1.215 tonnellate nel 2015 alle 2.082 dell’anno scorso.

“Il pesce è destinato al nutrimento di animali, ma noi ne abbiamo bisogno per sopravvivere”, dice Abdou Karim Sall, capo di un sindacato di pescatori di Joal che rappresenta circa tremila barche.

Grazie alla pressione esercitata dai pescatori locali, negli ultimi anni il governo senegalese non concede più licenze ai pescherecci stranieri per la cattura di piccoli pesci. Eppure, diverse imbarcazioni continuano a operare da paesi vicini come la Mauritania, afferma Belhabib.

Pescherecci provenienti da Asia, Europa e Africa occidentale continuano a fare incursioni illegali nelle acque riservate ai locali o a violare le regolamentazioni sulla pesca: il giornale Frontiers in Marine Science ha pubblicato un rapporto secondo il quale la pesca illegale, non segnalata e non regolamentata, ha un costo di 2,3 miliardi di dollari all’anno per le economie dell’Africa occidentale.

Per reggere la concorrenza dei pescherecci stranieri, i pescatori locali hanno cominciato a costruire barche più grandi per potersi spingere più al largo nell’oceano, ma il pescato continua a diminuire: nel 2016 a Joal è sceso del 40 per cento, dalle 150mila tonnellate del 2015 a 90mila. Per quest’anno è previsto un calo ulteriore: “Abbiamo ingrandito la misura delle barche e delle reti, ma il pesce diminuisce e il prezzo sui mercati locali è aumentato”.

Serve una strategia comune
Secondo Joseph Catanzano, economista del dipartimento di pesca e acquacoltura della Fao, a peggiorare la situazione concorre un numero crescente di giovani senegalesi in cerca di occupazione nel mondo della pesca vista la mancanza di lavoro nel campo dell’agricoltura. “Lungo tutta la costa del Senegal, si possono notare diverse imbarcazioni in preparazione. Le nuove barche sono raramente registrate vista la mancanza di controllo da parte delle autorità locali”, aggiunge Catanzano.

Negli ultimi mesi alcune piroghe in cerca di pesce al largo del Senegal si sono spinte nelle acque della Mauritania causando tensioni tra i pescatori e la guardia costiera locale.

C’è bisogno di una strategia comune tra il Marocco, la Mauritania, il Senegal e altri paesi della costa, suggerisce Catanzaro, per una migliore gestione delle riserve di pesce. A peggiorare la situazione c’è la competizione tra i vari interessi nazionali che ha finora sempre prevalso. È necessaria una valutazione accurata di quanto pesce può essere catturato in modo sostenibile prima che ulteriori imbarcazioni abbiano il permesso di navigare nelle acque dell’Africa occidentale, dice Belhabib.

L’uso di sistemi di navigazione satellitare e la presenza di telecamere a bordo che monitorano i movimenti e le azioni dei pescherecci potrebbero costituire un metodo efficace per ostacolare la pesca illegale, ma per i governi locali i costi sono spesso troppo alti.

Di recente, otto navi cinesi sono state trattenute per pesca illegale in Guinea, Sierra Leone e Guinea-Bissau. Il fermo è scattato dopo due mesi di pattugliamento di una nave di Greenpeace a bordo della quale si trovavano degli ispettori provenienti dall’Africa occidentale per sostenere gli sforzi fatti nei diversi paesi.

Per le migliaia di pescatori che lavorano a Joal-Fadiouth, come Mamadou Diallo, questo genere di pattugliamenti non porterà a risultati evidenti nel periodo breve.

“La vita è dura per chiunque lavori qui”, racconta Diallo, 23 anni, mentre si imbarca dalla spiaggia di Joal con un centinaio di altri pescatori, pronto a portare a terra il pesce scaricato da una piroga e impilato in una scatola. “Ma siamo pescatori, questa è la nostra vita. Dove potremmo andare?”.

(Traduzione di Virginia Pietromarchi)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito della Thomson Reuters Foundation.

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