La stampa messicana e gli studenti scomparsi a Iguala

08 ottobre 2014 18:43

*Manifestazione di studenti a Chilpanchingo, 7 ottobre 2014. (Jorge Dan Lopez, Reuters/Contrasto)

Dal 26 settembre 43 studenti della Scuola normale rurale di Ayotzinapa mancano all’appello. Sono scomparsi a Iguala, nello stato messicano di Guerrero, dopo aver manifestato ed essere stati attaccati dalla polizia locale e da presunti sicari del gruppo armato Guerreros Unidos. Nei giorni successivi le autorità hanno rinvenuto almeno 28 corpi in tre fosse comuni della zona, ma bisogna attendere almeno due settimane per conoscere il risultato del test del dna e capire se si tratta degli studenti scomparsi. Finora ventidue poliziotti sono stati arrestati in relazione agli scontri del 26 settembre.

Le notizie si susseguono veloci e confuse, il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha promesso che aprirà un’indagine per trovare e punire i responsabili del crimine, i gruppi di autodifesa dello stato hanno cominciato una ricerca casa per casa e l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) ha organizzato una marcia pacifica per protestare contro la sparizione dei 43 ragazzi.

Ma cosa dice la stampa del paese sui fatti di Iguala? Il giornalista Diego Enrique Osorno, che nel 2012 è stato ospite del festival di Internazionale a Ferrara, spiega che da decenni il potere federale sta cercando di far sparire la Scuola rurale di Ayotzinapa perché sarebbe un istituto improduttivo e “combattivo”. In vare occasioni la scuola è stata attaccata da gruppi paramilitari che agiscono con la protezione dell’esercito.

Osorno racconta di aver intervistato più volte gli studenti di Ayotzinapa e di essersi fatto un’idea precisa di loro: “Sono ragazzi giovani di umili origini e molto studiosi, sono informati e critici, e così idealisti che pensano di poter cambiare le cose”. La conclusione del giornalista è dura e diretta: “I responsabili della sparizione di questi studenti vanno cercati nello stato messicano, che per molto tempo ha permesso che nello stato di Guerrero e in altre zone del paese l’esercito agisca al di fuori della legge con l’appoggio della polizia e del narcotraffico per punire chi combatte per i propri diritti”.

Oltre alla violenza e alla repressione del dissenso, c’è il problema dell’impunità. Scrive Rogelio Guedea su Sinembargo: “La sparizione dei giovani della Scuola di Ayotzinapa dimostra che in Messico non c’è distinzione tra governo e criminalità organizzata, che lo stato di diritto non esiste e che tutti i partiti politici, di destra, di centro e di sinistra, sono ugualmente corrotti. Più che il dolore e la rabbia, la parola chiave di questo massacro è impotenza. Impotenza davanti alla giustizia”.

Chi erano i 43 ragazzi di cui il 26 settembre si sono perse le tracce? Sul sito di Animal Politico c’è una raccolta di loro ritratti, in due parti, a partire dai racconti e dalle testimonianze di compagni, parenti e amici. Le loro foto occupano da giorni i muri, le porte e le aule della scuola come forma di protesta per chiedere che sia fatta chiarezza sull’accaduto.

Infine, vorrei segnalare un articolo di Juan Carlos Péres Salazar, inviato speciale di Bbc mundo a Iguala. Salazar va nella zona in cui sono state ritrovate le fosse comuni e avanza un’ipotesi inquietante, che non lascia spazio a un lieto fine: “È impossibile che qualcuno abbia caricato tanti corpi fino a qui: una montagna di cadaveri fuori dalla cittadina, completamente coperta dalla vegetazione. L’unica spiegazione plausibile è che le 28 persone siano state condotte qui con la forza e poi uccise sul posto”. È la stessa versione di Iñaky Blanco, procuratore regionale di Guerrero.

Purtroppo le sparizioni forzate non sono una novità in Messico. Sull’argomento consiglio una bellissima inchiesta di Federico Mastrogiovanni intitolata * Ni vivos ni muertos *. Proprio di oggi è la notizia che Human rights watch ha spronato il governo messicano a prendere misure più forti per affrontare la gravissima crisi dei diritti umani che attraversa il paese. E la città di Iguala.

Camilla Desideri lavora a Internazionale dal 2003. È l’editor dell’America Latina. Su Twitter: @camdesi

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