Una manifestazione del Partito democratico a Roma, 30 settembre 2018. (Andrew Medichini, Ap/Ansa)

La sinistra ovvero l’essere di destra a propria insaputa

Una manifestazione del Partito democratico a Roma, 30 settembre 2018. (Andrew Medichini, Ap/Ansa)
12 agosto 2019 13:03

Fascista o meno che sia, il pensiero che anima Salvini è comunque schiettamente autoritario e strumentalmente nazionalista. Drammaticamente, proprio a questo pensiero si sono consegnati sia il Movimento 5 stelle sia il Partito democratico, aiutandone e persino anticipandone la costruzione, sebbene in tempi diversi. Ciò rappresenta già oggi un problema almeno quanto potrebbe rappresentarlo Salvini in futuro.

È cosa nota che la Lega sia da sempre abitata da un sentimento di destra, di una destra che si nutre di slogan i quali fino a non molto tempo fa chiunque o quasi avrebbe avuto pudore di pronunciare a mezza bocca, figurarsi urlarli nelle piazze. Basterebbe ricordare lo scandalo che diedero anni fa alcune iniziative di personaggi come Mario Borghezio mai risarcite, almeno nella pancia del partito, da giovanili appartenenze a formazioni di sinistra, e addirittura al Partito comunista, attribuite a certi altri dirigenti leghisti. Che di questo si trattasse, che si avesse a che fare con un partito i cui esponenti se ne andavano armati di disinfettante a sterilizzare i sedili dei treni utilizzati dagli extracomunitari, lo si sapeva come si sapeva di certi slogan razzisti a proposito dei meridionali e delle invocazioni al Vesuvio o all’Etna affinché nettassero la terra. Son tutte circostanze difficilmente derubricabili a forme di goliardia, sebbene adesso molti preferiscano credere che così fosse. Tutto ciò lo sapevano anche i grillini i quali, anche per il suo esser di destra, scelsero proprio il leghista come alleato per andare al governo. Ce lo dimostrano molte circostanze e, più di ogni altra cosa, il contratto di governo.

Il contenuto di quel documento, infatti, più che alla conservazione, è apparso a tratti attingere direttamente alla reazione. Basti dire della giustizia dove il vecchio “legge e ordine” è diventato principio ispiratore per stravolgere la legge in repressione. Ma si dovrebbe dar conto anche dell’idea di introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari – peraltro già ben visto da molti altri leader muscolari che hanno preceduto la coppia Salvini-Di Maio – e che però finirebbe per neutralizzare di fatto la democrazia parlamentare. Quel contratto è stato fatto ingoiare al proprio elettorato il quale ha poi ingoiato in rapida successione una lunga serie di ripensamenti e giravolte, dal Tap all’Ilva fino al ridicolo del mandato zero.

La leadership grillina rischia d’esser ricordata dalla storia soltanto per aver consegnato l’Italia a Salvini

Anni fa, era il 2012, Beppe Grillo durante un comizio ad Aosta disse ai suoi: “La situazione è drammatica, siamo l’ultima speranza di una rivoluzione senza violenza, se andiamo via noi non c’è più una barriera tra lo stato e la gente, noi siamo una barriera protettiva”. E ancora: “Se non ci fosse il M5s arriverebbero gli eversivi veri. Noi abbiamo riempito un vuoto. Negli altri Stati ci sono le albe dorate, ci sono i nazisti, c’è Le Pen in Francia, in Ungheria c’è il partito nazista”. Poi, però, i suoi hanno accompagnato al governo gli aspiranti alleati di quelle forze politiche e sono stati alla guida del paese con chi ha usato senza nessun pudore espressioni come “zingaraccia”. Infine, sono stati scaricati dall’alleato che ha saputo divorarne il consenso elettorale in pochi mesi. Adesso lo stesso Grillo scrive: “Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari”. Ma ormai serve a poco: la leadership grillina rischia d’esser ricordata dalla storia soltanto per aver consegnato l’Italia a Salvini poiché questo, al momento, sembra il principale risultato politico della sua partecipazione al governo del paese.

Se si guarda invece a ciò che si afferma centrosinistra, la responsabilità politica nell’attuale stato delle cose è ancora più ampia e risalente. Forse qualcuno ricorderà quel “Siamo tutti con Fredy” che proclamò tempo fa – era il dicembre del 2018 – Michele Serra nella sua rubrica su Repubblica, l’Amaca. Si riferiva al gommista di Arezzo che aveva sparato nel corso di una rapina, uccidendo un rapinatore. “Siamo tutti con Fredy”, sosteneva Serra, poiché, “a parte qualche estroso e qualche maudit, non si conosce chi, tra il lavoratore che sgobba e il ladro che lo deruba, faccia il tifo per il ladro”. Il fatto però è che di mezzo ci fu anche un morto ammazzato, e infatti tempo dopo lo stesso Fredy, dimostrando spessore umano non comune, dichiarò: “No, non riprenderei in mano una pistola anzi, se dovessi dare un consiglio dopo la mia esperienza, direi a tutti di non prendere le armi perché è un vivere nel terrore”. Il fatto è che fino a qualche anno fa, a sinistra si sarebbe detto senza indugi che non si sta dalla parte del ladro ma neppure di chi spara per difendere la sue cose. Ora, evidentemente, qualcosa è mutato. Si è fatto proprio il punto di vista della destra: la roba si difende, si difende sempre, fino alla morte. Non c’è più soltanto lo stato. C’è l’individuo, la roba, Mazzarò.

Si può essere o meno d’accordo. Si può pensare che la sinistra abbia fatto un passo avanti sulla strada della comprensione del reale. O si può pensare che negli ultimi anni sia avvenuto un cedimento quando, dopo la fine delle idee avvenuta tra gli anni ottanta e novanta del novecento, ci si è resi conto che nessuna idea nuova era venuta a sostituire le vecchie e che non restava altro che il capitale. Si può legittimamente pensarla come si vuole. In ogni caso, qualcosa è avvenuto e la sinistra oggi – quando non si è abbandonata a una rabbia caotica più revanscista che rivoltosa, e men che mai rivoluzionaria, poi intercettata da personaggi come Di Maio e Di Battista – si sovrappone in buona parte a ciò che un tempo era il centro o perfino la destra moderata. Non a caso una parte importante della leadership democratica è post democristiana più che ex comunista. Michele Serra, nel suo corsivo, ce lo racconta in prima persona, affermando nei fatti quanto il pensiero borghese, nonostante la propria crisi, sia ancora fortemente espansivo.

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Ciò accade, però, non soltanto in virtù della forza di quel pensiero, quanto per la sopravvenuta debolezza, e perfino l’autoriduzione a irrilevanza, di un pensiero politico alternativo, e di una diversa visione del mondo. In Italia questa circostanza è da tempo particolarmente evidente. Lo è almeno dalla metà degli anni ottanta del novecento, ma all’epoca c’era un mondo che finiva, e si capisce che fosse impigliato nella propria crisi. Molto diverso è ciò che succede dopo, quando almeno in teoria c’era da costruire un mondo nuovo.

E in quegli anni nei quali nasce il Partito democratico e si avvia la discussione sulla fusione tra la cultura ex comunista e quella post democristiana, si ha davvero la sensazione che la voglia di costruire una struttura in grado di gestire il potere senza l’intralcio d’una idea purchessia sia stata persino una scelta programmatica. Quella scelta si è poi incarnata nella verticalizzazione del potere interno, lasciando una massa di militanti priva di ogni luogo intermedio di discussione, e nella prevalenza del marketing e della forma sulle idee, nella scelta di un linguaggio e di un agire sempre più simile a quello utilizzato da Silvio Berlusconi.

Il centrosinistra non si è mai posto davvero il problema di un disegno culturale alternativo

Non può stupire. Il Pd nasce per vivere in una Italia modellata dal Cavaliere il quale da tempo aveva imposto temi e agenda politica, ottenendo una vittoria che non è stata soltanto politica ma decisamente culturale. In questo contesto, il centrosinistra non si è mai posto davvero il problema di un disegno culturale alternativo, finendo quasi per delegare alla magistratura il compito di rimuovere dalla scena il proprio avversario, senza neppure il coraggio di affermarsi giustizialista e manettaro come invece altri avrebbero fatto di lì a poco, regalando comunque alla destra il tema delle garanzie. Ed è proprio qui – nella politica della giustizia – che sta la grande differenza tra centrodestra e centrosinistra negli ultimi venti anni. L’ultima differenza. L’unica rimasta tra due mondi sempre più simili.

Il terreno d’elezione di questa mimesi, di questo slittamento del centrosinistra nel perimetro ideale del centrodestra, è stato in prima battuta quello del lavoro e dello stato sociale. Sono stati adottati provvedimenti schiettamente non di sinistra anche quando al governo stava il centrosinistra. Si è avviata una delegittimazione delle organizzazioni sindacali, le quali poi ci hanno messo del loro nell’escludersi dalla società riducendosi sempre più alla difesa d’ufficio di alcune categorie, lasciando sostanzialmente sguarnito il fronte maggiormente significativo di una società che stava rapidamente cambiando: quello dei giovani e dell’entrata nel mondo del lavoro.

Ma anche in questo caso, al di là delle circostanze offerte dalla cronaca, è una questione culturale quella che decide la partita, con l’affermarsi dell’orizzonte ideale liberale come unico praticabile, come se al di là di quel perimetro nulla ci potesse essere. “Negli anni ottanta al capitalismo c’erano ancora delle alternative, almeno a parole”, scriveva Mark Fisher nel suo saggio Realismo capitalista. “Quello che invece stiamo affrontando adesso è un più profondo e pervasivo senso di esaurimento, di sterilità culturale e politica”. È proprio allora che a sinistra si cominciò a perdere la partita culturale. “Gli anni ottanta - sono ancora parole di Fisher - furono il periodo in cui per il realismo capitalista si lottò fino a riuscire a imporlo; anni in cui la dottrina tatcheriana del ‘there is no alternative’ si trasformò in una spietata profezia che si autoavvera”. Così, “in Europa e negli Stati Uniti, per la maggior parte delle persone sotto i vent’anni l’assenza di alternative al capitalismo non è nemmeno più un problema: il capitalismo semplicemente occupa tutto l’orizzonte del pensabile”. E ciò, ormai, è un fatto talmente accettato da non meritare più alcuna discussione.

In qualche modo, sembra l’esito del processo denunciato da Pasolini a proposito della fine della civiltà rurale e dell’affermazione in Italia della civiltà industriale. Gli Scritti corsari e le Lettere luterane questo raccontano, e Pasolini ci dice anche di come, in questo processo di assimilazione, si fosse portati a vergognarsi di sé fino alla rimozione e alla negazione della propria stessa storia, fino alla affermazione di un modello che “non si accontenta più di un ‘uomo che consuma’, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo”.

Ordine e sicurezza
Ebbene, questo meccanismo che ha prodotto questo genere di omologazione in più fasi, non si è più fermato e ha proseguito la propria azione anche in questi primi vent’anni del nuovo millennio. Se, come si diceva, lo slittamento del centrosinistra su valori propri della destra ha preso avvio in Italia soprattutto sul terreno del lavoro, quella mimesi ha poi investito anche il resto. È accaduto per esempio sul tema della sicurezza. Nel proprio vuoto ideale, al centrosinistra non è infatti rimasto che rincorrere la cronaca. E anche per questa strada il Pd si è trovato sempre più in sintonia con la destra persino nel solleticare la pancia del paese.

Forse qualcuno ancora ricorderà la sterzata securitaria che l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni chiese a Romano Prodi, all’epoca presidente del consiglio, dopo alcuni bruttissimi fatti di cronaca nera avvenuti nella capitale. Ma, senza tornare così indietro, basterebbe ricordare il lavoro di Marco Minniti al Viminale. Basterebbe ricordare il dibattito del 2017 sul decreto sicurezza a sua firma e del quale si ebbe altrove l’occasione di scrivere: “Il decoro è stato promosso a categoria politica, spartiacque tra sommersi e salvati, criterio determinante in un processo senza tribunali del quale si fa giudice un potere che mostra di vedere nei poveri e negli emarginati soprattutto un problema di ordine pubblico”. Ma si potrebbe anche dire del contenuto del suo lavoro sull’immigrazione e degli accordi con la Libia. E, sempre sull’immigrazione, non vanno dimenticate certe parole di Matteo Renzi: “Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro”. Salvini non avrebbe saputo dirlo meglio.

Infine, anche sull’operato delle forze dell’ordine forse si dovrebbe ricordare che alcuni atteggiamenti e certe modalità operative delle quali raccontano le cronache recenti, e da molti considerate eccessive, non si affermano con l’arrivo di Matteo Salvini al Viminale. Anche in questo caso, senza tornare troppo indietro negli anni, basterà dire di quel questore di Roma che nel marzo del 2017, dando conto dei fogli di via a carico di alcuni manifestanti che intendevano raggiungere la capitale in occasione della manifestazione per i sessant’anni dei Trattati di Roma, spiegò: “Abbiamo verificato non soltanto i loro precedenti penali ma anche il loro orientamento ideologico”. E all’epoca, come è noto, al governo c’era il Pd.

La sinistra rinnega se stessa con un’operazione mimetica al termine della quale sarà difficile distinguerla dalla destra

Anche sulla sicurezza, però, al di là della cronaca, vale la pena riportare tutto a una questione culturale. Così, per esempio, quando prevale l’idea della tolleranza su quella della uguaglianza, quando si affermano argomenti politici come quello secondo cui i migranti vanno accolti poiché sono una risorsa che serve al paese (”Ci pagheranno le pensioni”) – mentre andrebbero considerati soltanto come persone, poiché quello sono, persone, prima d’ogni cosa! – ecco, quando avvengono slittamenti culturali di questo genere, è proprio allora che la sinistra rinnega se stessa per procedere spedita in quella operazione mimetica al termine della quale sarà difficile distinguerla dalla destra.

Tutto ciò è potuto accadere negli ultimi trent’anni in nome di un realismo politico che si è fondato sull’esistenza di un nemico il quale è sempre stato rappresentato come un pericolo per la tenuta democratica del paese. Ciò ha consentito di proclamare un’emergenza permanente e, così, di soprassedere sulla costruzione di una propria identità politica nuova. Allo stesso tempo, mancando un disegno politico alternativo, a quel nemico ci si è fatti però sempre più simili nella cultura politica, nel linguaggio, nell’organizzazione del proprio agire.

Pier Paolo Pasolini nelle Lettere luterane scriveva che “bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile”. Non è andata così. E, anzi, si è diventati così simili al nemico che, di recente, la parlamentare del Pd Lia Quartapelle si è presentata sotto la sede della Lega in via Bellerio, a Milano, accompagnata da un gruppo di militanti, spiegando, rivolta alle finestre chiuse, d’essere lì per sapere se fosse vero che “qualcuno ha trattato per conto della Lega dei fondi russi per la campagna elettorale delle europee” e “come mai la sede della associazione Lombardia-Russia di Gianluca Savoini è nello stesso palazzo della Lega”. Nessuno, di fronte a quello spettacolo un po’ inquietante e di sapore giustizialista, ha avuto qualcosa da ridire. Eppure, quella circostanza ha mostrato un Pd oramai ridotto a un simulacro di M5s prima maniera perfino nel linguaggio. E infatti nel tweet affidato dalla parlamentare alla rete si poteva leggere: “Abbiamo trovato portoni sbarrati, citofoni muti e la sede dell’associazione di Savoini nello stesso edificio della Lega. Coincidenze?!”. Mancava soltanto il classico: “Condividi se sei indignato”.

Chi decide l’agenda politica
Questo modo di procedere è piuttosto mortificante per chi lo pratica, come appunto il centrosinistra, poiché tradisce l’esser da quelle parti ancora una volta incapaci d’altro che non sia arrangiare una tattica di stampo evidentemente difensivo, senza idee né strategia, sempre all’inseguimento di chi detta l’agenda degli eventi, per di più ancora tragicamente appollaiati nella trincea giudiziaria, come se tutti questi anni di Berlusconi e poi di berlusconismo non abbiano insegnato nulla.

In una recente e importante intervista rilasciata al Manifesto, lo storico Luciano Canfora ha affermato: “Serve una vera socialdemocrazia, solo così la sinistra tornerà rivoluzionaria”. Se sia o meno la strada giusta è difficile dirlo. Comunque sia, il centrosinistra pare invece sapersi limitare alla mera speculazione politica, proprio come gli avversari che vorrebbe sconfiggere i quali però detengono saldamente – e da trent’anni – l’agenda politica, dettano tempi e temi del dibattito, danno le carte, decidono persino quando il banco deve saltare.

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Se tutto ciò è vero anche soltanto in minima parte, allora è evidente che agitare lo spettro del nuovo fascismo e continuare a costruire la propria identità politica soltanto in opposizione agli altri significa continuare a proclamare la propria insussistenza.

È esattamente questo ciò che è successo negli ultimi trent’anni. È esattamente questo che ha consentito alla destra di governare perfino quando al governo c’era il centrosinistra, avendo la destra fortemente affermato la propria vittoria culturale, avendo stabilito il paesaggio politico, il perimetro ideale, il sogno italiano. E adesso, con il M5s in piena crisi e un Pd che si dibatte in una crisi interna senza fine, e che sa parlare soltanto di Costituente delle idee – una cosa che sapeva di plastica vecchia già negli anni novanta figurarsi adesso – o di Rivoluzione della speranza, e che ripercorre ogni errore già commesso, ecco: adesso ogni rischio per questo paese si fa reale. E, certo, non soltanto perché il potere potrebbe presto essere tutto riunito nelle mani di un’unica persona, Matteo Salvini.

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