Un comizio di Matteo Salvini a Villa D’Agri, frazione di Marsicovetere (Potenza), 16 marzo 2019. (Michele Amoruso)

Matteo Salvini mette in discussione lo stato di diritto

Un comizio di Matteo Salvini a Villa D’Agri, frazione di Marsicovetere (Potenza), 16 marzo 2019. (Michele Amoruso)
30 luglio 2019 11:53

Forse è arrivato il momento di prendere sul serio Matteo Salvini. Forse è arrivato il momento che venga preso sul serio almeno quello che Salvini afferma. Le sue ultime dichiarazioni a proposito della benda messa a un cittadino statunitense all’interno di una caserma dei carabinieri sono infatti di una gravità eccezionale perché, essendo dichiarazioni del ministro dell’interno, danno copertura istituzionale – non soltanto politica, dunque, ma proprio istituzionale – alla violazione dei diritti di un indagato. Ed è soprattutto nelle garanzie riconosciute a indagati, imputati e condannati che sta il confine tra stato di diritto e stato di polizia. Insomma, tra un regime democratico e qualcosa che non gli somiglia affatto.

Il caso nasce dalla diffusione di una fotografia nella quale è ritratto uno dei due americani indagati per la morte del carabiniere Mario Cerciello Rega. In quella foto l’indagato è ritratto all’interno della caserma di via in Selci, a Roma, seduto su una sedia a capo chino, circondato da militari, ammanettato e con una benda sugli occhi. Questa fotografia rappresenta una circostanza di estrema gravità sia perché è stata scattata e fatta circolare sia, soprattutto, per quella benda sugli occhi del cittadino statunitense. Così la pensa, fortunatamente, anche l’arma dei carabinieri che ha immediatamente annunciato provvedimenti e una inchiesta interna, e si può immaginare con quale travaglio considerato il momento drammatico che la stessa Arma sta vivendo. Non tutti, però, sembrano aver percepito nello stesso modo il disvalore rappresentato in quella fotografia. Tra questi c’è, appunto, Salvini.

“A chi si lamenta della bendatura di un arrestato ricordo che l’unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un carabiniere, un servitore della Patria morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita. Lavorando”, ha scritto su Twitter e Facebook il ministro dell’interno. A corredo del testo, ha pubblicato la foto del giovane americano ammanettato e bendato, accompagnandola con un ulteriore affermazione: “Vittima? L’unica vittima è un uomo, un figlio, un marito, un Carabiniere, un servitore della Patria”. Dunque, quell’indagato, per quanto sottoposto a una violazione dei propri diritti, non sarebbe una vittima, stando a quanto si capisce da quel “vittima?”.

Questo episodio rischia di rappresentare un’accelerazione eversiva delle regole democratiche

Senza il commento del ministro dell’interno, ci saremmo trovati di fronte a una violazione dei diritti di un indagato, un fatto già di per sé estremamente grave, e purtroppo non nuovo alle cronache di questo paese. Ciò che rende diverso questo episodio dagli altri, ciò che rischia di far sì che questo episodio rappresenti un punto di svolta, forse persino un’accelerazione di fatto eversiva delle regole democratiche dalla quale sarà difficile tornare indietro, è proprio la copertura istituzionale fornita dal ministro, la quale mortifica persino il lavoro dell’arma dei carabinieri per isolare l’episodio stesso e punire il responsabile. Tutto inutile, a quanto pare. Con quelle dichiarazioni Salvini apre una breccia nel sistema delle garanzie democratiche e manda in archivio il principio di legalità, ossia la regola che vige in ogni stato moderno secondo cui l’agire di ogni articolazione dello stato trova il proprio fondamento nella legge. Questo principio nasce per evitare l’arbitrio del potere e l’arbitrio comincia, appunto, anche con una benda stretta attorno alla testa di un indagato mentre è seduto su una sedia, ammanettato, in una caserma dei carabinieri.

Non è stato l’unico, Salvini, a liquidare certe preoccupazioni come se fossero niente più che fisime di qualche intellettuale. E, anzi, la fila è stata piuttosto lunga. Tra i tanti, uno dei più moderati è sembrato Maurizio Gasparri il quale, su Twitter, almeno ha ammesso che qualcosa non abbia funzionato per il verso giusto: “Allora benda e foto sono errore da punire ma adesso non rompete più ok? La verità è che preferite assassini, droga e spacciatori a un #Carabinereucciso. Vergognatevi!”. Molto più diretto è stato invece l’ex leader della Destra sociale, Francesco Storace, il quale è intervenuto con un articolo pubblicato sul Secolo d’Italia il cui titolo già dice tutto: “Ma chi se ne frega di quella benda sugli occhi di un assassino drogato”. Poi, riferendosi all’indagato, tra l’altro si afferma: “Quel piccolo infame non merita pietà”.

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Si potrà naturalmente non esser d’accordo con Storace, Gasparri e tutti gli altri i quali si sono accodati alla comunicazione del ministro dell’interno, ma è nel diritto di ciascun cittadino italiano esprimere le proprie opinioni e a maggior ragione di ogni politico. Il fatto è che Matteo Salvini è ministro dell’interno e questo fa la differenza tra lui e gli altri politici i quali, appunto, legittimamente esprimono le proprie convinzioni politiche. Anzi, fa una differenza enorme poiché è proprio il ministro dell’interno che istituzionalmente deve garantire il rispetto dei diritti di tutti, inclusi gli indagati, inclusi perfino gli indagati per un delitto orrendo come quello del quale è stato vittima il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. E fa paura dover constatare che questa differenza non venga più percepita dai politici e neanche da molta parte della cittadinanza.

Ed è questa un’altra delle conseguenze della comunicazione scelta dal leader della Lega. Al di là del problema della copertura istituzionale di certi comportamenti delle forze dell’ordine che appaiono come una violazione dei diritti del cittadino, questo genere di dichiarazioni fornisce anche una base culturale per ogni estremismo e abituano a pensare come normale ciò che normale non dovrebbe essere, così che quegli stessi toni cominciano a diffondersi, aumentando ovunque il tasso di conflittualità. In questo senso, a stupire davvero è stato un intervento davvero infelice di Riccardo Pacifici, ex presidente della comunità ebraica romana, il quale, nel corso di uno scambio su Twitter nel quale sono intervenuti stupefatti anche alcuni giornalisti e politici, ha affermato: “Lui non era un indagato ma un reo confesso. […] Secondo i miei canoni sono stati troppo civili i soldati dei carabinieri. Per me potevano massacrarlo di botte per ore”.

Tutto ciò appare ancora più grave a causa della apparente inconsapevolezza politica su cui le dichiarazioni del ministro dell’interno galleggiano. In questo caso, per esempio, le risposte a Salvini si sono per lo più concentrate sul fatto che quella fotografia potrebbe rivelarsi un problema per l’accusa e un assist per la difesa nel procedimento giudiziario. Non è detto che sia così, anche perché, per quanto indiziaria, la prova della responsabilità dei due americani sembra comunque potersi consolidare se è vero che il coltello è stato ritrovato nella loro camera d’albergo. Ma il punto è che quella fotografia e le successive dichiarazioni del ministro dell’interno riguardano solo marginalmente quel procedimento giudiziario, mentre investono in pieno le garanzie individuali e i diritti di ogni cittadino italiano. Insomma, più che quella indagine, si rischia di mettere in discussione lo stato di diritto. Di questo, però, non molti sembrano essere preoccupati, non almeno tra le opposizioni all’attuale maggioranza Lega-M5s. Ma di questo francamente non ci si può stupire.

L’agenda politica è saldamente nelle mani del ministro dell’interno

Le opposizioni, infatti, a partire da Forza Italia e Pd, da tempo si limitano alla mera speculazione politica in risposta alle mosse di Lega e M5s, senza mostrare d’avere in testa un disegno alternativo. E ciò succede oramai da molti anni. Nel centrosinistra, in particolare, si avverte un vuoto inaudito, una mancanza di cultura giuridica e delle garanzie, perfino di cultura politica, che fa paura almeno quanto il disegno politico salvinano, perché di quel disegno finisce per essere il piedistallo.

Nell’automatico ribattere con dichiarazioni affidate alle agenzie di stampa a ogni tweet di Salvini, infatti, emerge chiaro a tutti che l’agenda politica è saldamente nelle mani del ministro dell’interno così come in passato era successo con Silvio Berlusconi, mentre le opposizioni si limitano a inseguire, dichiarazione dopo dichiarazione, restando sul piano della cronaca, adeguandosi ai temi e ai toni che altri scelgono, senza riuscire a criticizzare null’altro che i propri tormenti interni poi messi in scena senza pudori, fino a farne una categoria politica oramai proverbiale.

In questo contesto, e trovandosi di fronte avversari che spesso ricordano l’Enea Guarnacci e l’Artemio Altidori nella scena finale dei Mostri, ogni volta che Salvini rilancia e sposta il limite più avanti, trova praterie vuote di fronte a sé, e facilmente conquistabili. Certo, nessuno immagina che da domani in Italia sarà possibile privare legittimamente un indagato dei propri diritti. Il fatto è che, però, ogni giorno che passa la percezione pubblica si fa sempre più accogliente nei confronti dell’atteggiamento spiccio e paternalista di Salvini. Il rischio, infine, è che ci si possa poi trovare in una situazione nella quale la politica non debba far altro che adeguare le leggi a ciò che gli italiani ormai avranno già digerito, senza che nessuno o quasi avesse avvertito in tempo del pericolo, e perfino senza che nessuno quel pericolo lo avesse preso sul serio.

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