01 giugno 2020 16:44

Anche le toghe seguivano logiche da manuale Cencelli. A evocare il simbolo stesso della lottizzazione da prima repubblica questa volta è stato un magistrato e non uno qualsiasi. Si tratta di Luca Palamara – ex consigliere del Consiglio superiore della magistratura (Csm) ed ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) – finito al centro di un’inchiesta che in questi ultimi mesi ha provocato una bufera sul potere giudiziario, mettendone in crisi ruolo e autorevolezza.

Di recente, lo stesso presidente della repubblica Sergio Mattarella – presidente di diritto del Consiglio superiore della magistratura – è dovuto intervenire esprimendo il “grave sconcerto e la riprovazione per quanto emerso, non appena è apparsa in tutta la sua evidenza la degenerazione del sistema correntizio e l’inammissibile commistione fra politici e magistrati”. Sulla stessa linea si sono attestate le forze politiche, pur con molti distinguo su come procedere. Tuttavia, intervenire è necessario.

Allo stato, sul tavolo c’è un disegno di legge di riforma del Csm che, come ha spiegato nei giorni scorsi il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, “si fonda su tre pilastri: l’individuazione di oggettivi criteri meritocratici nell’assegnazione degli incarichi da parte del Csm, un meccanismo elettivo che sfugga alle logiche correntizie, il blocco definitivo delle cosiddette porte girevoli fra politica e magistratura”.

Un nuovo equilibrio
A catalizzare il dibattito è stato soprattutto il sistema con il quale i magistrati eleggono i componenti del Csm. A lungo si è discusso se introdurre il sorteggio. Si tratta però di un meccanismo discutibile e a rischio di incostituzionalità. Probabilmente verranno preferiti sistemi che impediscano l’influenza delle correnti senza sacrificare meriti e capacità dei candidati. Si sta pensando a un sistema elettorale a doppio turno ma la discussione è ancora aperta. Nei prossimi giorni il testo verrà portato in consiglio dei ministri, poi partirà l’iter che non si prevede breve.

In ogni caso, fin dai tempi di Mani pulite, non è mai stato difficile come adesso immaginare che nella trincea del potere giudiziario si abbia la forza per frenare il tentativo di riformare le regole, a partire proprio da quelle che riguardano la magistratura stessa, fino a quelle su processo, indagini preliminari e intercettazioni. Nonostante la cronica debolezza della politica, l’equilibrio potrebbe essersi spostato. Si tratta di un elemento importante perché è una condizione del tutto nuova negli ultimi tre decenni.

Se insomma non ci sono dubbi sul fatto che si debba intervenire, e se mai come oggi potrebbero esserci le condizioni per farlo senza che si scateni una guerra di religione tra magistrati e politica, tutt’altra cosa è capire se le riforme delle quali si sta discutendo saranno sufficienti a restituire il sistema al suo funzionamento fisiologico. E a questo proposito i dubbi sono molti.

L’ossessione per la carriera
La crisi alla quale assistiamo, infatti, è l’esito di un lungo processo di deterioramento degli equilibri tra i poteri dello stato. Per comprenderne la portata si può partire da un particolare ricorrente nelle cronache di queste settimane: la prevalenza dell’interesse personale su ogni altra cosa. In un contesto che, per quanto è possibile ricostruire sulla base delle notizie disponibili, non offre molto di penalmente rilevante, emerge infatti una rete di rapporti, interessi, richieste di favori o di intervento, e questa massa di rapporti inopportuni ha un oggetto quasi esclusivo: le carriere. Si tratta di un elemento importante per molte ragioni.

In primo luogo, perché nell’ordinamento giudiziario le carriere di fatto non esistono, almeno non in modo così strutturato come altrove. I magistrati sono soggetti soltanto alla legge e, dice la costituzione, “si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”. Dunque, ciò che tutto quel movimento sotto traccia sembra raccontare non è tanto la ricerca di un avanzamento nella propria carriera quanto invece la ricerca della partecipazione al potere tout court, anche al di là del perimetro segnato dall’ordinamento giudiziario. Non a caso, la rete di rapporti che emerge dalle inchieste va ben oltre quel confine.

In secondo luogo, questo meccanismo ci racconta il cambiamento radicale delle correnti nelle quali la magistratura si divide. Era una circostanza già evidente da tempo ma ora è oggettivamente innegabile. Nate all’inizio degli anni sessanta del novecento, furono per molto tempo sede di dibattito ed elaborazione culturale a proposito della funzione della magistratura in una fase storica ancora non del tutto liberata dalle scorie della dittatura fascista. Le correnti svolsero insomma una funzione nell’affermazione dell’indipendenza del potere giudiziario da quello politico e nell’applicazione dei princìpi costituzionali.

Unautodifesa
In tempi più recenti le correnti si sono però trasformate in strumenti di gestione degli assetti all’interno del potere giudiziario, spesso rappresentato da singoli individui. Detto altrimenti, il problema di oggi non sta nell’esistenza delle correnti ma nella loro sostanziale scomparsa, cosa che ha aperto le porte a una gestione del potere in cordata.

Se è così, anche la storia recente del rapporto tra potere giudiziario e potere politico andrà riscritta. Se sui singoli punti – ad esempio le famigerate leggi ad personam o gli interventi sulle intercettazioni – i magistrati erano nel giusto a temere che le ragioni della politica non fossero disinteressate, da oggi sarà lecito avere dubbi sul fatto che, nel complesso, l’opposizione del potere giudiziario ai tentativi di riforma delle regole della giustizia fosse altrettanto disinteressata. Insomma, la sensazione è che accanto all’urgenza di conservare la propria indipendenza vi fosse, nell’agire di una parte della magistratura, anche l’intento di difendere il proprio potere.

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C’è infine da considerare che tutto ciò che adesso sta emergendo ricalca quel che capitò ai partiti politici sul finire della prima repubblica, quando nuove idee non vennero a rimpiazzare quelle morenti, così che alle idee si sostituirono progressivamente interessi personali e leadership individuali. Allora cadde il potere politico, e infatti venne decisamente ridimensionato il ruolo del parlamento, esautorato di fatto da potere esecutivo e potere giudiziario nella sua funzione politica e di legislatore. Adesso cade anche il potere giudiziario. Sembra quasi di assistere al secondo tempo di una partita iniziata allora, con le correnti della magistratura al posto dei partiti politici. Ed è inquietante che, in questa prospettiva, la seconda repubblica appaia come la lunga agonia della prima, la quale adesso, con la crisi del potere giudiziario, si va infine compiendo.

Se è questa la natura della crisi che abbiamo sotto gli occhi, è difficile che singoli provvedimenti, per quanto importanti come una riforma del Csm, possano restituire normalità al sistema. Servirebbe anche un cambiamento culturale che accompagnasse le nuove regole. In mancanza, ci si troverebbe di fronte a leggi-manifesto, prodotte sull’onda dell’emergenza. Saremmo insomma dalle parti di quello che il giurista Luigi Ferrajoli definisce “populismo penale”. Il rischio che si corre è di indebolire ulteriormente il controllo sull’esercizio del potere, visto che già il controllo politico, con un parlamento sempre più evanescente, è quasi inesistente da anni.