Attribuendo la definizione di tortura alle violenze commesse dalla polizia nella scuola Diaz di Genova quattordici anni fa, la corte europea dei diritti umani è arrivata dove le istituzioni italiane non hanno avuto la forza, il coraggio, o semplicemente la decenza, di arrivare. Quel pestaggio sistematico e prolungato, contemporaneo all’irruzione della stessa polizia nel media center adiacente alla scuola dormitorio, e finito con l’interruzione della diretta di Radio Gap, fu inequivocabilmente un atto di tortura.

Quello che successe sabato 21 luglio 2001 alla Diaz e nella caserma di Bolzaneto fu gravissimo, ma le violenze commesse dalle forze di polizia cominciarono molto prima, già dal venerdì, facendo scattare – in risposta agli scontri provocati dai black bloc, del tutto estranei alle forze raccolte dal Genoa Social Forum – una risposta repressiva che coinvolse tutti.

Se non si allarga lo sguardo all’intera “gestione del disordine” di quei giorni non si può capire fino in fondo cos’è successo a Genova: una sospensione dello stato di diritto avvallato dai vertici della polizia, e quindi dallo stesso ministero dell’interno, e non un semplice colpo di testa dopo l’irruzione nella Diaz.

La Diaz è solo uno degli ultimi episodi di una lunga serie di violenze. Forse il più grave, ma non certo l’unico. Tanto che il momento più basso di quella notte, accanto ai pestaggi indiscriminati nei corridoi della scuola, è costituito dalle dichiarazioni ai giornalisti dell’allora capo ufficio stampa della polizia, Roberto Sgalla. Fu lui a giustificare l’assalto della polizia, agitando un inesistente pericolo eversivo e adducendo come prove “inequivocabili” il ritrovamento nella scuola di mazze e molotov, che poi si scoprirà essere state depositate lì ad arte dalla stessa polizia.

Genova è una ferita ancora aperta perché non è stata fatta sufficiente chiarezza sulla catena di comando di quella macchina repressiva (oltre che sul motivo per cui la macchina entrò in funzione da subito, fin dal venerdì mattina).

Non è stata fatta sufficiente chiarezza per via giudiziaria. Quattordici anni di processi si sono conclusi con la sostanziale assoluzione dei massimi vertici della polizia di stato. Franco Gratteri (capo della direzione centrale anticrimine), Gilberto Caldarozzi (capo del servizio centrale operativo) e Giovanni Luperi (capo del dipartimento analisi dell’Aisi, ex Sisde) sono stati condannati solo per falso aggravato, unico reato scampato alla prescrizione. Il capo della polizia Gianni De Gennaro è stato prosciolto da ogni accusa. In seguito è passato a dirigere i servizi e poi alla presidenza di Finmeccanica.

Tuttavia quella di Genova è una ferita aperta anche perché la politica non è stata in grado di rimarginarla.

Ogni tentativo di formare una commissione di inchiesta parlamentare è stato sistematicamente osteggiato e fermato. È successo negli anni immediatamente successivi alla “macelleria messicana”, quando al governo c’era ancora Silvio Berlusconi. Ma anche dopo la situazione non è cambiata. Le forze di centrosinistra raccolte nell’Unione, che vinsero per un soffio le elezioni del 2006, avevano promesso l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Se ne parlava addirittura nel programma elettorale. Ma poi la proposta fu affossata con i voti contrari dell’Udeur di Clemente Mastella e dell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro. Quest’ultimo disse chiaramente che non avrebbe mai dato il suo appoggio a una commissione d’inchiesta finalizzata a indagare unicamente sull’operato delle forze dell’ordine e non anche su quello dei manifestanti.

Oggi forse è troppo tardi per una commissione d’inchiesta alla camera. Eppure dovrebbe essere un atto dovuto. Ancor di più per una legislatura con molti deputati che sono coetanei dei ragazzi che nel luglio del 2001 andarono a Genova per manifestare contro gli effetti della globalizzazione.

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