25 agosto 2020 17:35

Nella sera del 24 agosto le ferite e le fratture degli Stati Uniti erano platealmente visibili in diretta nazionale. Mentre i telegiornali trasmettevano le immagini delle proteste contro la violenza della polizia in Wisconsin, sulla Cnn andava in onda la convention del Partito repubblicano, in cui Donald Trump è stato scelto ufficialmente come candidato alle elezioni presidenziali del 3 novembre. Da una parte la comunità afroamericana mostrava la sua esasperazione contro un potere che non riesce o non vuole mettere un freno alla violenza causata da una delle sue istituzioni; dall’altra funzionari e politici che oggi rappresentano la massima espressione del potere descrivevano un futuro distopico nel quale la sinistra costruirà un regime marxista in cui la polizia sarà abolita. Un’inquietante ed efficace sintesi di quello che aspetta gli Stati Uniti nei prossimi due mesi di campagna elettorale, e molto probabilmente anche oltre.

La vicenda che ha fatto esplodere di nuovo – a tre mesi esatti dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis – la rabbia contro la violenza della polizia è quella di Jacob Blake, un nero di 29 anni che il 23 agosto è stato colpito da almeno sette proiettili sparati dagli agenti a Kenosha, una città di circa centomila abitanti nel nordest del Wisconsin. Blake è attualmente ricoverato in condizioni gravi ma stabili. Secondo le ricostruzioni, i poliziotti erano arrivati sul posto per rispondere a una chiamata per un “incidente domestico”. Il dipartimento non ha fornito dettagli su come siano andate le cose, e non ha nemmeno precisato quanti agenti fossero coinvolti nell’operazione. In un video girato da Raysean White, un passante, si vede Blake andare verso la portiera di un suv seguito da tre agenti. Quando la apre i poliziotti prima lo tirano per la canotta, poi cominciano a fare fuoco, sparando almeno sette colpi contro Blake. Secondo Laquisha Booker, la compagna dell’uomo ferito, nella macchina al momento della sparatoria c’erano i loro tre figli, che quindi hanno assistito terrorizzati alla sparatoria.

Non è chiaro cosa sia successo prima dei fatti ripresi nel video. Secondo White, prima che lui cominciasse a riprendere la scena gli agenti hanno provato a immobilizzare Blake contro la parte posteriore del suv, ma l’uomo si è divincolato ed è andato dall’altra parte del veicolo. Inoltre White sostiene che prima di sparargli gli agenti abbiano picchiato Blake e lo abbiano colpito con un taser, uno storditore elettrico. Booker sostiene che il suo compagno aveva cercato di sedare una lite. A quanto pare la vittima era disarmata al momento della sparatoria.

Attenzione, immagini forti:


Tutto quello che è successo dopo ha seguito una dinamica molto familiare. Come nel caso di George Floyd, le proteste sono cominciate subito dopo che il video è stato diffuso online, e anche questa volta le parole di solidarietà dei politici nei confronti della famiglia della vittima (in particolare quelle del governatore democratico del Wisconsin Tony Evers e di Joe Biden, candidato democratico alle presidenziali) non sono servite a placare la rabbia dei manifestanti. Il 24 agosto, per la seconda notte consecutiva, centinaia di persone hanno sfidato il coprifuoco e sono scese in strada. Com’era successo a Minneapolis a fine maggio, le proteste, iniziate in modo pacifico, sono in parte degenerate. Ci sono stati scontri tra manifestanti e poliziotti, che hanno usato lacrimogeni. Alcuni edifici e macchine sono stati dati alle fiamme. Evers, come aveva fatto il governatore del Minnesota a fine maggio, ha chiesto l’intervento della guardia nazionale per gestire la situazione.

Anche la prima risposta di Donald Trump è stata familiare. Il presidente, che proprio la scorsa settimana ha incassato il sostegno di un sindacato di polizia che rappresenta decine di migliaia di agenti del dipartimento di New York, ha usato parte del suo discorso durante la convention repubblicana per dipingere il suo avversario alle presidenziali come un radicale che ha intenzione di smantellare i dipartimenti di polizia, una delle tante affermazioni palesemente false pronunciate durante l’evento.

Visti i precedenti, è molto probabile che nei prossimi giorni il presidente soffierà sul fuoco delle proteste per mettere in difficoltà i suoi avversari in uno stato, il Wisconsin, che quattro anni fa contribuì in modo decisivo alla sua vittoria (Trump ottenne appena 23mila voti più di Clinton).

Un delegato alla convention repubblicana a Charlotte, in North Carolina, Stati Uniti, 24 agosto 2020. (Travis Dove, Reuters/Contrasto)

Per quanto prevedibile nei discorsi e nell’assenza di contenuti politici, la convention repubblicana è servita a chiarire definitivamente che Trump è un candidato molto diverso da quello che nel 2016 sfidò e sconfisse Hillary Clinton. Quattro anni fa si presentò all’elettorato con un messaggio – sintetizzato dallo slogan “Make America great again” – che conteneva di tutto. C’erano la xenofobia, il nativismo e la volontà di punire le minoranze, naturalmente. Ma anche un approccio economico e sociale che rientrava nella tradizione del Partito conservatore: meno tasse, meno regolamentazioni, meno ingerenze del governo federale.

Oggi, alle prese con una pandemia che negli Stati Uniti ha causato più di 180mila morti e messo l’economia nazionale in ginocchio, il presidente ha archiviato definitivamente la parte “propositiva” del suo messaggio. Quello che è rimasto è il conflitto permanente con chi non sta dalla sua parte, il tentativo di descrivere ogni rivendicazione come un gesto pericoloso e antipatriottico per compattare la sua base elettorale intorno al messaggio “legge e ordine”. Oggi il comitato elettorale repubblicano non cerca più di camuffare il razzismo del presidente ma lo porta in primo piano, come dimostra la decisione di dare spazio nella convention a Mark e Patricia McCloskey, marito e moglie che a giugno puntarono le armi contro i manifestanti pacifici di Black lives matter a St. Louis.

Il video in cui i McCloskey imbracciavano le armi si era diffuso online ed era stato pubblicato da Trump su Twitter. Il presidente era stato criticato da più parti, e alla fine aveva rimosso il tweet. Sembrava che il presidente si fosse spinto troppo oltre, e sembrava aprirsi uno spiraglio per affrontare finalmente in modo serio la questione della violenza della polizia e del razzismo istituzionale. L’omicidio di George Floyd, dicevano in molti, era stato troppo brutale per essere ignorato, e i sondaggi dimostravano che finalmente anche molti bianchi, compresi tanti conservatori, cominciavano a capire la reale portata del problema. Il movimento Black lives matter non era mai stato così popolare. Da tutto il paese arrivavano notizie incoraggianti su tentativi di riforma delle forze dell’ordine. Tutto questo succedeva solo due mesi fa.

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Ma poi il cambiamento si è fermato. Le proteste contro il razzismo sono continuate in alcune città, come Louisville e Portland, ma hanno perso forza. L’attenzione dei mezzi d’informazione si è spostata su altro. I tentativi dei democratici di far passare una riforma federale della polizia al congresso si sono scontrati con l’opposizione dei repubblicani.

Intanto il clima politico cambiava. Joe Biden ha consolidato un vantaggio importante su Trump nei sondaggi grazie a un messaggio moderato e capitalizzando gli errori della Casa Bianca nella gestione della pandemia di covid-19. Durante la convention democratica gli oratori hanno parlato molto della necessità di sanare le divisioni presenti nel paese, facendo capire di voler fare di tutto per conquistare gli elettori moderati e indipendenti che potrebbero essere delusi da Trump. Una frase sulla polizia che Biden ha pronunciato durante il suo intervento – “la maggior parte dei poliziotti è buona, ma dobbiamo fare in modo di identificare e incriminare quelli cattivi” – è stata accolta male da molti attivisti e politici progressisti, soprattutto i più giovani, convinti che Biden non sia la persona giusta per portare il cambiamento di cui ci sarebbe bisogno.

Il risultato paradossale è che, con l’avvicinarsi delle elezioni, i militanti di Black Lives Matter e le persone esasperate dalla violenza e dal razzismo istituzionale – che a livello locale continuano a organizzare manifestazioni pacifiche e a proporre riforme dei dipartimenti di polizia – avranno sempre meno rappresentazione politica a livello nazionale. E per molti di loro le proteste di piazza, come quella appena scoppiata a Kenosha, saranno l’unico modo per farsi ascoltare.