Manifestanti palestinesi si riparano durante gli scontri con le truppe israeliane vicino al confine con la Striscia di Gaza, il 16 febbraio 2018.

Attentatori per finta

Manifestanti palestinesi si riparano durante gli scontri con le truppe israeliane vicino al confine con la Striscia di Gaza, il 16 febbraio 2018.
19 febbraio 2018 17:14

Il 14 febbraio tre giovani palestinesi sono stati bloccati mentre portavano quattro bombe artigianali in un tribunale militare del nord della Cisgiordania. Casi simili c’erano già stati due giorni prima e a dicembre. Stupisce che i ragazzi siano così inconsapevoli delle procedure di sicurezza da pensare di poter entrare con i loro ordigni rudimentali.

Probabilmente sono stati spinti dallo spirito di emulazione. E ho la sensazione che i ragazzi volessero solo farsi arrestare, probabilmente per motivi economici: sono disoccupati e invidiano i loro coetanei delle famiglie benestanti e i compagni di scuola che attraverso i genitori hanno ottenuto un lavoro da Al Fatah. Magari pensano che l’arresto possa regalargli un po’ di prestigio sociale e una tregua dalle preoccupazioni economiche. Ma presto scopriranno che la detenzione ha costi altissimi per le famiglie dei condannati.

Un aspetto positivo c’è: questi ragazzi non volevano morire, altrimenti avrebbero fatto come tanti altri ragazzi e ragazze che negli ultimi due anni hanno cercato di accoltellare i soldati israeliani. In quei casi i soldati hanno prontamente soddisfatto il loro desiderio di morte.

Tra parentesi: sono in aumento anche i giovani della Striscia di Gaza che cercano di superare la barriera di separazione (la disoccupazione giovanile a Gaza sfiora il 60 per cento). Nella maggior parte dei casi finiscono in prigione, esentando temporaneamente le famiglie dall’obbligo di mantenerli.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questa rubrica è stata pubblicata il 16 febbraio 2018 a pagina 20 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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