Durante la Marcia del ritorno nel sud della Striscia di Gaza, al confine con Israele, il 30 marzo 2018.

La marcia palestinese non finisce con la strage

Durante la Marcia del ritorno nel sud della Striscia di Gaza, al confine con Israele, il 30 marzo 2018.
09 aprile 2018 15:08

Reprimere la lotta per i diritti dei cittadini e per l’uguaglianza non è così facile. Anche con settant’anni di esperienza alle spalle, non si può essere sicuri in anticipo che uccidere dei manifestanti disarmati servirà a ridurre il numero di persone che protestano invece che a farle aumentare.

L’esercito e i politici israeliani non hanno imparato la lezione della storia e considerano i palestinesi delle marionette di Hamas, dopo averli definiti marionette di Al Fatah o dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Ma decine di migliaia di persone disarmate non partecipano a una manifestazione di massa, organizzata nonostante le minacce di Israele, solo per ubbidire ad Hamas. Se il governo e l’esercito israeliano preferiscono presentare così la situazione ai loro cittadini dimostrano di disprezzare l’opinione pubblica. Se invece sono convinti che le cose stiano così, dimostrano di non capire la realtà, una cosa tipica dei regimi autoritari.

Come succede spesso con i fenomeni di massa, è difficile stabilire di preciso come sia nata la Marcia del ritorno. Alcune delle persone che hanno organizzato le proteste appartengono a una generazione relativamente giovane, che s’identifica con organizzazioni politiche tra loro rivali ma ne ha abbastanza delle lotte intestine. I gruppi politici – Hamas, Al Fatah e altre organizzazioni minori – hanno appoggiato la manifestazione. Non è un trucco, è consapevolezza politica.

Le date scelte non nascono da un calcolo cinico: il 30 marzo è la Giornata della terra, in cui si ricordano gli omicidi dei manifestanti palestinesi cittadini d’Israele che nel 1976 protestarono contro l’esproprio della loro terra, ed è una giornata nazionale che unisce tutti i palestinesi. Il dolore per la perdita della propria patria non è una messinscena. La scelta di un’azione di sei settimane lungo il confine è un tentativo politico di forzare il blocco esterno imposto da Israele, ma anche di superare quello interno.

Non è vero che il nazionalismo palestinese sta morendo (come sostengono alcuni osservatori israeliani). È in agonia l’Olp, l’organizzazione tradizionale che l’ha rappresentato fino a oggi, mentre Hamas non riesce a presentarsi come un’alternativa accettabile per tutti. La società palestinese, stanca di questa leadership e della spaccatura politica, è piena d’iniziativa. E cerca qualcosa che possa distruggere le barriere fisiche e psicologiche che dividono la nazione, qualcosa che sia basato sull’identità nazionale palestinese.

È in quest’ottica che bisogna analizzare la Marcia del ritorno, a prescindere dalla repressione israeliana. La decisione dello stato israeliano di usare le armi per reprimere l’iniziativa dei civili palestinesi è politica, non militare. Il governo Netanyahu non teme che si torni a parlare del “diritto al ritorno” (in base al quale i discendenti dei palestinesi cacciati nel 1948 dovrebbero riavere le case della loro famiglia nei territori oggi controllati da Israele): non è per questo che ha dato l’ordine di uccidere.

L’esercito israeliano si permette di uccidere civili disarmati perché l’opinione pubblica israeliana lo considera un atto di difesa

La verità è che la Marcia del ritorno scuote il pilastro fondamentale della politica israeliana, cioè l’idea di stroncare il progetto nazionale palestinese separando la Striscia di Gaza dal resto della società palestinese in Cisgiordania e Israele. Questa strategia, portata avanti per ventisette anni, ha contribuito a far nascere due governi palestinesi separati, e questo ha favorito i progetti di Israele. La marcia non fa altro che cercare di aggirare l’ostacolo dei due governi.

Le forze armate israeliane e i loro portavoce sanno già come rispondere ai prossimi sviluppi: se la Marcia per il ritorno si fermerà, diranno che è merito del pugno di ferro mostrato nella prima giornata. Se le manifestazioni continueranno, diranno che la repressione è stata troppo leggera. Fin dall’inizio i militari hanno sostenuto che la manifestazione non era pacifica come volevano far credere gli organizzatori. Come ha scritto il giornalista Amos Harel sul quotidiano israeliano Haaretz: “È stata lanciata qualche molotov, qualche ordigno improvvisato e alcuni hanno cercato di forzare la barriera ed entrare in Israele”.

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Ma davvero tutte le 17 persone uccise o i settecento feriti dai proiettili, che tra l’altro non hanno mai messo in pericolo le vite dei soldati o dei civili israeliani, stavano partecipando a queste attività? Chi ascolterà le testimonianze e guarderà le immagini, scoprirà che alcune di queste persone sono state colpite alle spalle e che tra i manifestanti c’era un’atmosfera pacifica, quasi di festa, prima che venisse aperto il fuoco.

L’esercito israeliano si permette di violare il diritto internazionale e uccide dei civili disarmati perché l’opinione pubblica israeliana lo considera a priori un atto di difesa. Nonostante qualche timida condanna, neanche la comunità internazionale rappresenta un ostacolo per lo stato israeliano. La Marcia del ritorno però, che continui o meno, mostra a Israele e al mondo intero che gli abitanti della Striscia di Gaza non sono solo persone da compatire, ma una forza politicamente consapevole.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito il 6 aprile 2018 nel numero 1250 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati

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