Alla fine la soglia dei cento rubli per euro è stata superata. Nel pomeriggio di martedì 16 dicembre la moneta russa ha perso il 20 per cento nell’arco di poche ore, arrivando a toccare quota 80 sul dollaro e varcando quel limite che fino a pochi mesi fa era inimmaginabile.

Secondo i dati della borsa di Mosca, un centesimo di euro è arrivato a valere un rublo. Qualche ora dopo il tasso di cambio si è stabilizzato, almeno momentaneamente, a 85 rubli per euro. Nel giro di undici mesi la moneta russa ha perso oltre il 60 per cento del suo valore. Non succedeva dal default del 1998, quello che arrivò dopo un decennio di disastri economici e spazzò via i risparmi di milioni di russi. Allora la moneta russa si svalutò pesantemente, con il dollaro che passò da 6 a 24 rubli in pochi mesi, e l’inflazione raggiunse l’84 per cento. Anche la produzione industriale era stata più che dimezzata dalle difficoltà della transizione.

Oggi la situazione non è altrettanto disperata: nonostante la crescita si sia praticamente fermata, il paese ha ancora riserve consistenti in valuta e un debito pubblico bassissimo, intorno al 15 per cento del pil. Eppure nell’ultimo anno nessuna divisa ha fatto male quanto il rublo. I motivi sono diversi. Innanzitutto c’è il crollo del prezzo del petrolio. Il 15 dicembre il Brent, il petrolio del mare del nord usato come riferimento per i prezzi del mercato del greggio, è sceso sotto i sessanta dollari al barile contro i 107 della media del 2013. Per un paese come la Russia, che di fatto vive di esportazioni di idrocarburi, le conseguenze di un simile tracollo non possono che essere deleterie, anche se forse prevedibili.

Queste difficoltà sono state amplificate da una serie di fenomeni almeno in parte legati alla crisi in Ucraina e al deteriorarsi dei rapporti con l’Europa e gli Stati Uniti. Il primo è la fuga di capitali, che le tensioni internazionali hanno certamente accelerato e che alla fine del 2014 ammonterà a oltre 120 miliardi di dollari, più del doppio rispetto all’anno precedente. Poi ci sono le sanzioni europee e statunitensi, che hanno impedito alle aziende russe, tra le quali i grandi gruppi pubblici, l’accesso ai prestiti delle banche occidentali, soldi di cui, per fare un esempio, l’industria delle risorse energetiche avrebbe urgente bisogno per sviluppare nuovi giacimenti e modernizzare le infrastrutture.

Dal punto di vista del funzionamento dei cambi, invece, le più recenti e violente oscillazioni del rublo dipendono anche dalla scelta della Banca centrale russa (Cbr), operativa dal 10 novembre, di liberalizzare il cambio della moneta abolendo il meccanismo che prevedeva acquisti o cessioni di valuta nel caso del superamento di certi parametri. Nel tentativo di tenere stabile la moneta, nell’ultimo anno la Cbr – guidata da Elvira Nabiullina, scelta personalmente da Vladimir Putin appena un anno e mezzo fa tra la stupore di molti analisti – ha speso più di 70 miliardi di dollari. Oggi il rublo fluttua liberamente sui mercati, anche se la Banca centrale si è riservata il diritto di intervenire in situazioni di stress eccessivo.

In realtà la Banca centrale ha già preso un provvedimento senza precedenti, costretta dalla gravità della situazione: dopo settimane molto complicate, e alla vigilia dell’ultimo tracollo, il 15 dicembre ha alzato i tassi d’interesse dal 10,5 al 17 per cento nel tentativo di bloccare la svalutazione del rublo. Ma dopo un’immediata e fugace reazione positiva, il risultato non è ancora stato raggiunto. E c’è anche un rischio collaterale: un costo del denaro più alto potrebbe frenare ulteriormente la crescita economica, già molto debole.

Intanto dal Cremlino sono arrivate le prime risposte alla crisi, tra cui l’annuncio del taglio del 10 per cento alla spesa pubblica. Il crollo del potere d’acquisto dei russi, tuttavia, avrà inevitabili conseguenze sulle loro abitudini – meno viaggi all’estero, meno acquisti di prodotti e beni stranieri – e si farà necessariamente sentire anche sui paesi che esportano in Russia. Tra cui, ovviamente, c’è l’Italia: se nei primi sei mesi del 2014 il valore delle esportazioni in Russia è calato di oltre il 21 per cento, soprattutto a seguito delle controsanzioni varate da Mosca, gli indicatori dei prossimi mesi saranno con ogni probabilità ancora peggiori.

In una situazione così complessa, su cui comincia ad aleggiare lo spettro del default e del 1998, torna necessariamente in primo piano la politica. Certo, considerati i motivi più profondi della debolezza dell’economia russa, è eccessivo pensare che un miglioramento dei rapporti tra occidente e Cremlino possa risolvere tutti i problemi. Ma senza sanzioni e controsanzioni gestire le difficoltà oggi sarebbe senz’altro più facile. Il punto è capire se Putin può permettersi di fare un passo indietro sulla questione ucraina dopo aver cavalcato per mesi gli ardori nazionalisti del paese, e quale sarà nel futuro prossimo l’atteggiamento dei governi occidentali nei confronti del Cremlino.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it