La Commissione europea ha presentato il Patto sull’immigrazione e l’asilo, che era stato anticipato dalle dichiarazioni della presidente della Commissione Ursula von der Leyen la settimana scorsa, in concomitanza con l’incendio che ha distrutto il campo profughi più grande d’Europa sull’isola greca di Lesbo. La presidente aveva annunciato l’abolizione del regolamento di Dublino, il sistema comune europeo sull’asilo che negli ultimi anni ha creato molti problemi nel processo di accoglienza dei richiedenti asilo, soprattutto per i paesi di frontiera come l’Italia e la Grecia.

Il regolamento, infatti, prevede che la responsabilità per la richiesta di asilo di un migrante sia attribuita al primo paese di ingresso in Europa, quindi nella maggior parte dei casi ai paesi di frontiera. Il 23 settembre il vicepresidente della commissione, il greco Margaritis Schinas, ha ribadito che il regolamento sarà superato in favore dell’introduzione di quello che ha definito un “meccanismo di solidarietà obbligatoria”. Ma cosa significa in questo caso solidarietà?

Il nuovo sistema prevede che uno stato dell’Unione europea possa chiedere l’intervento della Commissione per tre motivi: pressione migratoria o previsione di una pressione migratoria, crisi migratoria grave o sbarco di persone soccorse in mare. A quel punto la Commissione avrà l’obbligo di intervenire in sostegno del governo che ha chiesto aiuto. Ma i 27 paesi dell’Unione avranno la possibilità di scegliere come intervenire: potranno offrire accoglienza a un certo numero di richiedenti asilo arrivati nel paese di frontiera oppure potranno aderire a quello che è stato definito un programma di “return sponsorship” (sponsorizzazione dei rimpatri), finanziando cioè i rimpatri che saranno operati dal paese di frontiera.

Il nuovo sistema prevede inoltre che i paesi di frontiera adottino delle procedure rapide per l’esame della richiesta di asilo e che stabiliscano al massimo in cinque giorni chi ha diritto a chiedere asilo e chi invece debba essere rimpatriato. Questo implicherà l’adozione di liste di paesi terzi considerati sicuri (che al momento non sono omogenee in Europa) e che i migranti che provengono da determinati paesi non siano ammessi alla procedura di asilo, ma siano velocemente identificati come “rimpatriabili”. La procedura per la richiesta di asilo non potrà durare più di 12 settimane.

Un’idea paradossale di solidarietà
Il nuovo sistema non mette dunque in discussione il principio fondamentale del regolamento di Dublino, cioè quello del primo paese di ingresso, inoltre non sono stabilite né delle quote obbligatorie di ricollocamento dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione europea (un sistema che era previsto dall’Agenda europea dell’immigrazione del 2015 e che è stato sospeso due anni dopo, nel 2017) né sanzioni per chi non aderisce al sistema. Infine non sono previste strategie a lungo termine per regolare l’ingresso legale in Europa da paesi extraeuropei per ragioni umanitarie, economiche o di studio.

Nonostante gli arrivi in Europa siano diminuiti del 92 per cento rispetto al 2015, anno della cosiddetta crisi dei rifugiati, Bruxelles ha definitivamente rinunciato ad adottare un meccanismo di condivisione della frontiera e ha deciso di investire tutte le sue risorse sul suo rafforzamento, sui rimpatri e sugli accordi con i paesi di origine e di transito per bloccare le persone che provano a raggiungere l’Europa.

La proposta della Commissione, un documento di trecento pagine che influenzerà le politiche europee dei prossimi cinque anni, è già stata criticata da molte organizzazioni che si occupano di immigrazione in Europa. L’ong Oxfam ha accusato la Commissione di “essersi inginocchiata davanti ai governi sovranisti”. “È un compromesso tra pragmatismo e xenofobia”, ha commentato il ricercatore belga François Gemenne. Mentre per l’ong EuroMedrights, l’Unione europea diventerà “un’agenzia di viaggio per i rimpatri”. “È un documento estremamente vago, l’unica cosa chiara è l’enfasi sulla collaborazione con i paesi terzi per impedire l’arrivo o per favorire i rimpatri e il carico maggiore sui paesi di frontiera che dovranno adottare nuove procedure”, commenta Gianfranco Schiavone dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Sulla prima pagina del quotidiano francese Libération la condanna è ancora più netta: “L’Europa sprofonda nella vergogna”.

Il Patto della Commissione nei prossimi mesi dovrà essere vagliato e approvato dal parlamento europeo e infine dal consiglio, cioè dai capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione europea, e c’è da aspettarsi che i paesi del sud e di frontiera come Italia, Spagna e Grecia daranno battaglia. Bisogna capire se saranno contenti del nuovo significato attribuito alla parola “solidarietà”.

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