Il campo profughi di Moria sull’isola di Lesbo, in Grecia, il 15 novembre 2015. (Alkis Konstantinidis, Reuters/Contrasto)

Come funziona il sistema di Dublino

Il campo profughi di Moria sull’isola di Lesbo, in Grecia, il 15 novembre 2015. (Alkis Konstantinidis, Reuters/Contrasto)
16 maggio 2019 16:58

Questo articolo fa parte di una serie realizzata da Internazionale per spiegare come funzionano le istituzioni dell’Unione europea, in vista delle elezioni del 26 maggio 2019.

Il sistema di Dublino serve ad armonizzare le politiche degli stati dell’Unione europea sull’asilo. Stabilisce quali paesi sono competenti per l’esame delle richieste di asilo all’interno dell’Unione e assicura a ogni richiedente che la sua domanda sia esaminata nel rispetto della convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. Si basa sul principio del primo paese d’arrivo, secondo cui lo stato responsabile per l’esame della richiesta è quello d’ingresso nell’Unione.

Convenzione di Dublino

È stato il primo accordo per stabilire regole europee sul diritto d’asilo. La convenzione fu siglata nella capitale irlandese nel 1990 dai dodici paesi che in quell’anno facevano parte dell’Unione (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito), a cui successivamente si aggiunsero Austria, Svezia e Finlandia. Entrata in vigore nel 1997 , introduceva il criterio del primo paese d’ingresso.

Dublino II

Dopo l’entrata in vigore del trattato di Amsterdam, nel 1999, il diritto d’asilo diventò di competenza comunitaria con l’approvazione del regolamento Dublino II, che nel 2003 sostituì la convenzione. Il nuovo regolamento si applicava a tutti gli stati dell’Unione – tranne la Danimarca, che negoziò una clausola di esclusione – e a quattro paesi non comunitari: Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda. Il regolamento ribadiva il principio del primo paese d’arrivo.

Dublino III

Il 1 gennaio 2014 è entrato in vigore il regolamento Dublino III, che ha sostituito il precedente, confermandone i princìpi di fondo e apportando alcune modifiche. La nuova disciplina conferma il divieto di presentare domanda di asilo in più di uno stato e prevede che la richiesta sia esaminata nel primo paese d’ingresso nell’Unione. Tra le novità ci sono l’ampliamento dei termini per il ricongiungimento familiare, la possibilità di fare ricorso contro un ordine di trasferimento e maggiori tutele per i minori. Del cosiddetto sistema di Dublino fa parte anche il database Eurodac (European dactyloscopie), un archivio con le impronte digitali dei richiedenti asilo e delle persone fermate mentre cercavano di varcare illegalmente una frontiera esterna dell’Unione. Confrontando i dati, gli stati possono capire se un richiedente asilo ha già presentato domanda in un altro paese.

Le critiche

Il sistema di Dublino ha ricevuto numerose critiche, in particolare dal Consiglio europeo per i rifugiati e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Pensato originariamente per gestire le richieste di asilo dai paesi ex comunisti dell’Europa dell’est dopo il 1989, il sistema è accusato di non garantire adeguata protezione ai richiedenti asilo, spesso costretti ad aspettare anni prima che le loro richieste siano esaminate. Inoltre non tiene conto a sufficienza dei ricongiungimenti familiari e comporta una pressione maggiore per i paesi alle frontiere meridionali dell’Unione, che sono la porta d’ingresso per gran parte dei migranti e dei profughi.

La riforma

Dopo la cosiddetta crisi dei rifugiati del 2015, gli squilibri tra i paesi europei nell’accoglienza dei profughi hanno reso evidente la necessità di nuove regole europee in materia di asilo. Una bozza di riforma era stata presentata dalla Commissione europea. Il documento, tuttavia, non cambiava i criteri di base del regolamento di Dublino. In seguito, nel novembre 2017 il parlamento europeo ha approvato una proposta di riforma più ampia, che però non è stata poi adottata. La proposta prevedeva un superamento dei criteri di Dublino e sostituiva il principio del primo paese d’arrivo con un meccanismo permanente e automatico di ricollocamento dei richiedenti asilo secondo un sistema di quote, a cui avrebbero dovuto partecipare tutti gli stati dell’Unione.

L’altra novità era l’introduzione di criteri che tenessero conto dei rapporti (soprattutto legami familiari) del richiedente asilo con lo stato in cui vuole presentare domanda. Per facilitare l’adozione di un nuovo regolamento, la Bulgaria, presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea nel primo semestre del 2018, ha proposto un compromesso per rendere volontario il sistema di distribuzione dei profughi e consentire ai paesi contrari ad accogliere richiedenti asilo la possibilità di versare del denaro (circa 30mila euro per ogni persona rifiutata) allo stato d’accoglienza. Il piano è stato bocciato nella riunione dei ministri dell’interno dell’Unione del 5 giugno a Lussemburgo. A opporsi al compromesso sono stati i paesi baltici e del gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia), contrari a qualsiasi ipotesi di quote, e, per motivi diversi, anche altri stati, tra cui Francia, Germania e Paesi Bassi. Anche il governo italiano si è opposto, in particolare il vicepresidente del consiglio Matteo Salvini. Nel consiglio europeo del 28 e 29 giugno è stato alla fine raggiunto un accordo minimo sulla gestione dei flussi migratori che prevede il ricollocamento dei migranti tra i paesi europei su base volontaria e non affronta il tema dell’asilo. Lo scorso dicembre la Commissione europea ha ammesso di aver abbandonato l’idea di cambiare le regole europee sul diritto d’asilo.

Questo articolo fa parte di una serie realizzata da Internazionale per spiegare come funzionano le istituzioni dell’Unione europea, in vista delle elezioni del 26 maggio 2019. È stato pubblicato nel numero 1303 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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