Quando un conflitto va fuori controllo

29 ottobre 2018 15:19

Accendiamo la tv, apriamo un giornale o una pagina in rete. Sentiamo lo sfogo di qualcuno. In certi giorni sembra che tutti stiano litigando con tutti. E anche a noi può venir voglia di litigare: uh, in realtà avremmo un sacco di motivi, no?

Del resto, a pensarci bene, possiamo renderci conto che una dose di conflitto è ineliminabile, sia dalle vite dei singoli individui, sia dalle dinamiche aziendali, sia dalle relazioni tra istituzioni, o tra stati.

Questo succede perché, in realtà, un conflitto (dal latino conflictus, urto, derivato di confligĕre, cozzare), nella sua essenza non è altro che un contrasto tra istanze, bisogni e obiettivi diversi. Suvvia, è davvero impensabile che tutti, dai singoli individui alle organizzazioni agli stati, possano avere sempre gli stessi interessi, e possano sempre condividere i medesimi obiettivi e ritenersi soddisfatti da una identica condizione.

Aggiungo solo un paio di elementi: viviamo in tempi complessi e veloci, e complessità e velocità possono più facilmente esasperare che sciogliere i conflitti.

E mettiamoci anche la rete, con il suo corredo di voyeurismo, notizie false, rancore, senso di rivalsa, emozionalità esasperata, disintermediazione e solitudine. L’arena perfetta dove qualunque conflitto, piccolo o grande che sia, può mettersi in scena e trovare una ragion d’essere ulteriore, guadagnandosi un bel pubblico.

Per disinnescare un conflitto bisogna sapere come funziona

C’è una cosa da sapere, però. Su qualunque piano (interpersonale, sociale, istituzionale, politico) si accenda un conflitto, se non si prova a governarlo e a contenerlo qualcuno (o tutti) poi finiscono per farsi molto male.

Ma per riuscire a disinnescare un conflitto bisogna sapere come funziona, e quando e come si intensifica. Insomma, gente: potrebbe rivelarsi un buon investimento leggere le righe che seguono. Vi raccontano in sintesi un modello semplice e intuitivo dell’escalation conflittuale, messo a punto negli anni ottanta dal ricercatore austriaco Friedrich Glasl. Il modello di Glasl è oggi ampiamente usato nel mondo per determinare a che stadio è un conflitto e, di conseguenza, che cosa è meglio fare per contenerlo.

Lo schema è elementare: una discesa verso il disastro, in un succedersi di scontri che si fanno sempre più insensati, violenti e primitivi.

Nove gradini verso l’abisso
La discesa di Glasl si articola in nove gradini, o passi, o mosse, raggruppati a tre a tre L’idea di base è che se non si interviene in modo consapevole la discesa sia ineluttabile, e che uscire dal conflitto riducendone i costi (individuali, sociali, politici) diventi via via più complicato, fino a risultare impossibile.

Il fatto vero, dice Glasl, è che il conflitto ha una sua logica interna, che è implacabile e a un certo punto va oltre la volontà dei contendenti.

Nella prima fase, gli attori pensano che si potrebbe ancora trovare una soluzione in cui entrambi “si vince” accordandosi in qualche modo.

Il conflitto nasce da un oggetto specifico (istanza, bisogno, obiettivo): per esempio, tu vuoi che stasera io lavi i piatti, e io voglio che li lavi tu.

Al posto dei piatti, cambiando scenari e protagonisti, potete mettere qualsiasi altro elemento di contesa: il rumore di tacchi del vicino di sopra. Le migliori strategie per il lancio di un nuovo prodotto. I limiti europei in materia di bilancio, o gli accordi commerciali tra stati in tema di esportazioni: ogni tema, minore o maggiore, su cui due attori possano non essere d’accordo.

I primi tre gradini di Glasl sembrano abbastanza inoffensivi, e può capitare di scenderli con allegra baldanza. All’inizio, c’è solo un po’ di tensione sull’argomento del contendere (gradino 1). Se il disaccordo permane, la frustrazione di entrambi i contendenti cresce, e si comincia a polemizzare (gradino 2) fino a quando uno dei due non decide che continuare a parlarsi è del tutto inutile. E dunque (gradino 3) passa dalle parole all’azione, facendo qualcosa per mettere la controparte davanti al fatto compiuto.

La discesa lungo il secondo gruppo di tre gradini è testosteronica. Il focus del conflitto si sposta dall’oggetto del contendere, che al gradino 4 è già diventato marginale, alla controparte in sé, considerata stupida, incompetente o malvagia: dunque, tu (che incidentalmente non vuoi lavare i piatti) sei un idiota. L’ideale, per entrambi i contendenti, è “vincere” facendo sì che l’altro “perda”. Si cercano alleati tra gli eventuali spettatori, si aggredisce e si sfotte la controparte, svalutandola.

Al gradino 5, l’obiettivo di ciascun contendente è far perdere la faccia all’altro, etichettando se stesso come “buono” e l’altro come “cattivo”. Il conflitto diventa così crudo che gli spettatori tendono a defilarsi, con ciò lasciando i contendenti ancor più liberi di comportarsi al peggio.

Il gradino 6 è quello degli ultimatum e delle minacce (“se tu non vuoi più lavare i piatti, io non porterò mai più fuori la spazzatura”. “Benissimo, e allora resterà lì per sempre.” ”Grandioso, e io le darà fuoco”). A questo punto, entrambi i contendenti perdono il controllo sul corso degli eventi.

I conflitti andrebbero risolti quando sono ancora piccoli. E alimentarli per farli crescere è scherzare col fuoco

Quando si precipita fino al terzo gruppo di tre gradini, il conflitto è così profondo che ciascuno vuole distruggere l’altro anche a costo di danneggiare se stesso. Al gradino 7, si mettono in atto le minacce espresse al gradino 6. Ogni contendente viene totalmente disumanizzato dall’altro, che ne parla come di un “nemico” da “sterminare”.

Al gradino 8, si tratta di far effettivamente fuori l’avversario, ma senza esserne distrutti: un duplice obiettivo, che raddoppia lo stress di ciascun contendente. La situazione è ormai del tutto fuori controllo. Se la contesa è tra organizzazioni, una o entrambe si possono frammentare, dando luogo a contese interne minori.

Al gradino 9, nemmeno le istanze di autoconservazione valgono più, e l’unica cosa che conta è l’annientamento dell’avversario, a qualsiasi costo.

Se il modello di Glasl vi interessa (o, giustamente, vi preoccupa) c’è un video (mezz’ora circa, in inglese) che aggiunge commenti ed esempi a quanto ho raccontato qui sopra.

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Morale: i conflitti andrebbero risolti quando sono ancora piccoli. E alimentarli per farli crescere è scherzare col fuoco, perché a un certo punto le cose diventano davvero incontrollabili. Tra l’altro, alla luce del modello di Glasl dovrebbe essere chiaro che gli inviti a moderare i toni che capita di sentire sempre più spesso sono qualcosa di più che un semplice appello a non scordare le buone maniere.

C’è anche da dire che lo schema di Glasl è, appunto, uno schema. Non tutti i conflitti procedono in maniera lineare, e a volte si verificano ripetuti andirivieni su e giù per gli scalini. O può darsi che un contendente si comporti come se fosse al terzo scalino, mentre l’altro dà fuori di matto come se fosse al sesto.

Se qualcuno fa così, è perché vuole alimentarlo, il conflitto. E c’è solo da sperare che qualcun altro arrivi e gli tolga di mano i fiammiferi.

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