11 maggio 2020 11:45

Facciamo un passo avanti.

Praticamente tutti hanno sottostimato il rischio connesso con il covid-19. Non caschiamoci di nuovo ora tornando a sottostimarlo. O sottostimando rischi ancor peggiori.

Impariamo dagli errori. Cogliamo i segnali.

Un ottimo articolo su The Correspondent individua quattro importanti analogie tra pandemia ed emergenza climatica. Entrambe sono, all’inizio, “invisibili”, e hanno un “periodo d’incubazione” (settimane in un caso, anni nell’altro) che ne maschera la gravità. In secondo luogo, entrambe sono pervasive: riguardano l’intero pianeta e nessuno può considerarsi tanto lontano da non subire qualche conseguenza.

In terzo luogo, entrambe affliggono tutti, ma colpiscono le persone e le categorie più fragili e disagiate con particolare violenza. Infine: per entrambe, le soluzioni coincidono con grandi cambiamenti su scala globale. In sostanza: l’emergenza climatica è una pandemia “al rallentatore”.

Ma l’emergenza climatica è, per altri versi, peggiore del covid-19 perché, oltre una certa soglia che è stata chiaramente indicata, è irreversibile. E perché non c’è (non può esserci) un “vaccino” che ci permette di continuare a vivere come sempre mettendoci però al riparo dal rischio.

Prevenzione come unica cura
L’emergenza climatica è peggiore anche perché le aree più fragili, quelle che possono risultare più colpite, sono anche densamente popolate: stiamo parlando di India, Africa, Sudamerica, Medio Oriente.

L’unica cura possibile per l’emergenza climatica è la prevenzione. Cambiare prima che sia troppo tardi. E agire prima che il problema diventi così drammatico da non poter essere più né ignorato, né risolto. Questa è una chiave: quando il problema sarà evidente a tutti, sarà anche troppo tardi per risolverlo.

Un recentissimo studio, svolto da scienziati statunitensi, europei e cinesi, ci dice che “più di tre miliardi di persone potrebbero essere esposte al caldo estremo entro il 2070”, e che, in assenza di contromisure radicali, le temperature dei prossimi 50 anni potrebbero modificarsi e accrescersi più di quanto abbiano fatto negli ultimi seimila anni. Per dire: seimila anni fa eravamo ancora ai limiti estremi dell’età della pietra.

Per avere un’impressione diretta del cambiamento climatico in atto, basta aspettare che arrivi l’estate

Chiariamoci: il caldo estremo significa difficoltà di approvvigionarsi d’acqua e di cibo. Carestie. Migrazioni. E mille altri sconvolgimenti.

E il 2070 non è “fra un sacco di tempo”. Chi oggi ha vent’anni, o trenta, e perfino quaranta, ha discrete possibilità di arrivarci. Ovvio: ammesso che la speranza media di vita continui a crescere com’è successo fino al 2019 (Istat, ultimi dati disponibili).

Se volete avere un’impressione visiva degli sviluppi dell’emergenza climatica, c’è un bell’articolo della Bbc. È stato pubblicato nel gennaio 2020. Un attimo prima che tutti ci mettessimo a parlare della pandemia, scordandoci il resto.

Se volete avere un’impressione diretta, vi basta aspettare che arrivi l’estate. C’è un 75 per cento di probabilità che la prossima sia in assoluto l’estate più calda dal 1880, anno in cui sono cominciate le registrazioni strumentali, e un 99,4 per cento di possibilità che sia tra le cinque più calde da allora.

Durante il confinamento il mondo si è fermato. Ora i cieli di Los Angeles sono più azzurri e gli alberi nei viali di Milano non sono mai apparsi così verdi e rigogliosi. Eppure si stima che al 30 aprile le emissioni siano scese solo dell’8 per cento. Si è ridotto l’impatto dei trasporti, una parte dell’intero sistema produttivo ha rallentato, ma abbiamo continuato a consumare energia e calore. E comunque noi non dobbiamo ragionare in termini di rallentamento, ma di cambiamento.

Dobbiamo cambiare adesso.

Non ci sono evidenze che il virus che causa il covid-19 sia sfuggito a un laboratorio. Ma certo: pensare a un “nemico invisibile” espressione di un “complotto”, e a cui si deve fare “una guerra” fa comodo a molti.

Equilibri sottili
Oltre a incoraggiare la paranoia, le istanze divisive e le derive autoritarie, queste credenze permettono infatti di ignorare un dato di fatto macroscopico: il pianeta non è lo scenario inerte e immutabile della nostra espansione e delle nostre scelte predatorie. Il pianeta pullula di vita che è altro da noi. E si regge su equilibri sottili, alterando i quali mettiamo a rischio in primo luogo quella forma di vita che siamo noi stessi.

Oggi bisognerebbe saper ragionare su due direttrici: le emergenze, economiche, sociali, sanitarie, hanno bisogno di risposte immediate, efficaci e comunicate con chiarezza.

I problemi strutturali, in ambito economico, sociale e sanitario hanno bisogno di soluzioni di lungo periodo, che tengano conto del complesso dei rischi presenti e futuri a cui sono esposti i paesi, le popolazioni e il pianeta. Prima tra tutti l’emergenza climatica, con tutte le sue gigantesche implicazioni. È alla luce dell’emergenza climatica che deve essere studiata la validità delle soluzioni, nessuna esclusa.

pubblicità

Requisito importante: anche le risposte immediate dovrebbero essere in linea, e non in contraddizione, con le soluzioni a lungo termine. In altre parole: le cose non possono e non devono tornare come prima. A tutti coloro che in minima o in maggiore parte governano le sorti del mondo è chiesto uno straordinario sforzo di visione.

Abbiamo una finestra temporale di pochi mesi per decidere come tutto quanto andrà a finire, affermava qualche giorno fa lo storico Yuval Noah Harari. Ora Timothy Garton Ash, dalle pagine del Guardian, ribadisce che da una parte c’è il sogno di un sistema più equo, cooperativo e sostenibile, dall’altra l’incubo di un mondo egoista, disuguale, e con più che possibili derive autoritarie. E che sta a noi scegliere, adesso.

A parte privilegiare scelte individuali sostenibili (alimentazione e consumi in primo luogo) c’è qualcos’altro che ciascuno di noi può fare: continuare a parlare di questi temi.

Mantenere alta l’attenzione, tanto da esercitare pressione crescente sui decisori. Il sistema dei mezzi di comunicazione oggi è tale da permettere a una moltitudine di singoli che converge su un argomento di far sentire la sua voce.