28 aprile 2021 14:50

Un articolo appena uscito su The Cut mette in relazione sport, percezione del dolore e aspettative, a partire da una ricerca danese intitolata “Il potere delle parole”. I risultati sono molto, molto interessanti.

Ecco, in sintesi, di che si tratta: tutti sappiamo che dopo aver fatto sport ci si sente meglio. È una conseguenza fisiologica, e dimostrata. Facendo attività fisica, infatti, attiviamo una serie di modificazioni chimiche e ormonali, riduciamo la sensibilità allo stress e alla depressione, miglioriamo il tono dell’umore, la memoria, la concentrazione. E possiamo mitigare la percezione del dolore.

Eppure.

Eppure, questi benefici reali e oggettivi (lo ripeto: ampiamente dimostrati, e incontrovertibili) possono ridursi, fino ad azzerarsi, se sono contraddetti dalle aspettative del soggetto che fa sport.

Lo studio ha coinvolto 83 volontari, di cui è stata prima misurata la tolleranza al dolore. Poi, i volontari sono stati divisi in tre gruppi. Al primo, i ricercatori hanno correttamente ricordato che fare esercizio fisico avrebbe significativamente aumentato la soglia (cioè, il livello di tolleranza) del dolore. Al secondo gruppo non hanno detto nulla di specifico. Al terzo, hanno detto (mentendo, ovviamente) che l’esercizio fisico avrebbe diminuito la capacità di sopportare il dolore.

In seguito, ciascun soggetto ha fatto una breve e intensa sessione di squat isometrico.

Infine, il test sul dolore è stato ripetuto. E le percezioni dei diversi gruppi sono risultate allineate – questo è il dato clamoroso – non alla realtà fisiologica, ma alle aspettative generate dalle dichiarazioni dei ricercatori.

Nel dettaglio: il gruppo che si aspettava effetti benefici ha rilevato un incremento di tolleranza al dolore del 22 per cento, comunque lieve rispetto all’incremento registrato nel gruppo di controllo, che non aveva ricevuto informazioni specifiche. Invece, le aspettative negative hanno non solo cancellato del tutto i benefici dell’esercizio, ma hanno addirittura diminuito (del 4 per cento in media) la soglia del dolore rispetto alla misurazione precedente.

Effetti collaterali
Tutto ciò attesta che “non solo la mente può essere più potente del corpo”, commenta The Cut, ma che “i cattivi pensieri possono avere effetti” (non solo mentali, ma fisici!) “superiori a quelli buoni”.

Parlando di interazioni tra corpo e mente, non posso non fare almeno un cenno all’effetto nocebo, simmetrico e contrario all’effetto placebo, e peraltro ben noto nella pratica clinica. Una citatissima ricerca afferma (traduco testualmente) che “la divulgazione di informazioni sui potenziali effetti collaterali” (con il conseguente insorgere di aspettative negative) “può essa stessa contribuire a produrre effetti avversi… è un fenomeno neurobiologico, che può manifestarsi con cambiamenti corporei rilevabili”.

Ma che cos’è, in concreto, una “aspettativa”?

Noi chiamiamo “aspettativa” la convinzione forte (ehi! Forte non significa fondata) che qualcosa di specifico succederà. In questo sta, forse, la maggiore differenza tra “aspettativa” e “speranza”, anche se entrambe riguardano eventi che ancora non si sono verificati.

La speranza ha a che fare con la fiducia e con il desiderio. È un sentimento ottimista ed energico. E affronta positivamente un futuro che, tuttavia, è percepito come incerto.

L’aspettativa, invece, può essere sia ottimistica sia pessimistica, può avere una componente ansiosa, e dà per scontato il verificarsi di ciò che, appunto, ci si aspetta.

Perfino nel nutrire aspettative (eccessivamente) positive c’è una trappola. Si chiama “frustrazione”

Proprio in questo “dare per scontato” stanno le diverse insidie del nutrire aspettative.

Da una parte, nella misura in cui ci si aspetta il verificarsi di un dato risultato o evento, è facile comportarsi da subito come se tutto fosse già accaduto. È la profezia che si autoavvera, un fenomeno teorizzato dal sociologo americano Robert K. Merton. L’esempio classico è questo: Andrea si convince che il suo matrimonio fallirà, quindi si comporta come se fosse già fallito, quindi lo fa effettivamente fallire.

Il medesimo meccanismo funziona (anche questo è notevole) nel meno frequente caso delle aspettative positive. Per esempio, lo psicologo sperimentale Richard Wiseman ha dimostrato che le persone che si ritengono fortunate sono di norma più aperte e più capaci di intercettare opportunità favorevoli e, appunto “fortunate”.

Oppure: ai docenti di una scuola viene detto che alcuni alunni (in realtà scelti a caso) hanno grandi potenzialità. Dunque, i docenti cominciano a seguirli con un’attenzione speciale. Ottenendo, a fine anno, proprio i risultati attesi.

Anche in questi casi, la percezione orienta il comportamento, e i positivi risultati del comportamento rafforzano ulteriormente la percezione.

Eppure, perfino nel nutrire aspettative (eccessivamente) positive c’è una trappola. Si chiama “frustrazione”.

Eccesso di aspettative
“Noi valutiamo costantemente i nostri risultati nella vita in base alle nostre aspettative e alle aspettative degli altri”, scrive Sydney Finkelsein, docente di management al Dartmouth College. “Le nostre aspettative orientano il modo in cui percepiamo un film o un libro, il modo in cui valutiamo le prestazioni di un prodotto, o la qualità del nostro posto di lavoro”.

Un eccesso di aspettative espone, appunto, alla frustrazione. Per esempio, un’altra ricerca assai citata sui libri candidati o vincitori di premi letterari ci dice che questi, dopo la candidatura, attraggono sì più lettori, ma che i libri effettivamente premiati ricevono dai medesimi lettori (disorientati dall’eccesso di aspettative) valutazioni che “declinano precipitosamente”. Il titolo della ricerca è The paradox of publicity: how awards can negatively affect the evaluation of quality.

In effetti, ho la sensazione che il paradosso dell’eccesso di aspettative si possa verificare in molti altri ambiti, leadership politica compresa.

“Le tue aspettative, più di ogni altra cosa, determinano la tua vita”, scrive Forbes in un articolo intitolato “Otto aspettative irrealistiche che ti rovineranno”. Tra queste: l’idea che la vita “deve essere giusta” e che “le opportunità arriveranno da sole” (e che quindi basti aspettare perché tutto si sistemerà spontaneamente). L’idea che “tutti debbano piacermi”, che “tutti debbano essere d’accordo con me” e che “tutti sappiano quello che voglio dire” (risultato: più spesso del dovuto ci si sente feriti, offesi o incompresi, ma non si fa nulla per rimediare o per ovviare).

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E poi: l’idea di poter cambiare anche le persone che non vogliono farlo (questo non succederà, soprattutto se i contesti restano gli stessi). L’idea che “sto per fallire” (e qui siamo in piena profezia che si autoavvera). E l’idea che “gli eventi mi renderanno felice” (difficile che un evento esterno, anche rilevante, modifichi in maniera permanente un’insoddisfazione interiore).

In sintesi: sarebbe meglio affidarsi all’energia positiva e fiduciosa della speranza, coltivare il bene della gratitudine, essere consapevoli dell’impatto delle aspettative ed evitare di coltivarne troppe e irrealistiche, o negative.

Tutto ciò, senza nutrire l’aspettativa, a sua volta irrealistica, che basti leggere un articolo come questo per cambiare tutto quanto in un battibaleno.