13 febbraio 2020 14:44

Il parallelo è agghiacciante. Mentre sono trascorsi quattro anni di impunità per gli agenti di sicurezza egiziani che hanno torturato a morte il ricercatore italiano Giulio Regeni, dal Cairo arrivano notizie del giovane egiziano Patrick Zaki, studente all’università di Bologna, torturato con scosse elettriche dalle stesse forze di sicurezza. Questa volta, però, l’Italia e l’Europa devono farsi sentire di più: questa volta, deve andare meglio.

Patrick George Zaki, 27 anni, ricercatore egiziano per i diritti umani, è studente del programma Gemma all’università di Bologna. Il suo master in studi di genere e delle donne (Gemma), coordinato dall’università di Granada, è finanziato dal programma Erasmus Mundus dell’Unione europea. Zaki è stato arrestato il 7 febbraio 2020 al suo arrivo in Egitto per una breve visita alla sua famiglia.

Il sito indipendente egiziano Mada Masr ha parlato a Samuel Thabet, l’avvocato di Zaki. Thabet ha spiegato che “Zaki è stato portato nell’ufficio dell’Agenzia della sicurezza nazionale all’interno dell’aeroporto, dove è stato bendato e trattenuto per 17 ore. È stato quindi trasferito in una sede della sicurezza nazionale della sua città di origine, Mansura, a circa 120 chilometri dal Cairo, dove è stato picchiato, spogliato e sottoposto a scosse elettriche sulla schiena e sulla pancia. È stato anche abusato verbalmente e minacciato di stupro”.

Nel commissariato di Mansura è stato interrogato in presenza del suo avvocato. Thabet spiega che gli agenti avevano degli screenshot della sua pagina Facebook e tentavano di accusarlo di aver pubblicato notizie false, incitato alla protesta, fatto appello al rovesciamento dello stato, di gestire un account sui social network che mira a “minacciare l’ordine sociale e la sicurezza e a incitare alla violenza e ad atti terroristici”. È stato anche interrogato a lungo sul suo lavoro sui diritti umani e sullo scopo della sua permanenza in Italia.

Una faccenda puramente egiziana?
Il primo elemento sottolineato dal comunicato ufficiale del ministero dell’interno egiziano è che Zaki non è italiano: “Quello che veicolano certi social network sul fatto che è stato arrestato un italiano di nome Patrick è falso. È stato arrestato un egiziano il cui nome completo è Patrick George Michel Zaki Suleiman in seguito a una decisione del procuratore di trattenerlo per 15 giorni mentre proseguono le indagini”.

Il quotidiano egiziano Al Masry al Youm scrive un articolo di quattro righe citando solo fonti di sicurezza. Si tratta chiaramente di ribadire che Zaki è di nazionalità egiziana e che l’Italia non c’entra. Mentre un altro quotidiano, Akhbar al Youm, riporta l’opinione di Nashat al Dihy, presentatore del programma Carta e penna trasmesso dalla tv satellitare egiziana Ten: Al Dihy pensa che l’organizzazione per i diritti umani Iniziativa egiziana per i diritti individuali serve a “diffondere l’omosessualità” e spiega in diretta che “questa faccenda è puramente interna all’Egitto”, approfittandone per fare un discutibile ritratto dello studente: “Questo Patrick è un omosessuale (l’omosessualità in Egitto è un crimine, ndr) che è andato a studiare per un master sull’omosessualità all’estero e che lavora per un’organizzazione di promozione dell’omosessualità”. Dopo avere anche insinuato che si tratta “sicuramente di un terrorista”, conclude: “È un cittadino egiziano, e il suo arresto è dunque una procedura al 100 per cento egiziana”. Il parallelo con un altro studente torturato a morte è inquietante: anche contro Regeni i mezzi d’informazione di regime egiziani avevano costruito una campagna di stampa con il pretesto dell’omosessualità.

Davanti al buio degli arresti e delle sparizioni, l’Italia e l’Europa rappresentano l’ultima possibilità di protezione

Purtroppo, lo scenario dell’arresto di Zaki è comune nell’Egitto del generale Abdel Fattah al Sisi. Molti altri attivisti e ricercatori sono stati arrestati direttamente al loro arrivo all’aeroporto. Amnesty international Italia, in un suo rapporto, intitolato Egitto: “Tu ufficialmente non esisti”. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo, rivela “una vera e propria tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, compresi minorenni, sparire nelle mani dello stato senza lasciare traccia”.

Per gli amici di Zaki che hanno creato la petizione online su Change è invece importante chiamare in causa l’Italia: sulla foto della petizione Patrick George Zaki è ritratto, sorridente, a piazza Venezia, a Roma. Davanti al buio degli arresti e delle sparizioni, l’Italia, l’Europa rappresentano l’ultima possibilità di protezione.

A Bologna, gli amici di Zaki hanno organizzato un flash mob in piazza, le associazioni di studiosi di Medio Oriente e alcuni storici italiani hanno scritto una lettera di protesta, l’Alma Mater di Bologna ha pubblicato un comunicato in cui auspica che il ritorno dello studente – che ha vinto una borsa di studio – avvenga al più presto. Giuseppe De Cristofaro, sottosegretario del ministero dell’università e della ricerca, è citato dai mezzi d’informazione egiziani per la sua decisione di allertare l’Unione europea sulla faccenda.

I grandi affari bellici
Il quotidiano panarabo Al Araby al Jadid è però pessimista: nonostante il caso Regeni, i rapporti economici tra Italia ed Egitto si sono intensificati, in particolare sul fronte dell’energia – in seguito alla scoperta dell’Eni dell’enorme giacimento di gas Zohr – e della cooperazione militare. Al giornale sono pervenute informazioni sulla “possibilità imminente di un accordo sugli armamenti tra il Cairo e Roma per un importo di nove miliardi di euro. Si sta anche aspettando l’approvazione del governo italiano per vendere due fregate della marina militare all’Egitto per un totale di 1,5 miliardi di euro. Queste due navi si uniscono a quelle che il Cairo aveva precedentemente acquistato da Parigi. Un terzo atto dovrebbe includere il vero ‘grande affare’, la vendita di elicotteri e aerei da caccia del tipo Typhoon. Fonti diplomatiche europee al Cairo hanno anche rivelato ad Al Araby al Jadid che il Cairo aveva informato, lo scorso autunno, Roma e Parigi del suo desiderio di ‘aumentare l’efficienza delle sue forze navali ed espandere la flotta di fregate multitasking’, e che l’Italia dispone di strutture per fregate, che può fornire all’Egitto al più tardi nella primavera del 2020”.

In questo gioco di specchi, l’abbraccio tra le società civili di Italia ed Egitto si rende sempre più necessario, come testimonia l’immagine del murales di Laika apparso l’11 febbraio sui muri di villa Ada a Roma, nelle vicinanze dell’ambasciata d’Egitto in Italia, in cui si vede Giulio Regeni che abbraccia Zaki e promette che “questa volta andrà meglio”.

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Mentre si spera che sia effettivamente così, Zaki si sta aggiungendo a una schiera di “santi martiri della rivoluzione”, scrive il sito indipendente arabo Daraj: “Come un san Patrizio irlandese armato di un trifoglio, anche Patrick ha piantato una rivoluzione a tre foglie – pane, libertà e giustizia sociale – disturbando i serpenti egiziani. Certo, non indossando l’abito del santo ma piuttosto gli occhiali dell’osservatore che gli hanno permesso di monitorare le violazioni dei diritti dei cittadini egiziani, e in particolare gli attacchi contro i copti, i cristiani egiziani”. Patrick George appartiene infatti anche all’importante comunità cristiana copta che conta circa dieci milioni di persone. Abdel Fattah al Sisi si è presentato spesso come il loro protettore per giustificare la violenza contro i Fratelli musulmani e i suoi metodi autoritari. “Patrick Zaki è un giovane copto con un volto calmo, moderno, disciplinato ed equilibrato, ed è evidente che, nonostante i tentativi di zittirlo, non ha smesso di monitorare le violazioni subite dai copti d’Egitto, inclusi i trasferimenti forzati, le uccisioni, gli abusi e gli incendi delle chiese. Monitora ciò che succede giorno per giorno, ma la denuncia di un copto è fastidiosa e le autorità cercano sempre di metterla a tacere”.

L’arresto e la tortura di giovani egiziani e stranieri prelevati dai servizi egiziani è inaccettabile: l’Italia e l’Europa dovrebbero recuperare un minimo di fermezza morale nei loro rapporti diplomatici nel Mediterraneo.