15 ottobre 2020 17:48

Min al Irhabi’ Chi è il terrorista?

Sono io il terrorista?

Vuoi che rispetti le tue leggi? Quando sei il testimone, l’avvocato e il giudice?

Queste domande, contenute nella canzone Chi è il terrorista? che nel 2001 ha reso famoso in tutto il mondo il gruppo rap DAM, composto da palestinesi d’Israele, sono riformulate con audacia nello spettacolo teatrale The museum del regista Bashar Murkus, presentato al RomaEuropa Festival 2020.

Come i DAM, anche Bashar Murkus fa parte dei “palestinesi del 1948”, che oggi rappresentano il 21 per cento dei cittadini d’Israele. Sono discendenti delle popolazioni arabe che non sono andate via in seguito alla creazione dello stato d’Israele. Hanno documenti israeliani ma la loro cultura e la loro lingua sono rimaste palestinesi.

Con The museum, Murkus propone una riflessione incisiva sul terrorismo e sulla rappresentazione della violenza, cruciale oggi per i palestinesi d’Israele. Come spiega il regista dopo la première di Roma: “Terrorista è una parola che sentiamo quotidianamente, ed è importante poter presentare la nostra narrazione, la nostra interpretazione della storia, prima che si richiuda su di noi la narrazione del ‘museo’, il luogo dove sono presentati i fatti dal punto di vista del vincitore”.

Braccio di ferro
Il protagonista dell’opera teatrale ha fatto una strage di bambini dentro un museo, in un luogo e un tempo non precisati. È nel braccio della morte, e come ultimo desiderio prima dell’esecuzione chiede di poter cenare con il poliziotto che l’ha fatto arrestare. Il braccio di ferro – che si fa corpo a corpo nel corso della serata – deciderà a chi appartiene l’ultima parola, l’ultima rappresentazione. Il terrorista vorrebbe segnare il suo tempo, essere “ricordato”, in una società dello spettacolo, per “la scia così dritta che creavano le macchie di sangue sul muro del museo” paragonata a un’opera d’arte: il suo gesto criminale ha bisogno di essere guardato. Il poliziotto, da parte sua, descrive con una precisione agghiacciante la fredda messa in scena della prossima esecuzione del terrorista: anche dal lato della legge, il pubblico e la rappresentazione della violenza sono fondamentali.

The museum. (Piero Tauro, RomaEuropa festival)

Alla fine dei cinque atti è chiaro che gli spettatori sono stati messi in trappola: accettando di guardare questo corpo a corpo sul palcoscenico, sono diventati testimoni involontari di due altrettanto potenti messe in scena della violenza. E ne diventano anche complici assistendo, alla fine, a un’esecuzione legale.

Tutto è questione di rappresentazione per Murkus: per l’ultima cena, il terrorista chiede la sua carne preferita. Vuole l’agnello che dev’essere stato sgozzato secondo il giusto rito, seguendo una messa in scena regolare della morte. Il poliziotto porta la carne, ma insinua il dubbio sulla macellazione: lui può decidere di non rispettare l’ultima volontà del condannato, perché è dal lato del vincitore e della legge. “Nessuno saprà quello che è successo stasera tra di noi”, ripete più volte nella serata. L’ultima parola è la sua.

Gli spettatori sono testimoni involontari di due potenti messe in scena della violenza. E ne diventano anche complici

La regia di Bashar Murkus non ha limiti, dalla totale nudità in scena a parole crude e violentissime in arabo: una “indipendenza” totale nel modo di raccontare il terrorismo.

“Essere indipendente” spiega il regista “non ha niente a che vedere con la definizione che si può darne in Europa o in Israele”. La sua squadra, il Khashabi theatre di Haifa, funziona come un gruppo di lavoro: “Abbiamo studiato insieme e poi scelto di lavorare insieme. Operiamo in un posto che si chiama Israele, ma siamo totalmente indipendenti dalla sua narrazione ufficiale. Crediamo che l’arte non debba essere solo una reazione a un’occupazione, è un’azione continua. Non chiediamo il diritto di fare qualcosa, questo diritto lo prendiamo”.

Il punto di vista rispecchia quello della terza generazione di palestinesi d’Israele: “Mio nonno non conosceva gli israeliani e li temeva, mio padre era diffidente, noi siamo qua e basta”, dice ancora Murkus. Il punto è che non vuole “farsi uno spazio in Israele”: “Haifa è il mio posto. Sono lì. Amo essere lì. Oggi sono a Roma, e voglio essere anche un artista internazionale, ma per me l’unico modo per farlo è essere sempre più locale, radicato nella mia città, nel mio quartiere, solo così mi sento capace di parlare con il mondo”.

L’altra rappresentazione
Ad Haifa, Murkus si è già confrontato amaramente con la politica: in seguito alla rappresentazione di una sua opera ispirata alla vita di un famoso prigioniero palestinese, Walid Dakka, accusato di aver ucciso un soldato israeliano, il teatro Midan è stato chiuso.

Lo spettacolo era andato in scena per un anno in arabo. “Ci lasciavano parlare liberamente pensando che ci stessimo rivolgendo solo alla nostra bolla araba”, racconta il regista. Ma quando la sceneggiatura è stata tradotta in ebraico per raggiungere un pubblico più ampio, le autorità hanno chiuso il teatro e tolto tutte le sovvenzioni. “In una situazione di occupazione quando si comincia ad avere troppo potere e a intervenire nella narrazione della potenza occupante per far capire alle persone cosa sta succedendo, si viene zittiti”.

Ora il Kashabi Theatre è completamente libero: “Non possono fare niente contro di noi visto che non chiediamo nulla”. E gli spettacoli sono rappresentati in arabo, con sottotitoli in inglese.

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Al centro di The museum c’è soprattutto il corpo, quello del terrorista come del poliziotto. “Uccidere e morire non sono questioni strettamente politiche: ci sono dei pazzi, i terroristi, che uccidono altri esseri umani, mentre in guerra si uccidono più persone ancora”, riflette Murkus. “Io non vedo nessuna legittimità nell’uccidere, in un caso o nell’altro. Quello che ho voluto mostrare con The museum è che tutti potrebbero passare all’azione per cambiare qualcosa e che, in fin dei conti, questa violenza non è così lontana da noi”.

Con questa potente messa in scena, Bashar Murkus convince anche del fatto che la questione del terrorismo non può essere capita fino in fondo guardando solo al suo aspetto politico.